9.26.2017

The Killers - Wonderful wonderful (2017, Island)

Non è colpa mia se quando sento pronunciare Killers mi scatta automaticamente in testa un roboante “Coming out of my cage / And I've been doing just fine”. D'altra parte se ti presenti al mondo esibendo un pezzo immenso come "Mr. Brightside" il rischio di non riuscire nell'impresa di ripeterti al 100% è altissimo. Correva l'anno 2003. "Hot Fuss" era il manifesto dell'energia di una band che voleva fare sentire la propria voce e che – sebbene recuperando dal passato con metodo alla stregua di altri gruppi di quel periodo lì – riusciva ad eccellere sprigionando una notevole freschezza. La popolarità dei ragazzi di Las Vegas è perfino salita via "When we were young", per raggiungere l'apice con un trionfo pop del calibro di "Human" (per i critici l'inizio del declino, per le masse l'occasione più ghiotta per conoscerli). Ma dopo "Day & age" il giocattolo scricchiola: una pausa, Flowers che ci prova da solo ed ecco arrivare "Battle born", universalmente riconosciuto come l'album più inoffensivo della carriera dei Killers.

Mi avvicino a Wonderful Wonderful con un approccio a metà tra leggera sfiducia e rovinoso pessimismo, e al termine dell'ascolto vengo rapito dallo sconforto. Sarebbe davvero troppo facile ironizzare sulla vena creativa del quartetto facendo leva sull'aberrante titolo dell'album o sul comodo assist fornitomi dal brano finale (che si chiama "Have all the songs been written?"), quindi decido di mantenere la calma. Prendo un bel respiro e pure un metaforico cancellino con il quale elimino dalla mia personale lavagna mentale i Killers di inizio millennio, riponendo con premura le varie "Somebody told me", "Change your mind" e "For reasons unknown" in un cassetto: lasciamo il passato al suo posto. Quando premo play per la seconda volta mi accorgo che in fin dei conti qualcosa da salvare c'è.

Se la title-track non possiede proprio nulla di Wonderful, la sostenuta "Run for cover" si fa ballare di gusto con annessi assentimenti convinti di capo. Laddove "The man" lascia quasi indifferenti nel suo scimmiottare inefficacemente il funk sintetico anni 80, "Tyson Vs. Douglas" rende un onesto tributo a certi stilemi di epoca New Wave. Per una ballad finale soporifera c'è una "Life to come" che va a ripescare l'istinto armonico primordiale dei Killers, strappando un degno consenso. Il resto rasenta la noia: "Rut" se la cava pur essendo un tantino ridondante in quanto a capricci nostalgici, "Some kind of love" e "Out of my mind" provocano sonori sbadigli e "The calling" finisce presto nel dimenticatoio senza incontrare resistenze.

"Wonderful Wonderful" porta con sé due notizie, una buona e l'altra cattiva. Quella buona è che "Battle born" per ora rimane senza dubbio il momento più basso della carriera della band, perché in questo disco ci sono tre o quattro brani azzeccati. La brutta notizia è che tre o quattro brani sono ancora troppo poco per affermare che i Killers si stiano definitivamente riscuotendo dalla nebbia di torpore che li avvolge da quasi dieci anni. Rimandati a un altro Settembre.

5.5/10

Highlights: 
Rut, Life to come, Run for cover, Tyson Vs. Douglas.


9.04.2017

Lcd Soundsystem - American dream (2017, DFA / Columbia)

E' inutile che tenti di trovare dei giri di parole: io adoro le band che si prendono il proprio tempo. In un'epoca di algoritmi che favoriscono l'”adesso e ora” e dove notizie, eventi, opere ed emozioni vengono macinate a una velocità insostenibile trasformando istantaneamente l'eccitante presente in un banale passato, trovo confortante che esista ancora qualcuno che se ne freghi dei ritmi imposti dalla società e preferisca prendersi il tempo che serve per rifinire, curare e coccolare le proprie fatiche.
In questo senso la notizia che James Murphy a un certo punto abbia deciso di interrompere il percorso degli LCD Soundsystem per dedicarsi (tra le altre cose) alla creazione di una sua personale miscela di espresso è a dir poco meravigliosa. Da una parte c'è chi venderebbe la famiglia per azzeccare un singolo e cavalcarne l'onda; dall'altra c'è lui, che marchia a fuoco il suono di New York del ventunesimo secolo con tre dischi epici e poi decide che ha bisogno di una pausa caffè.

Passano quindi sette anni, e "American dream" – quarto album della formazione Newyorkese – si materializza nel mio hard disk al crepuscolo dell'estate sfoggiando una copertina talmente impresentabile che non potrebbe nemmeno ambire al ruolo di artwork provvisorio. Ma io – colto da un brusco quanto inaspettato slancio punk – la prendo bene, sperando in una corroborante vittoria della sostanza sulla forma.
E bastano le prime note della languida "Oh baby" per capire che mai speranza fu meglio riposta: il tempo si cristallizza, i secoli si confondono e questo immenso ritornello che si srotola in un cupo crescendo mi lascia inerme a fissare il vuoto, mentre nell'aria riecheggiano le lancinanti parole finali di Murphy (There's always a side door into the dark).
A tirarmi fuori da questo incantevole buco nero ci pensano il freddo funk psichedelico di "Other voices", l'incedere risoluto di "I used to" e i virtuosismi dissonanti di "Change yr mind", prima che i quasi 10 minuti dell'arrabbiato brano centrale del disco ("How do you sleep?") mi catapultino in un sogno drogato senza uscita. Mentre intorpidito mi sto ancora godendo le ultime sbavature di synth zeppo di riverbero, i bassi di "Tonite" mi assestano uno schiaffo tremendo scaraventandomi in uno scantinato buio e sporco della Grande Mela, e intorno a me ci sono solo fumo e luci stroboscopiche. L'eclettismo è cosa buona e giusta quando sei un fuoriclasse.
Proprio quando credo che ora – soprattutto dopo una doppietta di questo calibro - sia giunto il momento di testimoniare un'inevitabile leggera flessione ispirazione, ecco materializzarsi il dritto rock sapientemente (auto)citazionista di "Call the police", la perfetta ballad in sei ottavi che da il titolo all'album, il Post-Punk (con doppia P maiuscola) di "Emotional haircut" e il mastodontico, sconvolgente e definitivo finale.
Scorrono i titoli di coda, in sala cala il buio e faccio fatica a realizzare che le mie orecchie hanno appena ascoltato quello che senza dubbio si può definire un capolavoro moderno. Un'opera rifinita, curata e coccolata. Senza tempo.

8.5/10

Highlights: 
Tutto.


9.10.2016

1991/09/10 - 2016/09/10: Venticinque anni di Smells Like Teen Spirit


Il 10 Settembre 1991 stavo per compiere 13 anni, e non sapevo chi fossero i Nirvana. Nel mio walkman si alternavano cassette dei Queen e dei Guns N' Roses, album degli AC/DC e dei Doors, qualcosa dei Kiss e degli Aerosmith. Poi - siccome in quel periodo storico faceva figo essere duri e arrabbiati - le copertine dei dischi degli iron Maiden e dei Megadeth mi convinsero a sottopormi a intense sessioni di ascolti Heavy Metal, che mi portarono alla convinzione di essere un vero metallaro. A quel punto, il passo da Metallica & affini a cose più estreme tipo Slayer e Sepultura fu praticamente obbligatorio. Ancora oggi non ho nessuna idea dei motivi per cui un ragazzino che prendeva lezioni di pianoforte classico e che aveva una spiccata predilezione per la melodia sentisse un bisogno impellente di “ribellarsi” ricercando un suono aggressivo e chiassoso. Non escludo – come già accennato – che i tempi e le mode abbiano giocato un ruolo chiave in questa scelta. Però andò così.

Eppure c'era qualcosa che non mi quadrava del tutto. Non solo lo sentivo dentro di me, ma era piuttosto palese. Ascoltavo "Ride the lightning" esaltandomi su "Fight fire with fire", ma in realtà aspettavo che il nastro arrivasse a "Fade to black". Andavo ai concerti Metal, ma mi limitavo a cantare e ascoltare, tenendomi a distanza di sicurezza dal pogo. E non mi passava nemmeno per la testa di indossare un chiodo e degli stivali. Insomma, c'era qualcosa di forzato nel volere ricercare a tutti i costi di aderire a una forma mentis che non mi apparteneva al 100%. Ma adolescenza fa spesso rima con testardaggine: piuttosto di mettere in dubbio le mie convinzioni, le scacciavo via e procedevo in direzione ostinata e contraria, finendo addirittura a comprare dischi di Death Metal puro – dove ci voleva parecchia immaginazione per scovare un abbozzo di melodia.

Poi un bel giorno un amico inserì nel mio stereo portatile il cd di Nevermind, e le note di "Smells like teen spirit" mi tramortirono. Era Metal? No, a quanto pare era Grunge, mi dissero. E che cos'era il Grunge? Non me ne importava nulla. Quel pezzo era perfetto stilisticamente, emotivamente e a livello sonoro. Perfetto. Era duro, ma la sua forza stava anche nella musicalità. Era incazzato nel modo giusto. Era così semplice da risultare assolutamente raggiungibile: neanche l'ombra di un tecnicismo, perfino un chitarrista alle prime armi avrebbe potuto imparare quell'assolo di chitarra tanto basilare quanto appropriato. Insomma, avevo trovato quello che stavo inconsapevolmente cercando. E oggi – a 25 anni di distanza – so per certo che non ho mai più provato un'emozione simile ascoltando una canzone per la prima volta. Chiudo gli occhi, metto "Smells like teen spirit" in repeat e provo a ricordare le ragioni per cui questo pezzo mi ha cambiato la vita.


01 – Io ascoltavo la pop music perché ero infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?

La citazione di Alta Fedeltà di Nick Hornby calza a pennello. Qualcuno potrebbe dissentire sul fatto che Smells Like Teen Spirit fosse effettivamente un pezzo pop, ma il tempo lo ha consacrato come tale (e lo stesso Kurt ha dichiarato che in fase di composizione stava cercando di scrivere la perfetta canzone pop). Ed era una canzone molto, molto infelice – al pari di Cobain. Ma l'infelicità in questo caso non veniva espressa attraverso i convenzionali accordi minori o tramite languidi arpeggi di chitarra acustica accompagnati da una voce sussurrata. Nossignore: in questo caso l'infelicità si trasformava in energia, e pure positiva. Era un modo di esprimere l'infelicità che ti faceva venire voglia di ballare, di pogare, di urlare. E alla fine ti ritrovavi ad esorcizzare lil tuo sconforto interiore gridando più forte che potevi, senza tuttavia riuscire a liberartene del tutto - nel più spiazzante degli equilibri.


02 – Chiaroscuro

Il brano gira su quattro accordi per cinque minuti. Una stesura armonica banalissima, che senza una adeguata interpretazione porterebbe rapidamente alla noia. La differenza però la fanno l'intensità emotiva e lo sviluppo del pezzo, che prima ti culla e poi ti schiaffeggia – seguendo (come ammesso dallo stesso Cobain) la lezione dei Pixies, “...prima sommessi e tranquilli, poi fragorosi ed energici”. Ai tempi – in un'improvvisa quanto inspiegabile smania adolescenziale di condividere le mie passioni – mi ero ritrovato a pensare che avrei potuto fare ascoltare la strofa ai miei genitori, convinto che avrebbero apprezzato. Sapevo invece che non avrei avuto altrettanta fortuna con il ritornello, che aveva qualcosa di proibito. Era talmente sfacciato e arrabbiato da risultare in qualche modo offensivo. Era un'ode allo spaccare tutto. Quella chitarra – che fino a al bridge (intro a parte) si era limitata a suonare due misere note – ora sferragliava come un ossesso, la voce – dapprima morbida – pareva posseduta dal demonio, e la furiosa batteria di Dave Grohl faceva il resto. No, non era adatto agli Adulti. Decisi quindi che avrei tenuto il ritornello – e di conseguenza il pezzo intero - solo per me.


03 – “Profuma di spirito adolescenziale”

Con una conoscenza dell'inglese da terza media – e più in generale un livello nazionale di dimestichezza piuttosto basso con la lingua anglosassone, visto che si parla dell'inizio degli anni 90 – un titolo del genere per un tredicenne italiano si presentava accompagnato da un alone quasi leggendario. Si narra che Kurt abbia voluto intitolare così il pezzo per via di una scritta che la sua amica Kathleen Hanna (delle Bikini Kill) aveva apposto sul muro di casa sua con della vernice spray. “Kurt Smells Like Teen Spirit”: Kurt profuma di Teen Spirit, laddove Teen Spirit si riferiva a un deodorante per adolescenti molto usato all'epoca. Cobain invece interpretò la marca del deodorante in senso letterale, dandogli un'accezione personale e sociale: Teen Spirit come spirito adolescenziale, e quindi ribellione e tutto quello che ne segue. In ogni caso, l'opportunità di raccontare ai propri amici che “ieri sera ho ascoltato Smells Like Teen Spirit” (con tutte le difficoltà di pronuncia annesse) non ce la si poteva lasciare sfuggire: a declamare “Ieri sera ho ascoltato "Don't cry"” erano buoni tutti.


04 – “L'ho trovato difficile, è stato difficile trovarlo, non fa niente, lascia stare”

Oltretutto quel magnifico titolo non appariva nemmeno nel testo della canzone. Un testo a dir poco incomprensibile, criptico e fuori di testa. Considerando inoltre che ai tempi Google era fantascienza, la frittata era fatta: ognuno recitava le parole che capiva, e le parole chiare erano davvero poche. Tradurre le urla di Kurt nel ritornello era un'impresa, con tutto quel frastuono (forse filtrava un “I feel stupid”). E poi cosa diavolo c'entravano gli albini, i mulatti e i mosquitos? I continui cambi di soggetto nelle strofe rendevano la narrazione impossibile da decifrare, mentre non credo che qualcuno sia mai riuscito a captare quel How Low nascosto tra i mille Hello del bridge. Per fortuna che svettavano frasi come “I'm Worse At What I Do Best”, “It's Fun To Lose And To Pretend” o “I Found It Hard, It Was Hard To Find, Oh Well Whatever, Nevermind”, che erano più che sufficienti per entrare in completa sintonia con il pensiero dei Nirvana.


05 – Palestre, cheerleader, poghi e bidelli

Ragazze pon-pon annoiate (“Eccoci qui. Intratteneteci.”) che incitano quasi controvoglia un pubblico inizialmente tranquillo, che con il passare dei minuti si scatena sempre di più, arrivando a pogare e a fare crowd-surfing. Il bidello che si lascia trasportare dal ritmo e balla con la sua scopa. Lo sguardo di mezza sfida di Kurt Cobain quando termina l'assolo e attacca con la terza strofa. L'inevitabile distruzione degli strumenti finale. Centinaia di volti, e NESSUN sorriso. Scene girate in una palestra della tipica High School Americana, filtrate attraverso una luce disorientante e qualche nuvola di fumo.
Così io – abituato a scene da film di Hollywood dove bellissime cheerleader si dannano l'anima per mettersi in mostra e coinvolgere i tifosi entusiasti in un'atmosfera di festa e allegria – la prima volta che mi imbattei nel video rimasi a bocca aperta. Non era esattamente un capovolgimento della realtà, ma piuttosto una visione alternativa e conturbante della stessa.
“Caricate le armi e portate i vostri amici”, perché qui si fa la rivoluzione. Come già sottolineato, era difficile capire le parole del testo, ma il videoclip riusciva comunque a comunicare il messaggio: quelle scene erano un invito a trasformare la debolezza della cosiddetta Generazione X in energia per risollevarsi.
Nonostante il primo a non crederci fino in fondo fosse proprio lo stesso Kurt.


3.30.2016

The Last Shadow Puppets - Everything you've come to expect (2016, Domino)

Passano gli anni, ma otto son lunghi – diceva un signore intorno alla metà dei favolosi anni '60. E sono passati proprio otto anni dal momento in cui Alex Turner e Miles Kane hanno inciso il primo disco insieme come The Last Shadow Puppets. Un'eternità per una band, un periodo del tutto accettabile se si considera che i Puppets sono un Side/Super Gruppo formato dai leader di Arctic Monkeys e Rascals, accompagnati dal produttore/batterista James Ford (metà dei Simian Mobile Disco) e dal bassista Zachary Dawes.
Nonostante si sia appena sottolineato che abbiamo a che fare con un side-project, l'affermazione del ragazzo della via Gluck esprime un concetto inoppugnabile: 8 anni sono effettivamente lunghi. Possono accadere molte cose, soprattutto se in ballo c'è il fatidico passaggio dagli “enti” ai “enta”. Ci si può trasferire a Los Angeles continuando a sfornare dischi di grande valore con gli Arctic Monkeys (è il caso di Alex Turner), oppure si può decidere di lasciare i Rascals e intraprendere una carriera solista, lavorando nel frattempo anche sulla propria immagine (qui si parla del playboy Miles Kane). Possono infine (legittimamente) cambiare alcuni riferimenti musicali.

"The age of the understatement" si presentava sbattendo in copertina una foto in bianco e nero tratta da uno shooting fotografico del 1962; molto appropriato, se consideriamo che il (bellissimo) disco pescava a piene mani dall'immaginario baroque pop di quel periodo lì. Sulla cover del nuovo "Everything you've come to expect" troneggia invece una giovane Tina Turner che balla in una fotografia scattata nel 1969. Potrebbe sembrare eccessivo ricercare metafore a tutti i costi, ma le dichiarazione di Kane (che ha espresso pubblicamente l'infatuazione per Isaac Hayes e The Style Council) rafforzano l'idea che la fissazione per il pop anni '60 non sia più così radicale. Il punto di partenza rimane lo stesso, ma c'è stata un'evoluzione: oggi la visione della band è più ampia, e tiene in considerazione prospettive stilistiche che sconfinano in altre epoche storiche (nella fattispecie gli anni 70).

Ecco dunque spiegato il clavicembalo che spunta nella psichedelica title-track, l'intenzione funk che non ti aspetti di "The element of surprise", la vena garage punk (all'acqua di rose) di "Bad habits" e la marcia trionfale (con un andamento ritmico che ricalca quello del Bolero di Ravel) di "Sweet dreams, Tn". Al fianco di questi brani che esplorano – seppur parzialmente - nuove vie, ci sono anche tracce come "Miracle aligner", "Dracula teeth" e "Used to be my girl", che rassicurano l'ascoltatore restando in territori già setacciati in precedenza.
Quando va bene gli esperimenti risplendono (vedi "Sweet dreams, Tn" e "Everything you've come to expect)", quando va male si limitano a “funzionare” (a questo proposito niente mi schioda dal pensiero che il singolo "Bad habits" varrebbe la metà senza l'arrangiamento di archi ad opera del bravissimo Owen Pallet, tassello fondamentale per l'estetica sonora dei Puppets). D'altra parte il talento di Alex Turner non è mai stato in discussione. E' piuttosto l'affiatamento della coppia che desta qualche perplessità: si avverte un palpabile distacco tra le due teste pensanti, che oggi danno l'impressione di essere due (validi) poli opposti che interagiscono, mentre nel primo disco le loro personalità sembravano fondersi con più naturalezza.

L'inevitabile confronto con "The age of the understatement" lascia quindi pochi dubbi: l'esordio suonava più fresco e pareva più convinto del nuovo lavoro. C'era un'energia diversa, e forse (ma questa è una mia considerazione personale) più concentrazione. Si aveva anche a che fare con testi di altro spessore, e la volontà di offrire un tributo a una precisa epoca storica rafforzava i meriti di Turner e Kane. Questo non significa affatto che "Everything you've come to expect" sia un album da evitare, anzi (ad avercene, di finali come "The dream synopsis"): deve semplicemente inchinarsi alle (verosimilmente alte) aspettative di chi ha atteso 8 lunghi anni per ascoltare quella che – prendendo spunto dal titolo del disco che suona come un invito – può ritenersi una promessa non del tutto mantenuta oppure una ridondante conferma. Nulla di meno, nulla di più.


7/10

Highlights: 
Aviaton, Miracle aligner, Everything you've come to expect, Sweet dreams Tn, The dream synopsis.



1.15.2016

David Bowie (1947/01/08 - 2016/01/10): Sogno di una notte di pieno inverno.



Lunedì 11 è stato il giorno delle lacrime. La notizia della morte di David Bowie mi ha tramortito in un modo impossibile da comunicare a parole. E infatti le parole per scrivere un articolo cercando di scovare tutti i messaggi (per nulla) nascosti nel suo ultimo disco non le ho trovate.
Ho preferito annullare tutti gli impegni e passare il pomeriggio a riascoltare una buona parte della sua discografia, lasciandomi cullare da quelle successioni di note familiari, recitando sottovoce le parole che so a memoria, perdendomi in tutte le perfette imperfezioni che l'hanno reso artista unico, inimitabile.

Martedì, invece, è stato il giorno delle domande. Sapete, quelle che cominciano con "What if...?". Come spesso accade quando si perde improvvisamente una persona cara, il cervello si ribella. Per quanto chiaro possa essere il messaggio (e personalmente in questo caso si è trattato proprio di un sms inviatomi da un amico), la prima sillaba che ti esce dalla bocca è “No”. E' naturale: apprendi la notizia, ma occorre tempo per metabolizzarla e accettarla. Quei momenti sono pura confusione mentale. Cominci a (s)ragionare considerando anche piste altamente improbabili (è uno scherzo?), architettando film di fantascienza ("Can you hear me, Major Tom?") e scivolando senza vergogna nel ridicolo in un ultimo tentativo di aggrapparti a speranze vane. Se poi decidi di lasciare le briglie, è un attimo sconfinare nella fantasia.

E' quello che mi è successo ieri notte, rigirandomi tra le coperte. Nonostante cerchi di ripudiarla a tutti i costi, c'è una domanda che oggi - Mercoledì - non smette di martellami in testa. Si tratta di una domanda che comincia con " What if", ed è tanto semplice quanto assurda.
E se non fosse successo davvero?
Siete assolutamente autorizzati a pensare che sia pazzo, non mi offendo. Ma vi chiedo una cortesia: non pensate che stia scrivendo queste parole dietro compenso o per qualche subdolo tornaconto personale. David Bowie ha significato, significa e continuerà a significare troppo per me, e voglio chiudere gli occhi un istante e abbandonarmi a questa fantasia.

Dicevo (anzi, vaneggiavo): e se non fosse successo davvero? Sarà forse difficile da credere, ma oltre a considerare questa ipotesi ho anche provato a cercare degli argomenti che mi aiutassero a crederci veramente. E a questo punto starete pensando: questo non solo è pazzo, ma ci vuole dimostrare anche perché lo è. Più o meno.
Sono partito da cose scontate, come il fatto che sia la malattia che la morte di Bowie sono tutt'ora parzialmente avvolte nel mistero. Nessuno sapeva che fosse malato, non si hanno certezze assolute sul suo male (il fegato, dice Ivo Van Hove, regista dell'opera teatrale Lazarus) e a quanto pare inizialmente non si sapeva neanche dove fosse avvenuto il decesso (ora si dice New York). Sono tutti particolari che competono la sfera privata, quindi - per quanto strano possa sembrare nella nostra società della Condivisione Totale - è comunque plausibile che non si sapesse nulla di tutto ciò. Come è legittimo che si sappia ancora poco o niente dei funerali. A tal proposito Jedidiah Bracy (esperto di data security e information privacy) sostiene che David Bowie abbia compiuto un mezzo miracolo: mantenendo il segreto, ha provato che la privacy a questo mondo può ancora esistere.

Queste non-informazioni (o informazioni parziali) rientrano dunque nella realtà. La mia stupida fantasia subentra ora.
Immagino che il Duca Bianco abbia pianificato tutto per mettere in scena la prima resurrezione della storia che verrà raccontata ai telegiornali. Mi immagino che risorga dal suo sepolcro (l'armadio in cui si chiude alla fine del suo ultimo video) esattamente come Lazzaro, che non a caso è il titolo del suo ultimo singolo e del già citato musical che ha scritto insieme al commediografo e sceneggiatore Enda Walsh. A rafforzare la connotazione religiosa c'è anche il particolare diffuso da NME: il settimanale britannico ha svelato che l'ultimo account che Bowie ha deciso di seguire su Twitter è nientemeno che Dio.
Molti potrebbero pensare che una “trovata” del genere sia un'idea di cattivissimo gusto (e come biasimarli?), ma personalmente la prenderei come il Troll Definitivo nei confronti dell'informazione moderna. Dopotutto oggi diffondere una notizia sui social network e farla sembrare vera non è così difficile; i cosiddetti Hoax non si contano già da qualche anno a questa parte. “Guardatemi, sono in paradiso. Ora tutti mi conoscono”. Suona tanto come la proverbiale “Tutti ti amano quando sei due metri sottoterra” di John Lennon. Mettere in pratica un asserto così importante (e vero) è una questione delicatissima. Ma chi meglio di lui potrebbe scherzare con la morte? Chi più di lui potrebbe compiere quella che mi sento di definire la Trasgressione Finale? Oltretutto, se è riuscito a nascondersi dai riflettori per periodi lunghissimi (anni), che cosa saranno mai 4 miseri giorni (che poi è il tempo che ha passato Lazzaro nel sepolcro)?

Quando riapro gli occhi vedo il puzzle che si sgretola di fronte alla cinica realtà. Osservo gli stessi elementi che hanno alimentato la mia stupida fantasia (le poche e frammentarie testimonianze, i gesti che compie nel video, i testi dei pezzi, perfino la questione twitter) e torno a considerarli come indizi inequivocabili di quella che è stata definita la sua Ultima Opera d'Arte. L'Addio. E allora mi immagino David Bowie su un altare che ha le sembianze di una consolle. Bende sugli occhi e cuffie in testa, recita la parte del dj che è quello che suona, e che ha un pubblico che crede in lui. Lo vedo che prende il microfono, e annuncia che la serata finirà con il prossimo pezzo. Parte Lazarus, e dopo qualche minuto – come tutte le cose belle – finisce. Ma io rimango lì, sulla pista da ballo. A gridare “Ultimo, ultimo, ultimo”.


 

12.31.2015

David Bowie - Blackstar (2016, RCA / Columbia)

Come un vero signore, due anni fa David Robert Jones offrì da bere a tutti il giorno del suo compleanno. E lo fece a sorpresa: senza alcun preavviso, l'8 Gennaio 2013 mi svegliai sulle dolci note di "Where are we now", singolo che preannunciava un nuovo album di Bowie dopo 10 interminabili anni di silenzio. Fu un risveglio talmente intenso da arrivare a sfiorare la vivida emozione che prova un bambino quando apre gli occhi la mattina di Natale. Tra meno di un mese si brinderà ai suoi 69 anni, e questa volta il Duca Bianco ha già pianificato tutto: la festa verrà celebrata con il venticinquesimo disco di una carriera monumentale, infinita.

Se in linea generale parrebbe legittimo domandarsi cosa abbia ancora da offrire un musicista in attività da quasi cinque decadi, la questione non si pone con David Bowie. Un personaggio del suo calibro, che ha fatto del trasformismo e dell'eclettismo uno stile di vita, non deve fornire alcuna giustificazione: quando il momento non gli sembra opportuno si nasconde dai riflettori (ed è un professionista anche in questo campo), quando l'ispirazione ha la meglio entra in studio e sforna capolavori. Qualcuno potrebbe obiettare che nella mastodontica discografia di Bowie ci siano anche album che non si possono definire capolavori: ma – tolto il fatto che probabilmente non esistono artisti in grado di plasmare venticinque opere inappuntabili - per chi ama sperimentare la perfezione è un concetto estremamente relativo. Instabile. Forse giustamente inarrivabile. 

Il nuovo tassello della suddetta discografia non fa eccezione. Non si tratta di un disco facile, soprattutto per chi ha una conoscenza solo superficiale di Bowie: a differenza del recente – tutto sommato facilmente digeribile - "The next day", per cogliere l'essenza di "Blackstar" è necessario avere compiuto un percorso grandioso, che si snoda lungo una carriera camaleontica. Una carriera che di frequente ha esplorato meandri ostici, rincorrendo (e spesso anticipando) il futuro. Ogni tanto la parola art-rock viene utilizzata alla leggera: nel caso del nuovo lavoro dell'Uomo Che Cadde Sulla Terra l'espressione calza a pennello. 

Come potrebbe altrimenti definirsi il meraviglioso “singolo” di 10 minuti spaccati (nota bene: è stato tagliato, perché iTunes non può vendere brani singoli che superino tale timing) che si avventura con risolutezza in digressioni, cambi di ritmo e soluzioni armoniche eccentriche? E' davvero giusto definirla semplicemente una canzone? Non sarebbe più appropriato servirsi del termine “Opera d'arte”? Gli altri brani che compongono "Blackstar" si collocano sulle stesse frequenze emozionali, a cominciare dal nuovo singolo "Lazarus": è disorientante l'equilibrio tra dolore e speranza che trapela dal singolare mix di chitarre distorte, morbido piano elettrico, fiati voluminosi e un elemento totalmente fuori controllo (il sassofono, uno dei primi strumenti in grado di fare breccia nel cuore di Bowie). Lo stesso sax che stride e osa nella nuova versione di "Tis a pity she was a whore", pezzo che insieme agli isterismi ritmici tendenti al jazz di "Sue (or in a season of crime)" (anch'essa reinterpretata per l'occasione) spicca per grinta e vitalità. "Girl loves me" punta su uno swing vacillante, lasciando al basso il compito di quadrare il ritmo e ai maestosi archi quello di emozionare, mentre "Dollar days" è una ballad agrodolce e lancinante, forse il momento più pulito dell'intero disco. "I can't keep everything away" è quello che si definisce un finale da brividi: il crescendo (con tanto di batteria trattata, armonica e solo di chitarra elettrica sullo sfondo) è di un'imponenza inaudita.

L'ascolto di "Blackstar" confonde e conforta. Ti lascia stordito, ti smuove qualcosa dentro e non sai di che cosa si tratta. “Dire di più e volere dire meno / Dire di no ma intendere si / Questo è tutto quello che ho voluto comunicare / Questo è il messaggio che ho voluto mandare”. Sono parole tratte dall'ultimo pezzo, che vanno accettate così, nella loro ferma incompiutezza. Parole che riecheggiano all'infinito nella testa di chi decide di sfidare l'ignoto e lasciarsi trasportare nel meraviglioso mondo di David Robert Jones. In alto i calici: buon compleanno, Duca Bianco.

8.5/10

Highlights: 
Tutto.


12.14.2015

Grimes - Art Angels (2015, 4AD)

La canadese Claire Elise Boucher è un tipetto singolare. Da bimba ha preso lezioni di balletto per 11 anni, poi ha optato per l'università puntando alla laurea in neuroscienze. Quando però ha deciso di dedicarsi alla musica (chiudendosi in studio per lassi di tempo interminabili come il più nerd dei produttori) l'ateneo ha cominciato a punirla per le sue assenze, fino ad espellerla dai corsi. Il suo primo album esce nel 2010 su cassetta (!!!), poi nel 2012 l'influente label britannica 4AD si accorge di lei e il terzo disco (Visions) assume i contorni della svolta: diverse testate specializzate osannano la sua musica, e Jay-Z decide di arruolarla nella sua Roc Nation. Claire – oggi ventisettenne - ha una faccia da bambina: pare assurdo pensare che abbia avuto un passato molto difficile a causa di assuefazioni varie, ma fortunatamente si tratta di un problema che ora sembra essersi lasciata alle spalle.

"Art angels" esce nell'ennesimo momento delicato della vita di Claire. In tempi recenti aveva accusato l'industria musicale di focalizzarsi troppo sulla sua vocina, evitando accuratamente di menzionare le sue doti tecniche; la convinzione che una ragazza non potesse mai raggiungere lo status di produttore (a suo avviso riservato a figure maschili) l'ha frustrata al punto di considerare l'opzione di rinunciare al suo progetto artistico. Ma come spesso capita, una volta toccato il fondo si è resa conto che avrebbe dovuto continuare a lottare: doveva difendere una causa importante, che andava oltre la musica. 

E meno male che ha trovato la forza di rialzarsi: perché oltre ad avere il dono di scrivere bene, Claire Boucher è anche una “produttrice” coi fiocchi. Mettendo da parte gli eccessi di sperimentazione che avevano caratterizzato i lavori precedenti, "Art angels" colpisce per come riesce ad essere diretto e al contempo illuminante. Alcune scelte spiazzano e divertono fin dal primo ascolto, come il grottesco (e geniale) cheerleading di "Kill V. Maim". l'uso fuori contesto del ritmo Diwali in "California" e quel gran casino di lingue, ritmi e stili che è "Scream". Altre soluzioni di arrangiamento paiono superficialmente revival, ma ci si mette poco ad accorgersi che nascondono un sorprendente modernismo ("Flesh without blood", "Realiti", "Artangels"). Non ci sono brani deboli (e questa è già una notizia da prima pagina), ma merita una menzione particolare il duetto con Janelle Monàe, un'altra delle "signorine alternative” più valide della nostra epoca: "Venus fly" provoca assuefazione.

"Art angels" è disseminato di colpi di genio, e non perde mai un'occasione per stupire l'ascoltatore; allo stesso tempo – grazie a qualche strana formula magica - rapisce con una facilità fuori dal normale. E' musica “diversa” per tutti. E' arte che scivola spontaneamente nel pop.

8/10

Highlights: 
California, Scream, Flesh without blood, Kill V. Maim, Easily, Realiti, Venus fly.