6.22.2014

Lana Del Rey - Ultraviolence (2014, Polydor / Interscope)

Sebbene la copertina retrò in bianco e nero e il riferimento ad Arancia Meccanica nel titolo siano dettagli intriganti, è la presenza alla regia di un moderno santone come Dan Auerbach ad accrescere esponenzialmente la brama di catapultarsi all’ascolto del nuovo album di Lana Del Rey. Le (a dire il vero poco giustificabili) perplessità sull’efficacia della collaborazione svaniscono all’istante: questo connubio è ultra azzeccato. La pronunciata vena cinematica della songwriter newyorkese – già in evidenza nei brani passati, arrangiati da producer di stampo pop e hip-hop – tocca nuove vette grazie allo splendido lavoro di Auerbach, che annega quella voce misteriosa in riverberi infiniti e la infila in un contesto analogico, caldo, vero. "Cruel world" punta subito verso i litorali psichedelici cari ai Black Keys; l’eleganza della title track e l’incedere glorioso di "Shades of cool" confermano che qui si fa sul serio. "Brooklyn baby" è un’ode a Lou Reed, "Money power glory" una riuscita riflessione sulla fama, "Fucked my way up to the top" uno sfogo personale da applausi, "Black beauty" un manifesto. Il classicismo di "Old money" incanta, mentre il repentino cambio di ritmo nel ritornello di "West Coast" tiene alta la tensione. Infine, a tirare in ballo Nancy Sinatra e compagnia bella in "Pretty when you cry" e "The other woman" non si commette peccato. Ultraviolence è insieme una dimostrazione di maturità e una lezione di stile. E anche se rispetto a "Born to die" potrebbe incontrare qualche difficoltà in più a scalare le classifiche, farà ricredere anche i più scettici sulla credibilità artistica di Elizabeth Grant: la ragazza ha carisma da vendere.

9/10      

Highlights: Tutto.

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