Un anno prima della collaborazione con David Byrne, il terzo disco di St. Vincent ("Strange mercy") aveva sorpreso tutti raggiungendo la diciannovesima posizione della Billboard Usa; il commento di Annie Clark a riguardo fu qualcosa tipo “Penso di potere fare meglio, ma comunque è un buon disco”.
Ora, nel meraviglioso mondo della musica certe frasi te le puoi permettere (senza passare per sbruffone) soltanto se possiedi almeno un paio di argomenti, identificabili nell’essere un buon musicista e nel sapere trovare il giusto compromesso per comunicare la tua bravura a un pubblico medio-vasto. Tali necessarie condizioni calzano alla perfezione la multi-strumentalista originaria dell’Oklahoma, che da quando si è lasciata alle spalle i Polyphonic Spree propone una sua personalissima declinazione di musica pop; la ricetta consiste nel minuzioso dosaggio di svariate influenze stilistiche a supporto di melodie a presa rapida, nel tentativo (sistematicamente riuscito) di nascondere azzardi e tecnicismi dietro un’apparente semplicità.
Con il quarto album St. Vincent saluta il mondo indie e si avventura in territori major, ma pensare a un “tradimento artistico” pare fuori luogo: Annie continua a fare quello che vuole fregandosene bellamente dei supposti limiti (ma esistono ancora?) che un’etichetta più in vista potrebbe imporre. In 40 minuti c’è spazio per grovigli di synth e chitarra funky ("Rattlesnake"), splendida strafottenza punk ("Birth in reverse", che si apre così: “Che giorno ordinario / Porta fuori i rifiuti, masturbati”), soave liricità ("Prince Johnny" e "I prefer your love"), fiati che marciano ("Digital witness"), distorsioni deliranti ("Bring me your loves") e progressioni armoniche di spessore ("Huey Newton" e "Severed crossed fingers"). L’ennesima dimostrazione di come “ricercato” non debba per forza litigare con “digeribile”.
8/10
Highlights: Birth in reverse, Prince Johnny, Huey Newton, I prefer your love, Regret, Bring me your loves, Severed crossed fingers.
La strada che porta da Oxford e Bristol è lunga un'ottantina di miglia, che tradotto in tempo significa un'ora e mezza di macchina. Musicalmente parlando potrebbero sembrare a un primo sguardo molto più distanti, ma in realtà non è così. Dici "Creep" e il pensiero va automaticamente ai Radiohead e al loro inno generazionale dei primi anni novanta; ascolti "Echoes" e riaffiorano immediatamente sensazioni trip-hop, figlie dello stesso periodo storico. C'è sempre stato un legame tra la band di Thom Yorke e i vari Portishead e Massive Attack; qualcosa di emotivo, e proprio per questo difficilmente tangibile o dimostrabile chiaramente. Lauren Flax e Lauren Dillard da Brooklyn provano a mettere in evidenza questo filo conduttore, con un disco che si avvale di collaborazioni illustri: da Tricky a Lou Rhodes, da Andrew Wyatt a Sia. Pur essendo coerente e lineare, "Echoes" non è un capolavoro: ha i suoi puntini di sospensione e i suoi attimi di smarrimento. Ma in alcuni episodi la lacrimuccia è inevitabile.
7.5/10
Highlights: Vertigo, Days, Call her, Jessica King, Dim the lights.
L'attitudine dei White Lies (alla terza prova) rimane invariata rispetto ai due dischi precedenti; rock sintetico con radici ben piantate nella decade 80.
7.5/10
Highlights: There goes our love again, First time caller, Mother tongue, Getting even, Change.