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3.09.2008

Goldfrapp - Seventh tree (2008, Mute)

La parentesi synth-pop (più pop che synth in "Supernature") sembra chiudersi a favore di un ritorno alle atmosfere downtempo dell'esordio; il bpm si alza infatti solo in un paio di occasioni ("Happiness" e "Caravan girl"), senza però mai raggiungere gli estremismi elettronici dei due dischi precedenti. Perchè "Seventh tree" è, ovviamente e inevitabilmente, un album che fa ampio uso di suoni digitali; ma la sua vera forza sta nel fatto che questi dieci brani starebbero in piedi anche soltanto con una chitarra e la voce (sempre incantevole) di Alison Goldfrapp. L'apertura "Clowns" in questo senso sembra una dichiarazione d'intenti, confermata dalla successiva ninna nanna "Little bird"; "Eat yourself" è una chicca quasi folk, "A&e" potrebbe essere una hit da classifica pop se arrangiata in modi più espliciti, mentre "Some people" e "Cologne Cerrone Houdini" ricalcano il disegno di "Felt mountain", che viene in chiusura estremizzato dalla infinita "Monster love". Una panacea per l'anima.

8.5/10

Highlights:
Tutto.

9.13.2013

Goldfrapp - Tales of us (2013, Mute)

La matematica e un certo senso dell’equilibrio impongono che il sesto disco dei Goldfrapp sia composto da pezzi lenti e rilassati. Laddove "Supernature", "Black cherry" e "Head first" avevano a che fare con flashback disco e synth-pop, "Seventh tree" e l’esordio "Felt mountain" erano roba da tramonti balearici; ecco quindi che Tales Of Us va a rinverdire lo spirito più soft del duo, e c’è da scommettere che i sostenitori del lato più pop dei Goldfrapp rimarranno molto delusi quando scopriranno che qui le tracce dedicate alla batteria sono state in pratica depennate dal mixer. Una ventina abbondante di minuti scorre soffice tra i sospiri di "Annabel" e il folk deviato di "Jo", la vena teatrale di "Drew" e gli archi in rilievo di "Ulla". Dopo "Alvar" (un delicato valzer al rallentatore scandito da colpi di piano e violoncello) arriva il brano che spezza l’incantesimo: "Thea" mette da parte la dimensione acustica e si tuffa in un’elettronica sporca e volutamente scura, mantenendo comunque un profilo raffinato, e di conseguenza il filo logico con il contesto del disco. Nelle quattro tracce rimanenti sono ancora chitarre, pianoforti e violini a farla da padrone, e in "Stranger" assistiamo addirittura al ritorno del fischiettio – quello che nel 2000 aprì le porte del successo al duo attraverso l’immortale "Lovely head". Ed è proprio qui che interviene la fatidica domanda, quella che ogni gruppo che ha partorito un capolavoro deve affrontare – specialmente se il suddetto capolavoro viene citato in maniera esplicita: le nuove canzoni sono all’altezza di quelle scritte in passato? Forse melodicamente no: certe soluzioni si riveleranno di facile previsione per l’ascoltatore scafato. Ma emotivamente parlando non si possono muovere grandi appunti: Will Gregory e Alison Goldfrapp appaiono molto più sinceri così rispetto a quando cazzeggiano spensierati con ritmi veloci e casse in quattro.

8/10

Highlights: Jo, Annabel, Drew, Alvar, Thea, Stranger.

6.15.2010

Goldfrapp - Head first (2010, Mute)

O anche: l'infatuazione anni 80 mai doma che ritorna dopo un disco delicato - ed "educato" - come "Seventh tree". Ritornelli irresistibili, soffi di batterie sintetiche, inevitabili e dovute citazioni Moroderiane, giri di basso post-disco e riff synth-pop; solare e semplicemente perfetto.

8.5/10

Highlights: Tutto.