6.22.2019

Mark Ronson - Late night feelings (2019, RCA)

Mark Ronson ha una certa familiarità con i Grammy. Il primo è probabilmente il più importante e risale al 2008, quando gli viene riconosciuto il titolo di Produttore Dell'Anno per avere confezionato nel modo che tutti conosciamo il secondo disco di Amy Winehouse. La voce senza tempo della compianta cantautrice britannica non poteva contare su una figura più calzante: quella di un produttore capace di lucidare il passato e consegnarlo al presente in una veste fresca con la destrezza di un veterano, quasi come se avesse vissuto in prima persona l'evoluzione dei suoni funk e soul negli anni '60 e '70. Gli ultimi due Grammy sono invece datati 10 Febbraio 2019, e questa volta li riceve come autore della miglior canzone scritta per un film, televisione o altri media audio-visivi (Shallow, interpretata da Lady Gaga e Bradley Cooper) e del miglior brano dance (Electricity di Silk City & Dua Lipa). Ma in mezzo a questi premi ricevuti per lavori dietro alle quinte non si è fatto mancare anche un riconoscimento diretto nel 2016, quando si aggiudica la statuetta grazie a un singolo che porta la sua firma: Uptown Funk non è solo la canzone dell'anno, ma un infallibile riempipista tuttora strasuonato, che non sembra abbia alcuna intenzione di invecchiare.

Al di là di talento ed eclettismo, pare che sia proprio questo il vero segreto dell'inglese classe 1975: sfornare brani inossidabili, che invece di rifugiarsi nella moda del momento si presentano come classici istantanei destinati a durare in eterno. L'intenzione di legare il suo nome d'arte a un immaginario d'altri tempi appare chiara anche dalla copertina del nuovo disco, che raffigura una strobosfera a forma di cuore in rigoroso bianco e nero. Il cuore è spezzato per una motivazione ben precisa: Ronson per l'occasione si è concentrato su pezzi tristi, quelli che a sua detta emanano vibrazioni emotive non trascurabili. Non che non avesse già dimostrato la sua bravura in questo campo (basta ascoltare gli arrangiamenti di spessore di You Know I'm No Good e Love Is A Losing Game, tratti da Back To Black di Amy Winehouse), ma evidentemente dopo la sbornia funk di Uptown Special (2015) Mark ha sentito il bisogno di dedicarsi a scrivere ballad e canzoni struggenti. E che struggimento sia, dunque.

Sebbene non si tratti di una novità (Mark ha sempre fatto affidamento su collaborazioni prestigiose fin dai tempi del primo Here Comes The Fuzz, dove oltre ad alcuni esponenti di rilievo della scena hip-hop e r&b svettavano le presenze di Rivers Cuomo e Jack White), il primo particolare di Late Night Feelings che salta all'occhio sono le voci incaricate di cantare le sue melodie. Si passa dai nomi di punta di Miley Cyrus, Alicia Keys, Lykke Li e Camila Cabello a cantautrici meno in vista come Wynter Gordon, King Princess, Yebba, Angel Olsen, Ilsey Juber, Diana Gordon e The Last Artful, Dodgr. Un roster esclusivamente femminile, che risponde all'esigenza di plasmare un album delicato e seducente. Se non fosse terribilmente fuori moda, mi verrebbe da definire Late Night Feelings un disco di musica leggera, termine che dal punto di vista strettamente concettuale è assimilabile al più utilizzato pop. Una musica dal linguaggio comprensibile a tutti, e potenzialmente in grado di catturare l'interesse di diverse fasce di età abbracciando stili e contaminazioni varie e sfruttando l'appeal di superstar mondiali e promesse pronte al grande salto. Il rischio che l'album suoni come un'accozzaglia male assortita di generi e timbri misti è però scongiurato dalla visione centrata di Ronson, che sa esattamente quello che sta facendo. In linea con l'intenzione di suonare pop senza seguire pedissequamente i suoni del momento, Mark forgia tredici tracce sensuali che non scadono mai nel volgare. Un'impresa tutt'altro che facile, considerando la garanzia di attenzione assicurata da immagini e parole esplicite. Certo, alcune soluzioni strizzano un occhio alle tendenze attuali, perché nessuno qui vuole rinnegare il fatto che siamo nel 2019. Ma c'è una certa eleganza negli echi reggaeton e nelle armonizzazioni vocali di Don't Leave Me, espedienti che sono diventati la norma dall'esplosione di Major Lazer in poi (e guarda caso, il progetto Silk City è composto proprio da Mark Ronson e Diplo). Anche la voce di Camila Cabelo in Find U Again è pesantemente trattata, ma è un fatto che passa in secondo piano grazie all'arrangiamento di classe. In altri casi i riferimenti a brani che hanno fatto la storia della disco e del soul si mostrano senza vergogna: la linea di basso di Pieces Of Us va a tanto così da quella di Dare Me delle Sister Sledge (uno dei brani più saccheggiati ai tempi in cui la dance andava a cercare ispirazione nei tardi anni '70), così come True Blue si rivela un titolo premonitore considerando gli evidenti richiami alle sonorità in voga negli anni '80.

Che Late Night Feelings avesse tutte le carte in regola per essere un album ispirato lo si era già capito dallo scorso Novembre, all'uscita del primo singolo Nothing Breaks Like A Heart. Ma dato l'incedere del brano, probabilmente il più ritmato del mazzo, non sapevamo ancora che avremmo avuto a che fare con una collezione di pezzi morbidi e raccolti, che pur non rinunciando a un'estetica funk non si prestano al ruolo di hit da ballare. Ma la forza del quinto album di Mark Ronson sta anche nella ferma intenzione di descrivere le sensazioni da tarda notte dichiarate nel titolo, rafforzando così con una coerenza d'altri tempi la sua convinzione che certe prerogative del passato abbiano tutto il diritto di esistere anche oggi. In un'epoca in cui il concetto di album in ambito pop ha perso valore, Mark tira fuori un disco impeccabile e privo dei cosiddetti “riempitivi”, da ascoltare dall'inizio alla fine senza l'impellente esigenza di saltare una traccia. La palla a specchi è in fratumi, e riposa in una scatola. Verrà il momento di ripararla e appenderla di nuovo sul tetto dei club di mezzo mondo, ne sono certo. Ma nell'attesa, mi lascio cullare volentieri dalle note di un album senza tempo come Late Night Feelings.

8/10

Highlights: 
Tutto.

6.14.2019

Viva gli artisti che fanno come gli pare: Noel Gallagher


Il giorno in cui esce Black Star Dancing, singolo che anticipa il nuovo e.p. dei Noel Gallagher's High Flying Birds, Liam Gallagher twitta un “enigmatico” FUCK OFF a caratteri cubitali. I pochi che si rifiutano di collegare l'insulto al pezzo di Noel si devono ricredere un paio di settimane dopo, quando Liam non resiste alla tentazione di provocare nuovamente il fratello, questa volta in maniera meno sgarbata ma non per questo poco pungente: “Il fatto che mi stia facendo crescere i capelli lunghi è decisamente più entusiasmante di qualsiasi pezzo che pubblicheranno Noel Gallagher e le sue frittelle sballate”.


Tutto nella norma, conoscendo il personaggio. La reazione di Liam è inversamente proporzionale a quella di Nile Rodgers degli Chic, che stando a quanto rivelato da Noel in una recente intervista si è detto entusiasta Black Star Dancing. Anche questa dichiarazione non stupisce: il basso che saltella sulla cassa in quattro richiama esplicitamente un'estetica che Nile ha contribuito a plasmare, e anche se i chiari riferimenti disco del brano si perdono presto in contemplazioni cosmiche esplorando territori distanti dall'inclinazione pop-funk degli Chic, era del tutto prevedibile che un santone della disco si potesse trovare d'accordo con un suono simile. Sorvolando sui ben noti attriti tra i fratelli Gallagher, che sicuramente influenzano qualsiasi opinione del vulcanico Liam dandogli l'opportunità di esibirsi in una delle sue specialità (esagerare), i pareri diametralmente opposti dell'ex cantante degli Oasis e dello storico chitarrista statunitense sono un riflesso verosimile delle reazioni dei fan, che (guarda un po') si dividono.

Da una parte c'è chi si trova perfettamente in linea con le esternazioni di Liam: piuttosto di prendere in considerazione la deriva disco-psichedelica di Noel, meglio accontentarsi delle oneste rimasticature del fratellino minore, che nonostante i risultati non sempre eccelsi sfoggiano una coerenza inattaccabile. Dall'altra parte si schierano invece i sostenitori convinti della genialità del fratello più grande, che basta e avanza per dare credito a qualsiasi strada gli venga in mente di percorrere. Anche se a svettare nelle polemiche sui social sono sempre gli estremi, suppongo (e mi auguro) che esista anche una frangia di mezzo, composta da quelli che riescono a superare il tutto sommato comprensibile disorientamento iniziale apprezzando l'istinto di una conclamata rockstar di 52 anni alla ricerca di un'evoluzione di cui potrebbe fare tranquillamente a meno. Io credo di fare parte di quest'ultima categoria, per quello che possa fregare a Noel.

Complice il bombardamento di contenuti che si succedono a velocità smodata a cui siamo soggetti, è fin troppo facile cadere nella trappola di pronunciare sentenze affrettate. Ma le reazioni esagerate (siano esse ovazioni o categorici rifiuti) di fronte a un pezzo come Black Star Dancing non paiono del tutto giustificate, perché basta un ascolto distratto dei primi tre dischi degli High Flying Birds per rendersi conto del fatto che Noel ha intrapreso un percorso da qualche anno, non da qualche giorno. Un percorso che culmina in un e.p. per nulla spiazzante se ascoltato per intero, includendo dunque Rattling Rose e Sail On, brani intrisi di una dolce nostalgia che con la disco non c'entra proprio nulla, mentre con le infatuazioni del passato espresse in Chasing Yesterday vanno a nozze.


Ma a quanto pare il processo verte sul beat disco del singolo, che oltretutto nell'e.p. compare in tre versioni: originale, 12'' Mix (il formato preferito dai dj) e remix firmato The Reflex, dj francese che ha già messo le mani su diversi pezzi degli High Flying Birds. La voglia di Noel di cimentarsi con musica da ballare trapela però fin dal secondo singolo della sua band (AKA...What A Life!), visto che ai tempi è lui stesso a confessare al suo manager di sentirsi un filo in colpa per avere scritto un pezzo “disco”. Ma per dovere di cronaca occorre specificare che l'interesse di Noel nei confronti dell'elettronica risale ad almeno 15 anni prima, quando collabora con gente che il rock ce l'ha nel sangue, ma lo esprime a modo suo: i Chemical Brothers, insieme ai quali scrive le superbe Setting Sun e Let Forever Be prestando perfino la sua voce, e il pioniere della drum & bass Goldie, al quale offre volentieri il suo supporto alla chitarra nell'arrabbiatissima Temper Temper. Nonostante si parli di universi lontanissimi dal suono degli Oasis, evidentemente Noel ci vede qualcosa di intrigante, che però negli anni '90 non può fisicamente esplorare a dovere, impegnato com'è a rivestire il ruolo di rock & roll star.


C'è inoltre un prezioso particolare che accomuna i featuring citati e Black Star Dancing con annessi mix e remix: si tratta di brani che, pur deviando dalle sonorità a cui viene comunemente accostato Noel, non sono stati scritti o arrangiati con l'intenzione di sbancare le classifiche. Vent'anni fa il cantautore britannico non aveva certo bisogno di conquistare il grande pubblico, dato che la sua band era al culmine della carriera e sul tetto del mondo, così come svendersi nel 2019 comporterebbe mosse ben più spregiudicate di un pezzo disco dalla vena psichedelica che non diventerà certo la hit dell'estate. Una volta sgombrato il campo da eventuali accuse infondate, conviene accettare i fatti per quello che sono: Noel, che la cosa piaccia o meno, fa quello che vuole. Chi ha voglia di seguirlo è il benvenuto, chi proprio non ce la fa può sempre mettere in loop i dischi degli Oasis. Il resto sono chiacchiere che scompariranno con la velocità di una timeline, in attesa di una nuova polemica (sterile) in grado di oscurare il contenuto a beneficio di un'analisi superficiale che lascia il tempo che trova.