Energia, capacità compositiva, percussioni irresistibili e personalità: il miglior ibrido disco-rock del 2008.8.5/10
Highlights: Tutto.
Jake Williams non salta fuori dal nulla; negli anni novanta con lo pseudonimo di "Jx" ha venduto parecchio (soprattutto in Inghilterra), diventando ospite fisso di chart e hit compilation dance. Nel 2004 la svolta Rex The Dog, comprensiva di approdo ad etichette come Kompakt e Kitsunè e accompagnata da remix lusso per Prodigy, Client, Mylo, Royksopp e The Knife. "Maximize 2008" detta la strada per l'ascolto dell'intero disco: cassa e snare ottanta, synth megalomani e un tocco di acido. "Gecko" si basa su un lick vocale splendidamente old school, tanto da avere l'effetto di una macchina del tempo che ti riporta agli anni belli del rave; d'impatto anche la successiva "Bubblicious", roba da Moby primi '90, euforica e spensierata. I sospiri pitchati della ninna nanna "Heartsong" sono un'ottimo preambolo al brillante remix di "Heartbeats" dei The Knife, quello di "Tony the beat" per The Sounds è pura nostalgia party time zucchero e sale. Il ritmo rallenta e si spezza con "Itchy scratchy", ma di abbassamenti di energia nemmeno l'ombra; "Italian skyline" è un'azzeccata parentesi cinematica e ultramelodica, poi a chiudere il primo significativo singolo Kompakt "Frequency" e soprattutto la relativa b-side "I look into mid air". Jake Williams sa il fatto suo.
L'eclettismo mostrato nei due album che precedono questo "Go fast" è straconfermato: "Altre voci" è un pezzo ambient lirico alienante, "Pending between two worlds" uno schizzo di chiatarra elettrica al contrario, "Eden" un gioco di arpeggi ondulati e filtrati con qualche pulsazione dub, "Around the corner" una ballad sospesa tra folk e soul, la title-track un qualcosa che si avvicina al Trent Reznor più cinematico, "Run run run" una corsa distorta, percussiva e spezzata. Ma il cuore del disco sono le due perle deep-house cantate da Scalde, "Dust" (prodotta con l'aiuto di Oliver "Oxia" Raymond) e "Solarized", insieme alla conclusiva strumentale "Diva drive".
L'uragano. Un momento nella storia. Il ritorno della Newyorkese di origini giamaicane a 20 anni dall'ultimo album in studio. Colei che nel 1981 ridefinì l'immagine della donna sconvolgendo mezzo mondo con "Nightclubbing" per poi raggiungere l'apice del culto forgiando quell'opera d'arte concettuale nota come "Slave to the rhythm"(1985). E torna in grandissimo stile, con un disco che ti entra nelle viscere senza chiedere permesso e ti consuma lentamente: "I’ll consume my consumers with no sense of humour / I’ll give you a uniform, chloroform, sanatize, homogenize, vaporize you", digrigna sopra le distorsioni di "Corporate cannibal". Il salto nel passato della splendida "William's blood" ha un che di miracoloso, "I'm crying (mother's tears)" è una ballad fragile e sincera, "Devil in my life" è a dir poco geniale, "Well well well", "Love you to life" e "Sunset sunrise" rispolverano con maestria i tanto cari ritmi in levare dei bei tempi che furono. E poi c'è la title-track. Epica. Devastante. Proprio come un uragano.
Il classico rock da battaglia dei Kaiser Chiefs (estremamente facile e derivativo ai limiti dell'anacronismo) con il buon tocco di Mark Ronson in regia; vai con i cori.
La carriera degli Snow Patrol si può spaccare in due fasi (indie e major) composte da due album ciascuna. Nella prima la critica li acclama ma non vedono una lira, nella seconda la critica li rinnega ma raccolgono una buona dose di popolarità sia a casa che oltreoceano, con due ballad come “Run”(2004) e soprattutto la più recente “Chasing cars”(2006). E’ qui che entra in scena “A hundred millions suns”, quinto disco della band che nonostante le sue radici scozzesi e irlandesi è sempre stata molto poco british, propendendo verso uno stile più vicino al rock anni ‘90 made in U.S.A.. Power-pop senza vergogna, ritornelli in evidenza, la loro mai nascosta predisposizione ai lenti (anche se a sorpresa il primo singolo “Take back the city” è un pezzo allegro e incalzante) e un passo deciso verso la maturità a livello di armonie e arrangiamenti; non si può ancora parlare di consacrazione a tutti gli effetti, ma l’ascolto merita eccome.
Se l'album di debutto di Sam Sparro avesse raggiunto l'equilibrio di raffinatezza e forza pop del tormentone "Black and gold" sarebbe stato un vero miracolo; ci si accontenta comunque volentieri dell'approccio del venticinquenne di origine australiane, che prende la tradizione soul e la veste di nuovo con un certo gusto. Non che non subentri la banalità ("21st century life", "Sick" e "Waiting for time"), ma anche quando succede il più delle volte i risultati del lifting stilistico fanno da contrappeso alla mancanza di vere sorprese melodiche. Moltissima forma insomma, ma anche un bel po' di sostanza che invita a ben sperare per il futuro.
Quanto è difficile oggi immaginarsi Jay-Z che mette in dubbio le potenzialità di Kanye West come frontman. Per non parlare delle assurde prese di posizione dell’industria hip-hop tutta che qualche anno fa non credeva in lui perché carente quanto a immagine da street rapper. Ma Kanye non si è dato per vinto e ha messo a tacere tutti a colpi di hit e Grammy, con un disco di debutto che è già (giustamente) nella storia del rap grazie ad un approccio inconsueto ed estremo nell’utilizzo di campioni soul (“Through the wire”) e meno soul (“Harder, better, faster, stronger). Adesso che l’orsetto mascotte di “The College Dropout” si è preso il suo tempo con “Late Registration”, per poi laurearsi meritatamente con “Graduation”, non c’è più motivo perché appaia anche sulla cover del nuovo “808s & Heartbreak”. Ora è il momento di stupire affrontando la sfida più difficile, quella che prevede il passaggio da rap a canto. E chi se ne importa se la transizione è agevolata da un massiccio uso di vocoder quando il risultato è un album soul futuristico così misterioso e affascinante. Quel vocoder rappresenta la sua irrefrenabile voglia di evolversi senza strafare, di tentare di raggiungere i propri limiti senza superarli per cadere nel ridicolo, di dare forma alla moltitudine di idee ed emozioni che ha nel cervello e nel cuore evitando di avventurarsi in imprese impossibili. Se esiste un equilibrio, Kanye West l’ha trovato.
Cinque anni orsono l'inglesissima Dido Florian Cloud de Bounevialle O'Malley Armstrong diede luce al suo secondi disco ("Life for rent"), bissando almeno parzialmente il successo dell'esordio "No angel", un album che è già storia del pop. Ascoltare il nuovo singolo "Don't believe in love" (di per se non male) lascia perplessi: è una vera sfida riuscire a dimenticare che chi canta è la stessa persona che in passato ha scritto pezzi del calibro di "Hunter" o "Here with me". Anzi, ad essere schietti è francamente impossibile non soffermarsi sulla banalità della melodia e sulla stanchezza dell'arrangiamento. Il sospetto di un'ispirazione forzata diventa reale con "Quiet times" (da dimenticare) e "Never want to say it's love" (di cui basta basta metà ritornello per indovinare come andrà a finire). Quando ogni speranza sembra affievolirsi spunta il signor Brian Eno: "Grafton Street" da il giusto spazio alla inattaccabile voce di Dido, ed ecco che finalmente si materializzano le tanto agognate emozioni d'altri tempi. Anche "It comes and it goes", "Look no further" e "The day before the day" riescono a trovare il giusto equilibrio tra minimalismo e concretezza, "Let's do the things we normally do" spicca con un che di Bacharach che è una gioia, "Northern skies" è semplice e ad effetto. Meno fondamentali risultano invece "Us 2 little gods" e "Burnin' love", ma la falsa partenza è rimediata: non un capolavoro, ma comunque a suo modo una conferma.
Per il secondo disco i cinque londinesi affidano la produzione alle mani fatate di Martin Glover, che aggiustando il tiro (già super-pop) dei dieci nuovi pezzi plasma un disco rock da ballare brillante e vincente.
Nello spazio di dieci anni Tim Simenon è venuto alla ribalta con "Beat dis" (uno dei primi pezzi a portare a galla la tecnica del sampling selvaggio e ad elevare tale arte a vero e proprio strumento musicale), ha influenzato in modo impressionante degli stili che ai tempi avrebbero ancora dovuto vedere la luce (Big Beat e Trip-Hop) attraverso "Unknown territory" (1991) e "Clear" (1995), per approdare infine al banco mixer dei Depeche Mode ("Ultra", 1997). Da quel momento in poi si è rintanato nell'underground, aprendo una sua etichetta (Electric Tones) e producendo in maniera sporadica, quasi inesistente. Torna ora con un disco che ripartendo dal tanto bistrattato "Clear" in termini di impostazione (niente sampling, solo vere canzoni e molti featuring vocali) basa l'arrangiamento in gran parte sull'immortale suono del minimoog. Storia.
Basterebbero i sei minuti e diciassette secondi introduttivi, dove la voce di Robert Smith fluttua con riverberi capovolti su un ritmo lento attraverso spazi dilatati, per farsi convincere della buona vena di Gallup e soci. E invece è solo l'inizio. L'intero disco ricalca quel perfetto mix di rock, punk, new wave e romanticismo decadente che li ha resi grandi, indistruttibili, senza tempo; poesia a tratti abbagliante.
Melodie iperdistorte e glitch robotici supportati da beat electro compressi oltre i limiti dell'ignoranza quando va bene, disperati tentativi di synth-pop tamarro quando va male; probabilmente bastavano i Digitalism, vietatissimo nominare i Daft Punk.
Cosa aspettarsi da un pronipote di famiglia Coltrane? Esperimenti. Per la precisione esperimenti in musica. Flying Lotus, all'anagrafe Steven Ellison, aveva già lasciato il segno due anni fa con uno sconvolgente "1983"; uno di quei dischi che ti fanno ancora credere nella Warp per come è nata, e non solo per come si è evoluta. La prima e più importante cosa da chiarire è che qui un processo standard come la quantizzazione implode nel suo stesso significato, diventando qualcosa di soggettivo: i beat seguono comunque un pattern matematico (e come potrebbe essere altrimenti, soprattutto quando si parla di musica elettronica?), ma la bravura del musicista di L.A. sta nel camminare sul filo dell'impossibile, esagerando l'impostazione già di per se "storta" tipica delle ritmiche hip-hop. Seconda cosa fondamentale: qui non ci sono canzoni. Dimenticatevi strofa, bridge e ritornello. Per apprezzare questo disco bisogna lasciarsi trasportare in maniera completa e ascoltarlo dall'inizio alla fine, non esistono compromessi. Oltretutto non si tratta di un viaggio morbido; l'aria è tetra e nebbiosa, si colgono spunti jazz attraverso rumori inquietanti e suoni che ti lacerano la testa, affiorano influenze brasil in mezzo a strati di elettronica sudicia e compressa, si captano abbozzi di melodia nella confusione di loop distorti e macchinosi. E' impegnativo e assolutamente sconsigliato a chi non sappia dell'esistenza di gente come Aphex Twin e Squarepusher. E' estremamente tecnico. E' quasi completamente concettuale. Ma ha anche un'anima.
Non vengono citati i Chemical Brothers nelle note di copertina, ma quando parte il loop di batteria di "Ares" l'associazione con "Let forever be" è automatica; se non si tratta di un campione pochissimo ci manca, anche se la questione passa in secondo piano visto che il brano è troppo confuso e risulta inoffensivo. Tutt'altro risultato viene invece raggiunto con "Mercury", grazie ad elementi di orchestra sintetica che creano un'atmosfera bizzarra e divertente. Sono passati due pezzi ed è già il momento di chiedersi che fine abbiano fatto i Bloc Party di "A weekend in the city", perchè anche se il rock deciso di "Halo" non è niente male in fin dei conti un po' di quella poesia che aveva caratterizzato il loro ultimo disco manca. "Biko", "Signs" e "Ion square" sono ciò che più vi si avvicina (e non a caso sono tutti momenti memorabili), l'energica "One month off" lascia il segno, "Zephyrus" mostra in maniera chiara ed inequivocabile tutta l'influenza che Robert Smith può avere avuto su Kele Le Roc e sul suo modo di piegare la melodia vocale, mentre la strofa di "Talons" si avvicina pericolosamente a quella di "Always" degli Erasure. Un lavoro nell'insieme buono anche considerando il deciso cambio di direzione della band, con alcuni brani anonimi ("Trojan horse", "Better than heaven") che non ne pregiudicano il valore.