L'esordio fisico di uno dei primi eroi della Beatport generation. Include tutti gli stra-scaricati singoli degli ultimi due anni; si configura come una perfetta arma da club ma regge anche come album per la notevole cura del suono e l'andamento progressive.
7.5/10
Highlights: Complications, Slip, Brazil, I remember, Not exactly, Arguru.
Quando si sente parlare tanto di una band è del tutto normale andare a fondo e testare con le proprie orecchie. Talvolta l'hype è giustificato, in altri casi si rimane delusi; i Newyorkesi Yeah Yeah Yeahs fino a ieri appartenevano al settore "band insipide di cui si parla troppo". Non che nei primi due dischi non ci fosse della stoffa, ma quelle piccole illuminazioni (leggi "Maps" o "Cheated hearts") venivano offuscate da una marea di brani che pue basandosi sul citazionismo non trovavano una vera direzione; così, alla fine, sia "Fever to tell" che "Show your bones" sono stati giustamente archiviati con una certa fretta. "It's blitz!" cambia tutto. Anzitutto si registra il raggiungimento di un perfetto punto di equilibrio tra elettrica ed elettronica: per non sprecare parole inutili come new-rave basta ascoltare il primo singolo "Zero" oppure "Heads will roll". Molto rilevante è anche il miglioramento tecnico e di personalità della cantante Karen O: pezzi come "Skeletons", "Runaway" e "Little shadow" mettono seriamente i brividi. Un nuovo punto di partenza?
8/10
Highlights: Zero, Heads will roll, Skeletons, Runaway, Hysteric, Little shadow.
Barry Christie ha un grande gusto. Sa mischiare house e techno come pochi, e la prova prima e più eclatante è la traccia che apre il suo secondo album, "Ghost in my machine": riff di organetto che riporta immediatamente a Crystal Waters e alla sua "Gypsy woman" datata 1991 con produzione Basement Boys, beat dritto, sub a riempire e interventi Detroit. "Backward disco" è più sporca e istintiva, tanto old-school quanto tremendamente attuale; la title-track fa leva su arpeggi e aperture di pad metallici, "Another fine mess" è una spirale deep avvolgente, la percussiva "The rhythm track" rimbalza con un approccio molto più sfacciato, "Snap crackle" è droga e si contrappone alla successiva solare "Got to hold on". Pezzi come"Orbit 3", "Cycles" e "Mode 3" fanno venire a galla il lato più oscuro e ipnotico del producer di Glasgow, autore di un lp che conferma il suo talento.
7/10
Highlights: Ghost in my machine, Backward disco, Another fine mess, The rhythm track, Orbit 3, Mode 3.
Il terzo disco dei due norvegiesi parte senza alcun tipo di preambolo: campione dei Parliament, beat sporco e un riff super-happy a ricalcare quello che è stato il primo brano che li ha resi noti al grande pubblico ("Eple"). Subito dopo un ritmo dichiaratamente 80 e qualche arpeggiatore introducono la guest Robyn; scelta azzeccata e interpretazione perfetta. L'allucinogena "Vision one" accompagna la familiare voce di Anneli Drecker, ed è un'ottima miscela di suoni ruvidi e melodie dolci; "This must be it" è il primo dei due brani affidati allo stile di Karin Drejer, fresca di album solista e sempre sopraffina quando si tratta di creare atmosfere tra il misterioso e il poetico ("What else is there" non si dimentica facilmente). La cinematica strumentale "Royksopp forever" non si chiama così per caso, ma sottolinea le radici classiche nella composizione e di derivazione trip-hop nell'arrangiamento del duo; la successiva "Miss it so much" rimane sulla scia, anche se il movimento ritmico spinge drasticamente sullo swing e c'è una voce impeccabile, quella di Lykke Li. Karin Drejer compare anche nella scherzosa "Tricky tricky" (un follow-up di "49 percent" dato il modo in cui il testo gioca con i numeri), "You don't have a clue" è di una malinconia sublime, "Silver cruiser" spezza con un ritmo lento e fa da interludio per il finale composto dai due pezzi meno convincenti dell'album: la confusa "True to life" e la tediosa "It's what I want". Ma ci vuole ben altro per intaccare il valore di un disco che regge ampiamente il paragone con il perfetto esordio del 2001.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Sulla profondità del concept che consiste nel dividere il disco in due cd (nel primo pezzi lenti, nel secondo brani ritmati) si può anche discutere. Sulla bravura di Beyoncè Knowles proprio no. Naturalmente l'intero progetto è costruito a tavolino: dopotutto stiamo parlando di una superstar famosa per troppi aspetti che vanno al di la della musica in quanto tale. Tentando l'impossibile gioco di ascoltare questo disco senza pregiudizi spiccano il singolo "If I were a boy" (ad un primo impatto lagnoso, ma mettendoci più attenzione un signor pezzo), l'ottima ballad futuristica "Halo" (condita dagli inevitabili spunti trance sdoganati da Timbaland e Timberlake) e la più classica (Mariah Carey style) "Broken-hearted girl". Il lato dance convince molto meno; si sente la mancanza del funk di quella "Crazy in love" che inaugurò nel migliore dei modi la sua carriera solista sei anni fa o di un qualcosa tipo "Deja vu" dal secondo album "B-Day". "Single ladies (put a ring on it)" fa troppo poco per essere un singolo di una regina del pop, "Radio" è cheesy oltre i limiti consentiti dalla legge, l'hip-hop noioso di "Diva" non si addice allo stile di Beyoncè, i digitalismi di "Video phone" passano inosservati. Si salva "Sweet dreams", che nonostante l'approccio electro (la cui presenza nell'intero cd è marcatissima e spesso forzata) indovina una melodia vincente.
6.5/10
Highlights: If I were a boy, Halo, Broken-hearted girl, Sweet dreams.
E con "Everything is borrowed" sono quattro su cinque. Lo storyteller inglese della porta accanto si è stancato del progetto The Streets (problema affrontato nel precedente "The hardest way to make an easy living"), e il prossimo sarà l'ultimo disco. Intanto qui abbandona la durezza degli ultimi tempi a favore di un po' di calma e riflessione, camminando con dignità sulla linea che divide distinzione e prevedibilità.
7/10
Highlights: Everything is borrowed, I love you more (than you like me), The sherry end, Alleged legends, The strongest person I know, The escapist.
A giugno saranno sessanta le primavere di Lionel Richie, più della metà delle quali trascorse in attività nel mondo della musica soul e pop che conta (la parola Motown a questo proposito riassume molto bene il concetto). "Just go" è un album composto quasi unicamente da ballad (molto meglio sorvolare sul tentativo dance mal riuscito "Somewhere in London", un vero pesce fuor d’acqua), supportato dalla regia esperta di Antonio “L.A.” Reid, mentore di Toni Braxton e responsabile del successo di gente come Usher, Ciara e Tlc; i duetti con Aliaune Thiam (per gli amici Akon) potrebbero sembrare un espediente per dare un tocco di modernità alla sua scrittura, ma a conti fatti i due brani che lo ospitano non tradiscono intenzioni puramente commerciali. Non ci sono pezzi ammazza-chart, e probabilmente i prossimi singoli faranno la fine del primo (Good Morning), a malapena notato da radio e stampa; tanto basta per consigliare Just Go esclusivamente agli amanti dell’r’n’b più dolce, mentre per gli altri la noia potrebbe incidere in maniera letale sul giudizio finale.6/10
Highlights: Forever, Just go, Nothing left to give, Through my eyes, Face in the crowd.
Inciampando nel video di "Walking on air" è facile rimanere affascinati o perlomeno incuriositi da quell’atmosfera a metà tra il grottesco e il fantasy, specchio ineccepibile della colonna sonora che lo accompagna; l’interesse cresce quando si riconoscono delle linee melodiche in marcato stile Bjork che aleggiano su beat minimali alla Timbaland con una pesante influenza Trip-Hop. Singolo a parte, il disco si sviluppa intorno alla bella (ma a tratti inoffensiva) voce della cantante estone, supportata da arrangiamenti solidi che trovano il giusto compromesso tra l’efficacia richiesta dai tempi che corrono e l’attitudine più spregiudicata di fine anni 90. Se esistesse una definizione plausibile di “Alternative Pop” Kerli ci finirebbe dentro di diritto.
7.5/10
Highlights: Love is dead, Walking on air, The creationist, Bulletproof, Butterfly cry.
Nervoso, variegato e punchy come solo Quentin Dupieux sa essere.
8/10
Highlights: Hun, Z, Cut dick, Two takes it, Jo, Positif, Steroids, Gay dentists, Pourriture 7.
Antony ha il dono. La sua voce è al contempo intensa e leggera, il suo timbro fuori dal normale è controllato da una tecnica solida ma non può prescindere da una forte emotività, la sua capacità di scrivere pezzi di sostanza va sorprendentemente a braccetto con una visione art concettuale. Antony è il passato che ritorna nel presente. "The crying light" una fragile fiaba che da i brividi.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Archiviato il mezzo tributo alle radici americane del precedente "Sam's town", la band di Las Vegas si rituffa nelle atmosfere che hanno caratterizzato il meritevolissimo album di esordio "Hot fuss". Il primo indizio viene dall'affidamento della produzione a Stuart Price, che colora d'oro il singolo apripista "Human" proiettandolo nelle classifiche di mezzo mondo attraverso il suo tocco infallibile quando si tratta di fondere con semplicità e mestiere influenze ottanta e rock duemila. Stellare ed esplosivo il crescendo di "Spaceman", altrettanto intenso quello di "A dustland fairytale"; "This is your life" gioca sulla contrapposizione tra un coro fermo e una linea vocale libera di fluttuare nel modo tanto caro al frontman Brandon Flowers. "Neon tigers" è estremamente Queen, mentre delle onde melodiche pericolosamente Doors (ascoltate il finale di "Peace frog") impreziosiscono il ritmo funky di "Joy ride"; "I can't stay" può sembrare banale ma è armonicamente perfetta, "The world we live in" è pronta per essere cantata da uno stadio intero, mentre il finale "Goodnight, travel well" è dilatato e molto ben orchestrato. Un ritorno in grande stile, pop al punto giusto.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Play: suona un riff di chitarra pannato tutto a destra. Con la battuta successiva entrano basso e batteria; pochi secondi ed ecco la voce di Brian Johnson, la stessa persona che nel 1980 cantava "Back in black". Alle chitarre ci sono sempre i fratelli Angus e Malcom Young, fondatori della band intorno al 1973; per chi non avesse voglia di fare i conti si parla di 36 anni fa. Hanno ragione le malelingue quando constatano che spesso gli AC/DC nella loro lunga carriera hanno scritto pezzi o album troppo simili fra di loro; e questo "Black ice" esce a nove anni di distanza dall'ultimo "Stiff upper lip", dimenticato davvero in fretta. Ma quante sono le band con tutti questi anni alle spalle che conservano ancora l'energia dei primi tempi? Quante sono quelle che rimangono fedeli alle loro radici rock'n'roll, vivendolo ed interpretandolo come se l'avessero scoperto ieri? Ma soprattutto, volete farmi credere che nella montagna di musica che ci viene proposta oggigiorno (capolavori e spazzatura, novità meritevoli o mezze verità superpompate) non ci sia spazio per i gloriosi AC/DC? E' giusto guardare sempre avanti, ma senza commettere l'errore di dimenticare il passato. E qui stiamo considerando una band che in passato ha cambiato le regole. Sono ancora vivi e vegeti, quindi la questione non si pone: il ruolo di rispolverare un po' di sano rock'n' roll spetta a loro. Giù il cappello.
8/10
Highlights: Rock n roll train, Anyhting goes, War machine, Spoilin' for a fight, Wheels, Stormy may day, She likes rock n roll, Rock n roll dream.
Talvolta il valore reale di una melodia si nasconde nel mix sotto spessi strati di distorsioni. L'esperimento di Sofia cambia la prospettiva di dodici pezzi arrabbiati che hanno fatto la storia del punk, del grunge e del rock duro, contestualizzandoli in ambito downtempo. Essendo un affare di cover il primo aspetto da considerare è la forza del brani originali; in questo senso la scelta non è scontata, ma ricade sia su veri classici che su qualcosa di più moderno. I risultati sono altalenanti: buone le rivisitazioni di "Boys are back in town" di Thin Lizzy e "Mongoloid" dei Devo, meno incisive quelle di "Homosapien" di Pete Shelley e "Dazed & confused" dei Led Zeppelin, forse perchè a tratti scimmiottano un po' troppo gli originali. "Heart shaped box" dei Nirvana è un suicidio annunciato e non poteva essere altrimenti, "Chinese rocks" di Johnny Thunders e "Pretty vacant" dei Sex Pistols non brillano per originalità nell'arrangiamento. Le chicche sono "Search & destroy" degli Stooges, "No one knows" dei Queens Of The Stone Age, "London calling" dei Clash, "I wanna be your boyfriend" dei Ramones e soprattutto "Everlong" dei Foo Fighters.
7/10
Highlights: Search & destroy, Everlong, I wanna be your boyfriend, No one knows, London calling, Boys are back in town.
L'estetica electro-punk tanto cara ad Erol Alkan unita ad un istinto progressive; interessante e a tratti spassoso.
8/10
Highlights: Broken, The bears are coming, Random firl, Heartbeat, Whitesnake, Focker, Bathroom gurgle.
Sara Beth Bareilles ha una voce incantevole. E possiede anche quel tipo di attitudine femminile che personaggi come Tori Amos e Sheryl Crow hanno sdoganato intorno agli anni novanta: la figura di una ragazza-donna, mezza ribelle ma con le idee chiare, che scrive i suoi pezzi conscia del proprio talento e non vede l'ora di metterlo in mostra. Catalogare la sua musica nell'ambito pop è logico e doveroso, ma la sua capacità di accennare al blues e al soul la collocano in un livello molto più raffinato e il suo approccio le dona una forte credibilità rock: non è un caso se in passato ha aperto concerti per Mika e Maroon 5, ma anche per James Blunt, Paolo Nutini e Counting Crows. E tutto torna quando nelle note di copertina si scorgono i nomi di Matt Chamberlain (ex-batterista dei Pearl Jam), Chris Chaney (bassista dei Jane's Addiction) e Rafael Padilla (percussionista che negli anni ha lavorato con Gloria Estefan, Jon Secada, Joe Cocker e Celine Dion). Pop eclettico che funziona proprio a meraviglia.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Il gusto di sperimentare di Kayne West unito all'impostazione classica di John Legend si traduce in un singolo come "Green light": soul futuristico da ballare sostenuto da un beat spezzato con la partecipazione di Andre 3000. Con "It's over" Kayne e il suo ormai inseparabile vocoder vengono allo scoperto, il cameo di Brandy impreziosisce l'ottima "Quickly", mentre l'inaspettata virata reggae di "No other love" si avvale della collaborazione di Estelle. Le ospitate finiscono qui, ma l'incontestabile talento di Legend è messo in luce anche e soprattutto da pezzi come "Everybody knows", "Cross the line" e "This time"; l'affare da qui in poi (ad eccezione del meritevole finale "If you're out there") si fa leggermente più noioso, ed è un vero peccato.
7.5/10
Highlights: Green light, Everybody knows, Quickly, Cross the line, No other love, This time, If you're out there.
Basta il primo pezzo per disattivare l'allarme-pacco che entra in funzione automaticamente ogni volta che il nome di una nuova band proveniente dalla Gran Bretagna si fa strada con facilità nel mondo della carta stampata e sulla rete. Echi a salire, distorsioni decise ma non arroganti a creare un’epicità drammatica il giusto e la densa voce di James Allan sporcata da un inamovibile accento scozzese che intona una melodia molto Smiths. Quando a fine brano arriva anche la citazione di Jimmie Davis ("You are my sunshine") l’impressione di avere a che fare con gente che qualcosa ne sa diventa reale, palpabile. Perché sarebbe un errore valutare gli scozzesi Glasvegas unicamente in base ai singoli "Geraldine" e "Daddy’s gone"; ci si perderebbe l’irresistibile riff di "It’s my own cheating heart that makes me cry" (dove viene a galla in modo palese il tocco di Rich Costley in produzione), lo schizzo art-rock Warholiano di "Stabbed" (una poesia recitata sul "Chiaro di luna" di Beethoven), la progressione armonica di "S.a.d. light" e l’etera sospensione di "Ice cream van" a chiudere. Buona la prima.
8.5/10
Highlights: Tutto.
"The fame spiega come tutti possono essere famosi. La cultura Pop è arte. Odiare tale cultura non ti rende cool, quindi io l’ho abbracciata con tutta me stessa.”. Questo è il pensiero schietto dell’esordiente Stefani Germanotta, in arte Lady GaGa. Il tributo ai Queen è dichiarato, ma scovare una similitudine, un richiamo o una qualsivoglia correlazione con Mercury e soci è compito davvero arduo. Un altro paio di indizi: la ragazza ha scritto dei pezzi per Britney Spears e Pussycat Dolls, mentre i suoni di “The fame” sono curati da chi ha prodotto gente come t.A.T.u. e Destiny’s Child. Capirete che la missione “entra in classifica almeno con un paio di singoli” è vinta in partenza; sarà molto più difficile, se non impossibile, lasciare qualcosa ai posteri.
5.5/10
Highlights: Just dance, Lovegame, Poker face, Again again, Boys boys boys.
Che i Booka Shade avessero tutte le carte in regola per creare un album downtempo di un certo spessore lo si poteva intuire. La prova tangibile è in questo "Cinematic shades", dove la già divina "Outskirts" dall'ultimo "The sun and the neon light" risplende anche qui per ben due volte (ottima sia la rivisitazione di Trentemoller che quella degli stessi Booka), dove "Vertigo" viene ritoccata in maniera quasi invisibile perchè andava già bene in versione originale, e dove la versione philly di "Night falls" ad opera di Mr. "Salsoul Orchestra" Larry Gold è una ciliegina sulla torta per palati fini.
7.5/10
Highlights: Outskirts (Trentemoller Remix), Night falls (Larry Gold's Night Falls Over Philly String Version), Outskirts, Moonstruck, Vertigo, Lost high.
Energia, capacità compositiva, percussioni irresistibili e personalità: il miglior ibrido disco-rock del 2008.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Jake Williams non salta fuori dal nulla; negli anni novanta con lo pseudonimo di "Jx" ha venduto parecchio (soprattutto in Inghilterra), diventando ospite fisso di chart e hit compilation dance. Nel 2004 la svolta Rex The Dog, comprensiva di approdo ad etichette come Kompakt e Kitsunè e accompagnata da remix lusso per Prodigy, Client, Mylo, Royksopp e The Knife. "Maximize 2008" detta la strada per l'ascolto dell'intero disco: cassa e snare ottanta, synth megalomani e un tocco di acido. "Gecko" si basa su un lick vocale splendidamente old school, tanto da avere l'effetto di una macchina del tempo che ti riporta agli anni belli del rave; d'impatto anche la successiva "Bubblicious", roba da Moby primi '90, euforica e spensierata. I sospiri pitchati della ninna nanna "Heartsong" sono un'ottimo preambolo al brillante remix di "Heartbeats" dei The Knife, quello di "Tony the beat" per The Sounds è pura nostalgia party time zucchero e sale. Il ritmo rallenta e si spezza con "Itchy scratchy", ma di abbassamenti di energia nemmeno l'ombra; "Italian skyline" è un'azzeccata parentesi cinematica e ultramelodica, poi a chiudere il primo significativo singolo Kompakt "Frequency" e soprattutto la relativa b-side "I look into mid air". Jake Williams sa il fatto suo.
8/10
Highlights: Maximize 2008, Gecko, Bubblicious, Heartbeats (Rex The Dog Remix), Tony the beat (Rex The Dog Remix), Itchy scratchy, I look into mid air.
L'eclettismo mostrato nei due album che precedono questo "Go fast" è straconfermato: "Altre voci" è un pezzo ambient lirico alienante, "Pending between two worlds" uno schizzo di chiatarra elettrica al contrario, "Eden" un gioco di arpeggi ondulati e filtrati con qualche pulsazione dub, "Around the corner" una ballad sospesa tra folk e soul, la title-track un qualcosa che si avvicina al Trent Reznor più cinematico, "Run run run" una corsa distorta, percussiva e spezzata. Ma il cuore del disco sono le due perle deep-house cantate da Scalde, "Dust" (prodotta con l'aiuto di Oliver "Oxia" Raymond) e "Solarized", insieme alla conclusiva strumentale "Diva drive".
7/10
Highlights: Altre voci, Dust, Solarized, Go fast, Diva drive.
L'eterna lezione hip-hop del maestro ?uestlove continua imperterrita. Una potenza.
8.5/10
Highlights: Tutto.
L'uragano. Un momento nella storia. Il ritorno della Newyorkese di origini giamaicane a 20 anni dall'ultimo album in studio. Colei che nel 1981 ridefinì l'immagine della donna sconvolgendo mezzo mondo con "Nightclubbing" per poi raggiungere l'apice del culto forgiando quell'opera d'arte concettuale nota come "Slave to the rhythm"(1985). E torna in grandissimo stile, con un disco che ti entra nelle viscere senza chiedere permesso e ti consuma lentamente: "I’ll consume my consumers with no sense of humour / I’ll give you a uniform, chloroform, sanatize, homogenize, vaporize you", digrigna sopra le distorsioni di "Corporate cannibal". Il salto nel passato della splendida "William's blood" ha un che di miracoloso, "I'm crying (mother's tears)" è una ballad fragile e sincera, "Devil in my life" è a dir poco geniale, "Well well well", "Love you to life" e "Sunset sunrise" rispolverano con maestria i tanto cari ritmi in levare dei bei tempi che furono. E poi c'è la title-track. Epica. Devastante. Proprio come un uragano.
9/10
Highlights: Tutto.
Il classico rock da battaglia dei Kaiser Chiefs (estremamente facile e derivativo ai limiti dell'anacronismo) con il buon tocco di Mark Ronson in regia; vai con i cori.
7.5/10
Highlights: Never miss a beat, Like it too much, Tomato in the rain, Half the truth, Addicted to drugs, Remember you're a girl.
La carriera degli Snow Patrol si può spaccare in due fasi (indie e major) composte da due album ciascuna. Nella prima la critica li acclama ma non vedono una lira, nella seconda la critica li rinnega ma raccolgono una buona dose di popolarità sia a casa che oltreoceano, con due ballad come “Run”(2004) e soprattutto la più recente “Chasing cars”(2006). E’ qui che entra in scena “A hundred millions suns”, quinto disco della band che nonostante le sue radici scozzesi e irlandesi è sempre stata molto poco british, propendendo verso uno stile più vicino al rock anni ‘90 made in U.S.A.. Power-pop senza vergogna, ritornelli in evidenza, la loro mai nascosta predisposizione ai lenti (anche se a sorpresa il primo singolo “Take back the city” è un pezzo allegro e incalzante) e un passo deciso verso la maturità a livello di armonie e arrangiamenti; non si può ancora parlare di consacrazione a tutti gli effetti, ma l’ascolto merita eccome.
7.5/10
Highlights: If there's a rocket tie it to me, Crack the shutters, Please just take these photos from my hands, The planets bend between us, Disaster button, The lightning strike.
I Travis e il loro rockettino ultra leggero che ogni tanto fa bene.
6.5/10
Highlights: Chinese blues, Long way down, Last words, Song to self, Before you were young.
Se l'album di debutto di Sam Sparro avesse raggiunto l'equilibrio di raffinatezza e forza pop del tormentone "Black and gold" sarebbe stato un vero miracolo; ci si accontenta comunque volentieri dell'approccio del venticinquenne di origine australiane, che prende la tradizione soul e la veste di nuovo con un certo gusto. Non che non subentri la banalità ("21st century life", "Sick" e "Waiting for time"), ma anche quando succede il più delle volte i risultati del lifting stilistico fanno da contrappeso alla mancanza di vere sorprese melodiche. Moltissima forma insomma, ma anche un bel po' di sostanza che invita a ben sperare per il futuro.
7.5/10
Highlights: Too many questions, Black and gold, Waiting for time, Hot mess, Pocket, Cut me loose, Still hungry.
Quanto è difficile oggi immaginarsi Jay-Z che mette in dubbio le potenzialità di Kanye West come frontman. Per non parlare delle assurde prese di posizione dell’industria hip-hop tutta che qualche anno fa non credeva in lui perché carente quanto a immagine da street rapper. Ma Kanye non si è dato per vinto e ha messo a tacere tutti a colpi di hit e Grammy, con un disco di debutto che è già (giustamente) nella storia del rap grazie ad un approccio inconsueto ed estremo nell’utilizzo di campioni soul (“Through the wire”) e meno soul (“Harder, better, faster, stronger). Adesso che l’orsetto mascotte di “The College Dropout” si è preso il suo tempo con “Late Registration”, per poi laurearsi meritatamente con “Graduation”, non c’è più motivo perché appaia anche sulla cover del nuovo “808s & Heartbreak”. Ora è il momento di stupire affrontando la sfida più difficile, quella che prevede il passaggio da rap a canto. E chi se ne importa se la transizione è agevolata da un massiccio uso di vocoder quando il risultato è un album soul futuristico così misterioso e affascinante. Quel vocoder rappresenta la sua irrefrenabile voglia di evolversi senza strafare, di tentare di raggiungere i propri limiti senza superarli per cadere nel ridicolo, di dare forma alla moltitudine di idee ed emozioni che ha nel cervello e nel cuore evitando di avventurarsi in imprese impossibili. Se esiste un equilibrio, Kanye West l’ha trovato.
8/10
Highlights: Say you will, Welcome to heartbreak, Love lockdown, Paranoid, Robocop, See you in my nightmares, Coldest winter.
Standard Nin: nessuna infamia ma poche lodi.
6/10
Highlights: 1000000, Discipline, Head down, The four of us are dying.
Cinque anni orsono l'inglesissima Dido Florian Cloud de Bounevialle O'Malley Armstrong diede luce al suo secondi disco ("Life for rent"), bissando almeno parzialmente il successo dell'esordio "No angel", un album che è già storia del pop. Ascoltare il nuovo singolo "Don't believe in love" (di per se non male) lascia perplessi: è una vera sfida riuscire a dimenticare che chi canta è la stessa persona che in passato ha scritto pezzi del calibro di "Hunter" o "Here with me". Anzi, ad essere schietti è francamente impossibile non soffermarsi sulla banalità della melodia e sulla stanchezza dell'arrangiamento. Il sospetto di un'ispirazione forzata diventa reale con "Quiet times" (da dimenticare) e "Never want to say it's love" (di cui basta basta metà ritornello per indovinare come andrà a finire). Quando ogni speranza sembra affievolirsi spunta il signor Brian Eno: "Grafton Street" da il giusto spazio alla inattaccabile voce di Dido, ed ecco che finalmente si materializzano le tanto agognate emozioni d'altri tempi. Anche "It comes and it goes", "Look no further" e "The day before the day" riescono a trovare il giusto equilibrio tra minimalismo e concretezza, "Let's do the things we normally do" spicca con un che di Bacharach che è una gioia, "Northern skies" è semplice e ad effetto. Meno fondamentali risultano invece "Us 2 little gods" e "Burnin' love", ma la falsa partenza è rimediata: non un capolavoro, ma comunque a suo modo una conferma.
7.5/10
Highlights: Grafton Street, It comes and it goes, Look no further, The day before the day, Let's do the things we normally do, Northern skies.
Per il secondo disco i cinque londinesi affidano la produzione alle mani fatate di Martin Glover, che aggiustando il tiro (già super-pop) dei dieci nuovi pezzi plasma un disco rock da ballare brillante e vincente.
8/10
Highlights: Make mistakes, Play blind, Free thing for poor people, A million pieces, Universe in reverse, Chemical girlfriend.
Nello spazio di dieci anni Tim Simenon è venuto alla ribalta con "Beat dis" (uno dei primi pezzi a portare a galla la tecnica del sampling selvaggio e ad elevare tale arte a vero e proprio strumento musicale), ha influenzato in modo impressionante degli stili che ai tempi avrebbero ancora dovuto vedere la luce (Big Beat e Trip-Hop) attraverso "Unknown territory" (1991) e "Clear" (1995), per approdare infine al banco mixer dei Depeche Mode ("Ultra", 1997). Da quel momento in poi si è rintanato nell'underground, aprendo una sua etichetta (Electric Tones) e producendo in maniera sporadica, quasi inesistente. Torna ora con un disco che ripartendo dal tanto bistrattato "Clear" in termini di impostazione (niente sampling, solo vere canzoni e molti featuring vocali) basa l'arrangiamento in gran parte sull'immortale suono del minimoog. Storia.
8/10
Highlights: Tutto.
Basterebbero i sei minuti e diciassette secondi introduttivi, dove la voce di Robert Smith fluttua con riverberi capovolti su un ritmo lento attraverso spazi dilatati, per farsi convincere della buona vena di Gallup e soci. E invece è solo l'inizio. L'intero disco ricalca quel perfetto mix di rock, punk, new wave e romanticismo decadente che li ha resi grandi, indistruttibili, senza tempo; poesia a tratti abbagliante.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Funk delicato ma convinto con arrangiamenti essenziali e soluzioni armoniche semplici e ad effetto; e il basso canta.
7/10
Highlights: Knickerbocker, Goosebumps, Rook to queen's pawn six, Pussyfooting, Lightbulbs.
Semplicemente il miglior blend di techno, house, disco e soul che si possa ascoltare.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Melodie iperdistorte e glitch robotici supportati da beat electro compressi oltre i limiti dell'ignoranza quando va bene, disperati tentativi di synth-pop tamarro quando va male; probabilmente bastavano i Digitalism, vietatissimo nominare i Daft Punk.
5/10
Highlights: Reaktor, It's on, Pardon garcon (Rewerk).
Cosa aspettarsi da un pronipote di famiglia Coltrane? Esperimenti. Per la precisione esperimenti in musica. Flying Lotus, all'anagrafe Steven Ellison, aveva già lasciato il segno due anni fa con uno sconvolgente "1983"; uno di quei dischi che ti fanno ancora credere nella Warp per come è nata, e non solo per come si è evoluta. La prima e più importante cosa da chiarire è che qui un processo standard come la quantizzazione implode nel suo stesso significato, diventando qualcosa di soggettivo: i beat seguono comunque un pattern matematico (e come potrebbe essere altrimenti, soprattutto quando si parla di musica elettronica?), ma la bravura del musicista di L.A. sta nel camminare sul filo dell'impossibile, esagerando l'impostazione già di per se "storta" tipica delle ritmiche hip-hop. Seconda cosa fondamentale: qui non ci sono canzoni. Dimenticatevi strofa, bridge e ritornello. Per apprezzare questo disco bisogna lasciarsi trasportare in maniera completa e ascoltarlo dall'inizio alla fine, non esistono compromessi. Oltretutto non si tratta di un viaggio morbido; l'aria è tetra e nebbiosa, si colgono spunti jazz attraverso rumori inquietanti e suoni che ti lacerano la testa, affiorano influenze brasil in mezzo a strati di elettronica sudicia e compressa, si captano abbozzi di melodia nella confusione di loop distorti e macchinosi. E' impegnativo e assolutamente sconsigliato a chi non sappia dell'esistenza di gente come Aphex Twin e Squarepusher. E' estremamente tecnico. E' quasi completamente concettuale. Ma ha anche un'anima.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Non vengono citati i Chemical Brothers nelle note di copertina, ma quando parte il loop di batteria di "Ares" l'associazione con "Let forever be" è automatica; se non si tratta di un campione pochissimo ci manca, anche se la questione passa in secondo piano visto che il brano è troppo confuso e risulta inoffensivo. Tutt'altro risultato viene invece raggiunto con "Mercury", grazie ad elementi di orchestra sintetica che creano un'atmosfera bizzarra e divertente. Sono passati due pezzi ed è già il momento di chiedersi che fine abbiano fatto i Bloc Party di "A weekend in the city", perchè anche se il rock deciso di "Halo" non è niente male in fin dei conti un po' di quella poesia che aveva caratterizzato il loro ultimo disco manca. "Biko", "Signs" e "Ion square" sono ciò che più vi si avvicina (e non a caso sono tutti momenti memorabili), l'energica "One month off" lascia il segno, "Zephyrus" mostra in maniera chiara ed inequivocabile tutta l'influenza che Robert Smith può avere avuto su Kele Le Roc e sul suo modo di piegare la melodia vocale, mentre la strofa di "Talons" si avvicina pericolosamente a quella di "Always" degli Erasure. Un lavoro nell'insieme buono anche considerando il deciso cambio di direzione della band, con alcuni brani anonimi ("Trojan horse", "Better than heaven") che non ne pregiudicano il valore.
7.5/10
Highlights: Mercury, Halo, Biko, Signs, One month off, Talons, Ion square.
Un viaggio progressivo e cinematico che poco dopo la mezz'ora raggiunge il climax con "The sea and the sky", composizione balearica a tutti gli effetti centro e perno dell'intero disco.
7.5/10
Highlights: Vision on, Everything as it should be, Inbetween somewhere beautiful, Sunshine philosophy, The sea and the sky, (1976).
Correva l'anno 1989, e contestualmente alla seconda summer of love Graham Massey, Martin Price e Gerald Simpson plasmavano "Pacific state", pezzo scolpito nel tempo in qualità di inno acid-house; vent'anni dopo "Quadrastate" rivive in tutto il suo valore storico.
8/10
Highlights: Tutto.
La formazione gallese che si dimenava e urlava ai tempi di "Casually dressed and deep in conversation"(2003) si piega alle esigenze delle chart e sforna un disco completamente inoffensivo. Leggi "Quando le major rovinano il possibile futuro di una band". Ma anche "Quando le band si lasciano rovinare il futuro dalle major"...
4/10
Highlights: Into oblivion, All hands on deck part 2 - Open water.
"Perfect symmetry" si allinea al precedente "Under the iron sea", album che aveva in parte disatteso alcune promesse dell'esordio "Hopes and fears", confermando i pregi (scrittura pop esemplare, arrangiamenti cristallini e funzionali) e i difetti (staticità e prevedibilità) della band inglese.
7/10
Highlights: Spiralling, The lovers are losing, Perfect symmetry, You don't see me, Again and again, Love is the end.
Conor Oberst veste i panni dell'hobo e va in messico a scrivere un disco fiabesco e misterioso; la sua interpretazione rimane spontanea e diretta, in linea con ciò che ha mostrato finora con il progetto Bright Eyes, con la differenza non proprio trascurabile che le sue capacità tecniche sono migliorate sensibilmente e la sua già notevole proprietà di scrittura si è ulteriormente affinata. Già da un po' c'era chi scomodava Bob Dylan; adesso questo paragone, sebbene ancora prematuro, sembra assumere dei contorni più definiti.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Godibile e fresco quando si abbandona senza vergogna al pop (soprattutto soft, vedi "I'm yours", "A beautiful mess" e la sontuosa "Love for a child"), si perde un po' quando si intestardisce con un funk superorchestrato ("Only human" e "The dynamo of volition" si addentrano pericolosamente in territori Jamiroquai), poco credibile quando si cimenta con un qualcosa di simile al rap ("Coyotes"); alla fine quello che rimane è una bellissima voce accompagnata da una chitarra, che poi è il succo della bravura di Jason Mraz.
7.5/10
Highlights: I'm yours, Lucky, Love for a child, Details in the fabric, If it kills me, A beautiful mess.
Il termine giusto non è resurrezione, ma evoluzione: niente di definitivo o radicale, solo un tentativo ben riuscito di applicazione dello stile Oasis (dei giorni belli che furono) alla storia del rock.
7.5/10
Highlights: Bag it up, The turning, The shock of the lightning, I'm outta time, To be where there's life, Soldier on.
Nella musica, come in molte altre situazioni, la vera difficoltà sta nel ripetersi una volta che si è consapevoli di avere fatto qualcosa al di fuori dall'ordinario. I Tv On The Radio si sono già ripetuti con "Return to cookie mountain" due anni dopo l'album di esordio che li aveva giustamente messi su un piedistallo; il terzo disco va oltre. Ci sarebbe davvero da sbizzarrirsi se si provassero ad elencare tutte le contaminazioni musicali che possono avere influenzato la band; alla base senza dubbio ci sono funk, soul e rock, ma riproposti con una mentalità aperta e multicolore, che valorizza e rende unico il loro modo di esprimersi. Considerato il fatto che i ragazzi sono migliorati anche sotto il profilo strettamente tecnico e interpretativo, questo "Dear science" entra di prepotenza nella lista dei dischi dell'anno.
9/10
Highlights: Tutto.
Israel is taking over. La perfezione tecnica non soffoca l'anima, anzi: la esalta. Profondissimo.
8/10
Highlights: Indigo fields, Nebula, Geko, Under pressure, Save me, I see you next time, Druma.
Lo si poteva intuire che lo stile di Burial sarebbe stato perfetto per accompagnare la voce di Thom Yorke e le atmosfere del suo disco solista del 2006; ma "And it rained all night"(Burial Remix) scorre piuttosto liscia e prevedibile. Molto meglio "Skip divided" nella versione di Modeselektor o "Analyse" nella spiazzante rivisitazione di Various; poco incidono i tocchi di Christian Vogel su "Black swan" e di Surgeon su "The clock", stravince Four Tet con una "Atoms for peace" che è poesia.
6/10
Highlights: Skip divided (Modeselektor Remix), Analyse (Various Remix), Atoms for peace (Four Tet Remix), Harrowdown hill (The Bug Remix).
Dichiarare che l'album in uscita è un disco di transizione non è la norma; è una definizione che troppo spesso assume un significato negativo, che suona come critica, che pone dei limiti all'ascolto prima ancora di cominciarlo. E' qualcosa che però ci si aspetta da un personaggio come Emiliana Torrini, capace di attirare l'attenzione con un piccolo capolavoro post trip-hop ("Love in the time of science") per poi scomparire per qualche anno e tornare con "Fisherman's woman" mettendo nel cassetto l'elettronica e scrivendo pezzi con il solo ausilio della chitarra acustica. Alla luce di quello che la cantautrice islandese ha dimostrato negli anni la sua dichiarazione va letta in un altro senso, va interpretata come ricerca del perfezionismo piuttosto che come insoddisfazione latente: perennemente alla ricerca di se stessa, senza prendere in considerazione l'ipotesi di accontentarsi, Emiliana Torrini non arriverà mai. Continuerà a scrivere pezzi dolci in equilibrio sul filo del pop, che interpretati con quella voce assumono un valore emozionale senza pari.
8.5/10
Highlights: Tutto.