4.07.2018

Baustelle - L'amore e la violenza Vol.2 (2018, Atlantic)

Sto ancora canticchiando "L'era dell'acquario" come se fosse uscita ieri, quando improvvisamente in un freddo pomeriggio di fine Gennaio vengo stuzzicato da un sibillino video promozionale che allude a un possibile nuovo album dei Baustelle in uscita. Che stia sbagliando qualcosa? Prendo in considerazione l'opportunità che la memoria si sta prendendo gioco di me, e quello che mi sembra un disco tutto sommato nuovo sia in realtà datato – che so – 2016. Capita, a volte; il tempo passa e “ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni, alla storia, al calendario”. Ma no, ho fatto bene i calcoli; "L'amore e la violenza" è uscito nel 2017, e per la prima volta in quasi vent'anni di carriera la band di Montepulciano pubblica due lp nel giro di quattordici mesi, collegandoli artisticamente attraverso l'espediente dei volumi.

Tra le mie tante convinzioni sbagliate ne annovero una che non riuscirò mai a sradicare: la diffidenza nei confronti di lavori che vedono la luce in tempi troppo ristretti. Un preconcetto che si trasforma in preoccupazione quando c'è di mezzo un gruppo che mi sta particolarmente a cuore, come in questo caso. Il turbamento è però stemperato da un paio di pensieri. Il primo proviene direttamente da Bianconi e soci che – in quello che interpreto subito come uno slancio di ironia – mettono le mani avanti precisando che si tratta di “dodici pezzi facili” e specificano al giorno del lancio che non sanno in quanto tempo si fanno i dischi (e se non lo sanno loro, cosa posso saperne io?). Il secondo è opera del mio cervello, che – ancora traumatizzato in senso positivo dal monumentale Fantasma – si aspettava qualcosa di più da "L'amore e la violenza", un album che ha raccolto consensi ma che al sottoscritto è sempre parso un po' troppo veloce e leggero; ricordo la precisa sensazione di avere metaforicamente tentato di girare il disco una volta giunto al pezzo finale, rimanendoci male nello scoprire che sull'altra facciata non ci fosse inciso nulla.

La mia occasione per girare il simbolico disco arriva dunque con questo Volume 2, scritto durante il tour con gli stessi strumenti utilizzati nel primo episodio, che si presenta con una copertina in tutto e per tutto affine (cromaticamente e a livello di caratteri utilizzati) a quella di un anno fa. Una cover in cui ancora una volta troneggiano due figure femminili: la donna (incarnata da nomi come Veronica e Giovanna, dal pronome personale “lei” disseminato ovunque e dal ricorrente anglicismo “Baby”) è la stella madre del sistema, e attorno a lei orbitano canzoni che cancellano il confine tra libertà e coercizione, che uniscono amore e violenza in un abbraccio tanto inspiegabile quanto reale. Perché – parola di Bianconi – l'amore è anche violenza. E non solo nei momenti più delicati (come quando una storia finisce), ma anche quando ti travolge e ti comanda a bacchetta senza che tu possa in opporti in alcun modo. Certo, "L'amore è negativo" sembra una traduzione quasi letterale di un noto brano dei Joy Division che ha segnato più generazioni; ma qui, a dispetto del titolo e del tema affrontato, si scorge una sorta di speranza, una flebile luce in fondo al tunnel che incita a conservare un barlume di fiducia. Dove riporla questa fiducia? Nel passato, nel presente o nel futuro, chissà. In un amore cosmico forse; in un concetto di amore che si eleva oltre i confini materiali della relazione stessa (quello “Che non muore mai / Più lontano degli dei”). L'amore atomico che prima brucia e poi si spegne, per poi riaccendersi magicamente quando non credevamo che fosse possibile (Credi che il vuoto di colpo sia bellissimo / Neghi che tutto sia vano e tutto inutile). In un amore perduto, che però non ne vuole proprio sapere di lasciarci in pace e sopravvive nel dolore (Tutto mi parla di te / Perfino la tua assenza mi fa compagnia). O anche in un amore immaginato, che deve ancora arrivare; chissà se perdere una donna in un giorno di sole uguale agli altri (come si perde un accendino o un portachiavi) possa rappresentare davvero un nuovo inizio.

La sensazione è che Bianconi abbia cercato di descrivere con una ciclicità quasi matematica l'irrazionale inseguimento tra principio e fine, che si rincorrono disperatamente a vicenda fino a confondersi: il paradosso di ritrovare la libertà aspettando una nuova sopraffazione – illusoria o reale – che dia un senso ai nostri giorni vuoti. Ci vuole coraggio a scrivere canzoni d'amore: si cammina su un filo, rischiando di precipitare nella stucchevolezza o nella consuetudine. Con questo disco i Baustelle sono riusciti a percorrere quel filo senza cadere. Il segreto? Essere espliciti senza esagerare, avere cura di lasciare libertà di interpretazione senza scivolare nell'incomprensibile e ricercare un prezioso equilibrio tra materialismo e idealismo (qualità che a mio modo di vedere li contraddistingue da sempre). In linea con i miei principi che spesso si rivelano errati ero pronto ad accogliere qualcosa di simile a una raccolta di b-side; un lavoro che potesse ambire ad un ruolo di appendice all'album di un anno fa, un prodotto indispensabile per i fan ma in un certo senso trascurabile per l'ascoltatore occasionale. Non sono mai stato così felice di vedere le mie aspettative disattese: "L'amore e la violenza Vol.2" parte dall'immaginario sonoro e lirico del primo volume e lo nobilita con grande classe e la giusta dose di spontaneità. Lascia un retrogusto amarognolo, che in fondo è quello che ci si aspetta da loro; ma lo fa attraverso un'ostentata “oscenità pop” che alleggerisce l'atmosfera e rende più semplice accettare il fatale scarto tra tra sogno e realtà.

8/10

Highlights: 
Veronica N.2, Lei malgrado te, A proposito di lei, Baby, L'amore è negativo, Perdere Giovanna.


11.30.2017

Noel Gallagher's High Flying Birds - Who built the moon? (2017, Sour Mash)

Talvolta le prime impressioni possono ingannare. Nonostante mi fossi rifiutato di considerare plausibile la somiglianza con una hit di Ricky Martin strombazzata in rete, quando qualche settimana fa ho ascoltato Holy Mountain ho pensato che suonasse in modo strano e che non rappresentasse Noel Gallagher per come avevo imparato a conoscerlo in più di vent'anni di onoratissima carriera.
Ma ora – giunto al terzo ascolto integrale di "Who built the moon?" - quelli che mi sembravano campanelli d'allarme si sono trasformati in travi portanti di un'architettura pensata e voluta.

Il terzo disco di Noel e dei suoi Birds mette le cose in chiaro fin dall'inizio; "Fort Knox" appoggia cori e vocalizzi sparsi su un'intelaiatura ritmica che suona decisamente rock, ma che nello sviluppo lascia trapelare la visione “sequenziale” del produttore David Holmes. A conti fatti sarà proprio questo approccio bastardo tra scrittura tradizionale e stesure che appartengono di fatto al mondo elettronico una delle carte vincenti dell'album. In questo senso la prima conferma la offre "It's a beautiful world", con un beat che strizza l'occhio ai Prodigy del '97 - periodo storico che coincide con la prima collaborazione tra Noel e i Chemical Brothers (l'immensa "Setting sun"). Caso vuole che la successiva (e illuminante) "She taught me how to fly" ricordi proprio la vena psichedelica del duo di Manchester - e già che stiamo parlando del celebre borgo inglese parrebbe scorretto non citare in questo contesto anche i New Order e i loro lunedì blu.

Il lato A del vinile termina così, e finora la voce di Noel (quasi sempre trattata) si è fatta largo sgomitando in mezzo a una moltitudine di strati sonori composti da chitarre, synth e pure qualche fiato. Girando il disco parte "Be careful what you wish for", e nella mia testa si materializza il sorriso beffardo di chi da sempre viene accusato di / idolatrato per avere saccheggiato i Beatles e con strafottente tranquillità risolve la questione proponendo una sua personale rivisitazione di "Come together" (uscendone più che bene). Il lento che tutti ci aspettiamo fa capolino poco dopo, ma è soltanto un interludio; per una ballad a tutti gli effetti bisogna aspettare l'imponente title track, che pur viaggiando a un ritmo rilassato non rinuncia agli artifici sonori già descritti, in nome di una ricercata coerenza stilistica.

Parlare di sperimentazione a tutto tondo sarebbe inopportuno: "Who built the moon?" esplora territori già battuti da molti, senza inventare nulla. Ma il fatto che uno dei più validi compositori che la storia del rock recente ricordi decida di affidare la sua vena creativa a un produttore nel quale crede talmente tanto da acconsentire di lasciare fuori dalla scaletta alcuni brani solo perché troppo simili a ciò che aveva già scritto in passato è segno di coraggio. Quel coraggio che ogni svolta richiede, e che va moltiplicato per due quando tale svolta non è espressamente richiesta. Perché diciamocelo: per quello che ha combinato in questo quarto di secolo, Noel avrebbe potuto tenere buoni quei pezzi che sono finiti nel cestino senza farsi troppi crucci. E invece ha preferito scegliere una strada diversa, una strada che forse non gli appartiene del tutto - ma che ha portato all'incisione di un disco solido e ispirato. Forse non perfetto o imprescindibile, ma inattaccabile in quanto a lucidità e impegno.

7.5/10

Highlights: 
Holy mountain, It's a beautiful world, She taught me how to fly, If love is the law, The man who built the moon.


10.07.2017

Liam Gallagher - As you were (2017, Warner Bros.)

Caro Liam, so che non te ne fregherà niente, ma devo confessarti che sono uno di quelli che nei derby di famiglia ha sempre parteggiato per tuo fratello. Appartengo alla fazione che sostiene che se Noel non avesse deciso di entrare a far parte della tua band avresti fatto molta più fatica a ad affermarti. Sei nato con un dono enorme, ma senza il talento di Noel a supporto non mi hai mai convinto. Sai, quella storia del pane e dei denti.

Tuttavia, un paio di anni fa mi è capitato di sentire dal vivo "Champagne supernova" nel corso di un live di Noel, e devo ammettere che ho sentito la tua mancanza; ma non c'eri, perché mentre tuo fratello scriveva un paio di album dignitosi tu eri impegnato con i Beady Eye che – scusa la franchezza – non hanno lasciato alcun segno.

E adesso mi guardi ostentando la tua proverbiale sicumera attraverso la copertina del primo disco a tuo nome. C'è da dire che non hai mai avuto problemi a metterci la faccia: per te è sempre stato facile. E sarebbe fin troppo facile da parte mia soffermarmi su ciò che non funziona in "As you were": testi leggerini o senza grande senso, melodie prevedibilmente autoreferenziali (i più maligni non mancheranno di osservare qualcosa tipo: “...e quindi copiate”), un'estetica sonora volontariamente datata e senza una vera direzione. Ma sei fortunato per almeno due ragioni. La prima è il famoso dono di cui sopra: ti trovo davvero in forma, Liam. Non ti sentivo cantare così da molto tempo. La seconda – molto personale, me ne rendo conto - è che alcuni di questi pezzi mi hanno scombussolato le viscere, andando a sfiorare le fragili corde della mia adolescenza.

Allora nonostante sia costretto a soffocare un “And so Sally can wait” mezzo secondo prima che parta il ritornello di "For what it's worth", le emozioni hanno il sopravvento e alla fine la canto comunque a squarciagola. Anche se dovrebbe essere illegale riprendere la metrica di "Supersonic", tu te ne freghi e la incolli sulla strofa di "Greedy soul" (che poi sfocia in un ritornello insipido, ma la frittata nostalgica è fatta e continuo a cantare insieme a te). In mezzo a questi due brani piazzi "Paper crown", riuscendo nell'incredibile impresa di farmi pensare per un attimo a David Bowie. "Wall of glass" è un singolo azzeccato, "Universal gleam" e "I get by" sono tanto banali quanto efficaci, "I've all I need" chiude con orgoglio.

Sarò onesto Liam: non mi aspettavo nulla, e invece mi ritrovo con una manciata di pezzi gradevoli. Credevo di archiviare la questione con un paio di ascolti, ma mi accorgo di avere passato un intero pomeriggio tra skip e repeat. Continuo a sostenere che "As you were" “spolpato” da tutto quello che hanno rappresentato gli Oasis sia ben poco accattivante; ma d'altronde suppongo sia impossibile nascondere un passato così ingombrante. In più ci hai messo la faccia, e questo ti fa onore. Cheers, Liam.

6.5/10

Highlights: 
Wall of glass, Paper crown, For what it's worth, Universal gleam, I've all I need.


9.26.2017

The Killers - Wonderful wonderful (2017, Island)

Non è colpa mia se quando sento pronunciare Killers mi scatta automaticamente in testa un roboante “Coming out of my cage / And I've been doing just fine”. D'altra parte se ti presenti al mondo esibendo un pezzo immenso come "Mr. Brightside" il rischio di non riuscire nell'impresa di ripeterti al 100% è altissimo. Correva l'anno 2003. "Hot Fuss" era il manifesto dell'energia di una band che voleva fare sentire la propria voce e che – sebbene recuperando dal passato con metodo alla stregua di altri gruppi di quel periodo lì – riusciva ad eccellere sprigionando una notevole freschezza. La popolarità dei ragazzi di Las Vegas è perfino salita via "When we were young", per raggiungere l'apice con un trionfo pop del calibro di "Human" (per i critici l'inizio del declino, per le masse l'occasione più ghiotta per conoscerli). Ma dopo "Day & age" il giocattolo scricchiola: una pausa, Flowers che ci prova da solo ed ecco arrivare "Battle born", universalmente riconosciuto come l'album più inoffensivo della carriera dei Killers.

Mi avvicino a Wonderful Wonderful con un approccio a metà tra leggera sfiducia e rovinoso pessimismo, e al termine dell'ascolto vengo rapito dallo sconforto. Sarebbe davvero troppo facile ironizzare sulla vena creativa del quartetto facendo leva sull'aberrante titolo dell'album o sul comodo assist fornitomi dal brano finale (che si chiama "Have all the songs been written?"), quindi decido di mantenere la calma. Prendo un bel respiro e pure un metaforico cancellino con il quale elimino dalla mia personale lavagna mentale i Killers di inizio millennio, riponendo con premura le varie "Somebody told me", "Change your mind" e "For reasons unknown" in un cassetto: lasciamo il passato al suo posto. Quando premo play per la seconda volta mi accorgo che in fin dei conti qualcosa da salvare c'è.

Se la title-track non possiede proprio nulla di Wonderful, la sostenuta "Run for cover" si fa ballare di gusto con annessi assentimenti convinti di capo. Laddove "The man" lascia quasi indifferenti nel suo scimmiottare inefficacemente il funk sintetico anni 80, "Tyson Vs. Douglas" rende un onesto tributo a certi stilemi di epoca New Wave. Per una ballad finale soporifera c'è una "Life to come" che va a ripescare l'istinto armonico primordiale dei Killers, strappando un degno consenso. Il resto rasenta la noia: "Rut" se la cava pur essendo un tantino ridondante in quanto a capricci nostalgici, "Some kind of love" e "Out of my mind" provocano sonori sbadigli e "The calling" finisce presto nel dimenticatoio senza incontrare resistenze.

"Wonderful Wonderful" porta con sé due notizie, una buona e l'altra cattiva. Quella buona è che "Battle born" per ora rimane senza dubbio il momento più basso della carriera della band, perché in questo disco ci sono tre o quattro brani azzeccati. La brutta notizia è che tre o quattro brani sono ancora troppo poco per affermare che i Killers si stiano definitivamente riscuotendo dalla nebbia di torpore che li avvolge da quasi dieci anni. Rimandati a un altro Settembre.

5.5/10

Highlights: 
Rut, Life to come, Run for cover, Tyson Vs. Douglas.


9.04.2017

Lcd Soundsystem - American dream (2017, DFA / Columbia)

E' inutile che tenti di trovare dei giri di parole: io adoro le band che si prendono il proprio tempo. In un'epoca di algoritmi che favoriscono l'”adesso e ora” e dove notizie, eventi, opere ed emozioni vengono macinate a una velocità insostenibile trasformando istantaneamente l'eccitante presente in un banale passato, trovo confortante che esista ancora qualcuno che se ne freghi dei ritmi imposti dalla società e preferisca prendersi il tempo che serve per rifinire, curare e coccolare le proprie fatiche.
In questo senso la notizia che James Murphy a un certo punto abbia deciso di interrompere il percorso degli LCD Soundsystem per dedicarsi (tra le altre cose) alla creazione di una sua personale miscela di espresso è a dir poco meravigliosa. Da una parte c'è chi venderebbe la famiglia per azzeccare un singolo e cavalcarne l'onda; dall'altra c'è lui, che marchia a fuoco il suono di New York del ventunesimo secolo con tre dischi epici e poi decide che ha bisogno di una pausa caffè.

Passano quindi sette anni, e "American dream" – quarto album della formazione Newyorkese – si materializza nel mio hard disk al crepuscolo dell'estate sfoggiando una copertina talmente impresentabile che non potrebbe nemmeno ambire al ruolo di artwork provvisorio. Ma io – colto da un brusco quanto inaspettato slancio punk – la prendo bene, sperando in una corroborante vittoria della sostanza sulla forma.
E bastano le prime note della languida "Oh baby" per capire che mai speranza fu meglio riposta: il tempo si cristallizza, i secoli si confondono e questo immenso ritornello che si srotola in un cupo crescendo mi lascia inerme a fissare il vuoto, mentre nell'aria riecheggiano le lancinanti parole finali di Murphy (There's always a side door into the dark).
A tirarmi fuori da questo incantevole buco nero ci pensano il freddo funk psichedelico di "Other voices", l'incedere risoluto di "I used to" e i virtuosismi dissonanti di "Change yr mind", prima che i quasi 10 minuti dell'arrabbiato brano centrale del disco ("How do you sleep?") mi catapultino in un sogno drogato senza uscita. Mentre intorpidito mi sto ancora godendo le ultime sbavature di synth zeppo di riverbero, i bassi di "Tonite" mi assestano uno schiaffo tremendo scaraventandomi in uno scantinato buio e sporco della Grande Mela, e intorno a me ci sono solo fumo e luci stroboscopiche. L'eclettismo è cosa buona e giusta quando sei un fuoriclasse.
Proprio quando credo che ora – soprattutto dopo una doppietta di questo calibro - sia giunto il momento di testimoniare un'inevitabile leggera flessione ispirazione, ecco materializzarsi il dritto rock sapientemente (auto)citazionista di "Call the police", la perfetta ballad in sei ottavi che da il titolo all'album, il Post-Punk (con doppia P maiuscola) di "Emotional haircut" e il mastodontico, sconvolgente e definitivo finale.
Scorrono i titoli di coda, in sala cala il buio e faccio fatica a realizzare che le mie orecchie hanno appena ascoltato quello che senza dubbio si può definire un capolavoro moderno. Un'opera rifinita, curata e coccolata. Senza tempo.

8.5/10

Highlights: 
Tutto.


2.20.2017

10 band che piacerebbero oggi al cinquantenne Kurt Cobain


Corre voce che quel maledetto giorno di Aprile del 1994 Courtney Love abbia ritrovato sul piatto dell'impianto stereo di casa "Automatic for the people" dei R.E.M.. Fu l'ultimo album ascoltato da Kurt Cobain prima del fatidico colpo di fucile. Kurt adorava i R.E.M., al punto che pare fosse in programma l'incisione di un album acustico insieme a Michael Stipe. Conosciamo anche altri dettagli sulle sue passioni musicali, ed è opportuno aprire la lunga (e piuttosto eclettica) lista con i Beatles, magari sottolineando l'intuibile preferenza per Lennon (associata a un altrettanto logico disinteresse per la scrittura di McCartney). L'elenco prosegue con Queen, Led Zeppelin e Black Sabbath. E poi il punk, naturalmente: dai Clash ai Sex Pistols, dai Black Flag ai Bad Brains. Non dimentichiamoci inoltre dei Pixies, che Cobain aveva confessato di scopiazzare senza vergogna, o delle sue note infatuazioni per Melvins e Sonic Youth. Fin qui tutto scorre. A complicare le cose subentrano nomi come Kiss, Aerosmith e AC/DC – che a ben vedere non stonerebbero nella categoria di band tutte festa-sesso-amore tanto odiate dalla cricca grunge. E che dire di Fleetwood Mac e Electric Light Orchestra, gruppi con una spiccata inclinazione pop? Considerando tutti gli aneddoti a nostra disposizione la tabella potrebbe diventare ancora più intricata e gli indizi sempre meno chiari: il leader dei Nirvana aveva una testa tutta sua, e di conseguenza era attratto da artisti e stili musicali molto distanti tra di loro. Ma siccome mi piace farmi del male, oggi provo a rispondere a una domanda folle: che cosa ascolterebbe oggi, a 50 anni, Kurt Cobain? 


Foo Fighters


Sono decollato senza la minima idea di quale landa desolata possano toccare i miei piedi una volta a terra, quindi concedetemi un atterraggio morbido. Il link è evidente, scontato. Percepisco i vostri “Vabbè, grazie tante” in coro. E credo anche che sia sbagliato considerare i Foo Fighters come il “naturale proseguimento” dei Nirvana. Ma aggirando la spinosa questione “Quanto sarebbero girate le palle a Kurt Cobain se fosse ancora tra di noi e avesse dovuto testimoniare lo strepitoso successo del suo batterista?”, penso che le affinità genetiche tra le due band siano semplicemente troppo forti per essere ignorate. Ascoltate brani come "All my life", oppure "I'll stick around"; confesso di avere più volte messo in pratica il malsano esercizio di immaginarmeli cantati da Kurt. E adoro immaginare che pezzi come questi (ma sono solo due esempi, ce ne sono quanti ne volete) finiscano di quando in quando nel suo stereo lassù, accompagnati da espressioni di stima.


The White Stripes


Qualcosa mi dice che il metodo punk applicato al blues di Meg e Jack White sarebbe andato particolarmente a genio a Kurt. D'altra parte la sua interpretazione di "Where did you sleep last night" di Leadbelly nello storico Unplugged di New York (ma anche in molti altri live precedenti) rivela la sua passione per il blues e in qualche modo si avvicina al suddetto metodo, specialmente quando Kurt mette a dura prova le sue corde vocali urlando a squarciagola l'ultima strofa della canzone.


Weezer


Sono convinto che oltre a riferimenti musicali molto simili (Pixies, Beatles, Sonic Youth e Kiss), le personalità di Rivers Cuomo e Kurt Cobain condividano un tratto importante: l'emotività. La differenza sostanziale sta nel modo in cui la esprimono. Cobain incarna la quintessenza dell'eroe maledetto privo del benché minimo equilibrio, che alterna rabbia a ironia, alti a bassi, momenti di delirio festante a lunghi esili solitari. Cuomo è invece il nerd passionale cresciuto a fumetti e Dungeons & Dragons; segue una dieta vegetariana da una vita, ha dichiarato di essersi astenuto dal sesso per due anni fino al giorno in cui ha sposato l'attuale moglie e insegna meditazione (oltre a scrivere delle bellissime serenate power-pop). Il mio unico dubbio riguarda il peso che avrebbe avuto la marcata influenza dei Beach Boys nel giudizio di Kurt sulla musica dei Weezer, ma mi piace pensare che non sarebbe stato un ostacolo insormontabile.


Queens Of The Stone Age


Qui potrei ricevere la seconda ammonizione per “collegamenti scontati”, dal momento che Josh Homme conosceva i Nirvana e ha perfino dedicato una canzone a Dave e Krist dopo la scomparsa di Kurt (è una delle ghost-track incluse nell'ultimo disco dei Kyuss, la sua band pre-QOTSA). Ma suppongo che il carisma di Homme avrebbe fatto breccia nella sensibilità di Cobain, e l'ostentata ripetizione dei riff che scimmiotta la musica elettronica traslandola in ambito rock – uno dei tanti pregi stilistici dei Queens Of The Stone Age – avrebbe incontrato l'approvazione di Kurt.


The Shins


Con l'album capolavoro “Oh, inverted world” del 2001 hanno rinverdito l'immagine della Sub Pop Records, la storica etichetta di Seattle che stampò "Bleach" e divenne il megafono principale della scena grunge per poi eclissarsi (fino appunto all'avvento dei The Shins). Aldilà di ciò, alla compagine di James Mercer è attribuito il merito di avere colto l'essenza del pop/rock anni 60 riproponendola con un linguaggio moderno, così da renderla più digeribile anche per le nuove generazioni. Kurt avrebbe senza dubbio lodato entrambe le imprese.


Radiohead


“Non voglio fare la fine di Eric Clapton. Lo rispetto, ma non voglio modificare le canzoni per adattarle alla mia età”. E' una frase tratta da un'intervista a Kurt Cobain a pochi mesi dalla fine di tutto, un pensiero che covava un desiderio di freschezza e rinnovamento che per ovvie ragioni non trovò il tempo di concretizzarsi. Che poi coincide con il modus operandi di Thom Yorke e soci: evoluzione continua e sguardo rivolto sempre e comunque al futuro, infischiandosene dei fasti del passato e mettendo sempre in primo piano la voglia di sperimentare nuove strade in musica. Probabilmente Kurt non avrebbe mai svoltato in stile "Kid A", ma le sue parole certificano che è un'attitudine che avrebbe gradito eccome.


Savages


Sarebbe un peccato capitale non includere in questa lista almeno una band formata da ragazze (meglio se incazzate). Ricordiamoci di Miss Cobain (all'anagrafe Courtney Love), ma anche di Kathleen Anna, leader delle Bikini Kill nonché autrice della scritta “Kurt smells like teen spirit” apposta sul muro di casa Cobain con della vernice spray – frase che ispirò il titolo del pezzo che cambiò le regole del rock nei primi anni novanta. Nonostante le Savages prendano le distanze dalla definizione “riot grrrl”, il loro piglio punk sembra proprio in linea con il Kurt-pensiero.


Mogwai


Nel numero di Maggio del 1994 dell'autorevole rivista The Wire, il critico britannico Simon Reynolds coniò la definizione “Post-Rock”. Kurt se n'era andato un mese prima, e non si sarebbe mai confrontato con questa espressione e con tutti i dilemmi ad essa associati (quali band includere in tale genere). Sta di fatto che l'amore di Cobain per la sperimentazione con la chitarra (ascoltare le deliranti "Endless nameless" e "Gallons of alcohol flow through the strip" nascoste in fondo a Nevermind e In Utero) e la sua proverbiale predilezione per i chiaroscuro mi fanno credere che avrebbe senz'altro abbracciato con entusiasmo la scena. Avrei potuto optare per altre band (magari più estreme, anche considerando la registrazione del nostro insieme a William S. Burroughs), ma ho scelto i Mogwai perché a mio parere riescono a toccare le corde e le emozioni giuste, quelle che avrebbero fatto vibrare anche l'anima di Kurt.


Courtney Barnett


Che il nome di battesimo della Barnett coincida con quello della Love è pura fatalità; i motivi per cui includo la cantautrice Australiana in questa lista sono prettamente stilistici. Courtney scrive canzoni in equilibrio perfetto tra punk, pop e rock più classico (con marcate influenze blues). Inoltre sono convinto che Kurt si sarebbe ritrovato nella sua “impassibilità espressiva” (in inglese “deadpan”) e nel suo sarcasmo (vedi il titolo dell'album di debutto: “Sometimes I sit and think, and sometimes I just sit”).


Wilco


Folk in bilico tra classicismi rock e vena alternativa, scivolando talvolta in sperimentalismi vari: la ricetta di Jeff Tweedy e dei suoi Wilco mi sembra la perfetta concessione ai “momenti Fleetwood Mac” di Kurt Cobain.

9.10.2016

1991/09/10 - 2016/09/10: Venticinque anni di Smells Like Teen Spirit


Il 10 Settembre 1991 stavo per compiere 13 anni, e non sapevo chi fossero i Nirvana. Nel mio walkman si alternavano cassette dei Queen e dei Guns N' Roses, album degli AC/DC e dei Doors, qualcosa dei Kiss e degli Aerosmith. Poi - siccome in quel periodo storico faceva figo essere duri e arrabbiati - le copertine dei dischi degli iron Maiden e dei Megadeth mi convinsero a sottopormi a intense sessioni di ascolti Heavy Metal, che mi portarono alla convinzione di essere un vero metallaro. A quel punto, il passo da Metallica & affini a cose più estreme tipo Slayer e Sepultura fu praticamente obbligatorio. Ancora oggi non ho nessuna idea dei motivi per cui un ragazzino che prendeva lezioni di pianoforte classico e che aveva una spiccata predilezione per la melodia sentisse un bisogno impellente di “ribellarsi” ricercando un suono aggressivo e chiassoso. Non escludo – come già accennato – che i tempi e le mode abbiano giocato un ruolo chiave in questa scelta. Però andò così.

Eppure c'era qualcosa che non mi quadrava del tutto. Non solo lo sentivo dentro di me, ma era piuttosto palese. Ascoltavo "Ride the lightning" esaltandomi su "Fight fire with fire", ma in realtà aspettavo che il nastro arrivasse a "Fade to black". Andavo ai concerti Metal, ma mi limitavo a cantare e ascoltare, tenendomi a distanza di sicurezza dal pogo. E non mi passava nemmeno per la testa di indossare un chiodo e degli stivali. Insomma, c'era qualcosa di forzato nel volere ricercare a tutti i costi di aderire a una forma mentis che non mi apparteneva al 100%. Ma adolescenza fa spesso rima con testardaggine: piuttosto di mettere in dubbio le mie convinzioni, le scacciavo via e procedevo in direzione ostinata e contraria, finendo addirittura a comprare dischi di Death Metal puro – dove ci voleva parecchia immaginazione per scovare un abbozzo di melodia.

Poi un bel giorno un amico inserì nel mio stereo portatile il cd di Nevermind, e le note di "Smells like teen spirit" mi tramortirono. Era Metal? No, a quanto pare era Grunge, mi dissero. E che cos'era il Grunge? Non me ne importava nulla. Quel pezzo era perfetto stilisticamente, emotivamente e a livello sonoro. Perfetto. Era duro, ma la sua forza stava anche nella musicalità. Era incazzato nel modo giusto. Era così semplice da risultare assolutamente raggiungibile: neanche l'ombra di un tecnicismo, perfino un chitarrista alle prime armi avrebbe potuto imparare quell'assolo di chitarra tanto basilare quanto appropriato. Insomma, avevo trovato quello che stavo inconsapevolmente cercando. E oggi – a 25 anni di distanza – so per certo che non ho mai più provato un'emozione simile ascoltando una canzone per la prima volta. Chiudo gli occhi, metto "Smells like teen spirit" in repeat e provo a ricordare le ragioni per cui questo pezzo mi ha cambiato la vita.


01 – Io ascoltavo la pop music perché ero infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?

La citazione di Alta Fedeltà di Nick Hornby calza a pennello. Qualcuno potrebbe dissentire sul fatto che Smells Like Teen Spirit fosse effettivamente un pezzo pop, ma il tempo lo ha consacrato come tale (e lo stesso Kurt ha dichiarato che in fase di composizione stava cercando di scrivere la perfetta canzone pop). Ed era una canzone molto, molto infelice – al pari di Cobain. Ma l'infelicità in questo caso non veniva espressa attraverso i convenzionali accordi minori o tramite languidi arpeggi di chitarra acustica accompagnati da una voce sussurrata. Nossignore: in questo caso l'infelicità si trasformava in energia, e pure positiva. Era un modo di esprimere l'infelicità che ti faceva venire voglia di ballare, di pogare, di urlare. E alla fine ti ritrovavi ad esorcizzare lil tuo sconforto interiore gridando più forte che potevi, senza tuttavia riuscire a liberartene del tutto - nel più spiazzante degli equilibri.


02 – Chiaroscuro

Il brano gira su quattro accordi per cinque minuti. Una stesura armonica banalissima, che senza una adeguata interpretazione porterebbe rapidamente alla noia. La differenza però la fanno l'intensità emotiva e lo sviluppo del pezzo, che prima ti culla e poi ti schiaffeggia – seguendo (come ammesso dallo stesso Cobain) la lezione dei Pixies, “...prima sommessi e tranquilli, poi fragorosi ed energici”. Ai tempi – in un'improvvisa quanto inspiegabile smania adolescenziale di condividere le mie passioni – mi ero ritrovato a pensare che avrei potuto fare ascoltare la strofa ai miei genitori, convinto che avrebbero apprezzato. Sapevo invece che non avrei avuto altrettanta fortuna con il ritornello, che aveva qualcosa di proibito. Era talmente sfacciato e arrabbiato da risultare in qualche modo offensivo. Era un'ode allo spaccare tutto. Quella chitarra – che fino a al bridge (intro a parte) si era limitata a suonare due misere note – ora sferragliava come un ossesso, la voce – dapprima morbida – pareva posseduta dal demonio, e la furiosa batteria di Dave Grohl faceva il resto. No, non era adatto agli Adulti. Decisi quindi che avrei tenuto il ritornello – e di conseguenza il pezzo intero - solo per me.


03 – “Profuma di spirito adolescenziale”

Con una conoscenza dell'inglese da terza media – e più in generale un livello nazionale di dimestichezza piuttosto basso con la lingua anglosassone, visto che si parla dell'inizio degli anni 90 – un titolo del genere per un tredicenne italiano si presentava accompagnato da un alone quasi leggendario. Si narra che Kurt abbia voluto intitolare così il pezzo per via di una scritta che la sua amica Kathleen Hanna (delle Bikini Kill) aveva apposto sul muro di casa sua con della vernice spray. “Kurt Smells Like Teen Spirit”: Kurt profuma di Teen Spirit, laddove Teen Spirit si riferiva a un deodorante per adolescenti molto usato all'epoca. Cobain invece interpretò la marca del deodorante in senso letterale, dandogli un'accezione personale e sociale: Teen Spirit come spirito adolescenziale, e quindi ribellione e tutto quello che ne segue. In ogni caso, l'opportunità di raccontare ai propri amici che “ieri sera ho ascoltato Smells Like Teen Spirit” (con tutte le difficoltà di pronuncia annesse) non ce la si poteva lasciare sfuggire: a declamare “Ieri sera ho ascoltato "Don't cry"” erano buoni tutti.


04 – “L'ho trovato difficile, è stato difficile trovarlo, non fa niente, lascia stare”

Oltretutto quel magnifico titolo non appariva nemmeno nel testo della canzone. Un testo a dir poco incomprensibile, criptico e fuori di testa. Considerando inoltre che ai tempi Google era fantascienza, la frittata era fatta: ognuno recitava le parole che capiva, e le parole chiare erano davvero poche. Tradurre le urla di Kurt nel ritornello era un'impresa, con tutto quel frastuono (forse filtrava un “I feel stupid”). E poi cosa diavolo c'entravano gli albini, i mulatti e i mosquitos? I continui cambi di soggetto nelle strofe rendevano la narrazione impossibile da decifrare, mentre non credo che qualcuno sia mai riuscito a captare quel How Low nascosto tra i mille Hello del bridge. Per fortuna che svettavano frasi come “I'm Worse At What I Do Best”, “It's Fun To Lose And To Pretend” o “I Found It Hard, It Was Hard To Find, Oh Well Whatever, Nevermind”, che erano più che sufficienti per entrare in completa sintonia con il pensiero dei Nirvana.


05 – Palestre, cheerleader, poghi e bidelli

Ragazze pon-pon annoiate (“Eccoci qui. Intratteneteci.”) che incitano quasi controvoglia un pubblico inizialmente tranquillo, che con il passare dei minuti si scatena sempre di più, arrivando a pogare e a fare crowd-surfing. Il bidello che si lascia trasportare dal ritmo e balla con la sua scopa. Lo sguardo di mezza sfida di Kurt Cobain quando termina l'assolo e attacca con la terza strofa. L'inevitabile distruzione degli strumenti finale. Centinaia di volti, e NESSUN sorriso. Scene girate in una palestra della tipica High School Americana, filtrate attraverso una luce disorientante e qualche nuvola di fumo.
Così io – abituato a scene da film di Hollywood dove bellissime cheerleader si dannano l'anima per mettersi in mostra e coinvolgere i tifosi entusiasti in un'atmosfera di festa e allegria – la prima volta che mi imbattei nel video rimasi a bocca aperta. Non era esattamente un capovolgimento della realtà, ma piuttosto una visione alternativa e conturbante della stessa.
“Caricate le armi e portate i vostri amici”, perché qui si fa la rivoluzione. Come già sottolineato, era difficile capire le parole del testo, ma il videoclip riusciva comunque a comunicare il messaggio: quelle scene erano un invito a trasformare la debolezza della cosiddetta Generazione X in energia per risollevarsi.
Nonostante il primo a non crederci fino in fondo fosse proprio lo stesso Kurt.