3.04.2019

Hozier - Wasteland, baby! (2019, Columbia)

Raccontare la favola di un musicista che sale alla ribalta grazie a un brano divenuto virale sta diventando quasi noioso. Personalmente trovo molto più interessante analizzare quello che succede dopo l'episodio: perché se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, non è sempre detto che chi è baciato dalla sorte riesca a mantenere lucidità e coerenza, dimostrando così la sua vera stoffa. Ma per quanto si possa essere critici o sospettosi, anche in questo campo esistono delle eccezioni: come nel caso di Andrew Hozier-Byrne, che nell'autunno del 2013 ha beneficiato del familiare meccanismo esponenziale della rete messo in moto da una condivisione del video di Take Me To Church da parte dell'attore/giornalista/attivista inglese Stephen Fry. Ascoltare un brano simile e dubitare anche solo per un istante del talento del cantautore irlandese, allora poco più che ventenne, sarebbe stato francamente fuori luogo.

Oggi Hozier di anni ne ha quasi 29, e pubblica il secondo album della sua carriera. La scorsa estate aveva espresso il suo parziale disinteresse in merito a quanto le sue nuove composizioni avessero potuto reggere il confronto con la hit in grado di scalare le classifiche del pianeta. «Voglio solo che i miei pezzi vengano ascoltati. Tutto il resto lo vivo come un bonus». Parole che basterebbero per sancire che l'esame lucidità è da ritenersi superato con successo. Per quanto riguarda la coerenza artistica, invece, basta considerare i fatti. Nello specifico, la scelta di ospitare nell'e.p.uscito lo scorso Settembre un paio di nomi fuori moda e fuori tempo: Booker T. Jones, leggendario polistrumentista settantaquattrenne di Memphis, e Mavis Staples, mitologica voce gospel e rhythm & blues che a Luglio spegnerà ottanta candeline.

Mavis affianca Hozier in Nina Cried Power, “canzone sulle canzoni di protesta” nonché prima traccia di Wasteland, Baby!. Un pezzo dove vengono citate figure chiave del passato come James Brown, John Lennon, Billie Holiday, Nina Simone e perfino la stessa Staples. Artisti che avevano a cuore l'emancipazione e la libertà, ai quali Andrew vuole accostarsi lasciando a Mavis il compito di esprimere la sua umile convinzione: “La resistenza è stata cantata da persone più forti di me / incitandoci a scuotere le catene / se amiamo essere liberi”. Il messaggio è tanto palese quanto profondo: Nina Cried Power è un'ode universale alla musica scomoda, che attraverso la grazia di voci intoccabili è riuscita a raggiungere le masse senza scadere in frivolezze ed esaltazioni della superficialità. Il citazionismo di Hozier non si esaurisce qui: la successiva Almost (Sweet Music), il brano che ha anticipato il disco, menziona più o meno direttamente artisti appartenenti alla scena jazz come Ella Fitzgerald, Duke Ellington, John Coltrane e Chet Baker. La terza traccia (Movement) si concentra invece sull'aspetto coreografico della musica tirando in ballo il mito di Fred Astaire e il ballerino Ucraino contemporaneo Sergei Polunin. Riferimenti continui e insistenti, a sottolineare l'importanza delle radici. Ringraziamenti reiterati, perché Andrew sa di non essere un innovatore, ma piuttosto un rispettoso esecutore di riti soul e blues, generi musicali che quando vengono interpretati con sensibilità e competenza funzionano benissimo anche senza eccessivi stravolgimenti dettati dal modernismo.

Al netto di alcune impegnate riflessioni sociali, ascoltando Wasteland, Baby! si ha l'impressione di assistere a una gioiosa celebrazione della bellezza dell'arte, della vita e dell'amore. Anche quando i toni si fanno più intimi (come avviene nella doppietta As It Was / Shrike, che si concentra su relazioni interrotte associate a ritorni più o meno possibili, o nell'intensa title-track che chiude il disco) non mancano speranza e positività. Il manifesto di questo pensiero è espresso a chiare lettere in No Plan, brano che si ispira apertamente alle teorie del fisico Statunitense Lawrence Krauss. «Dovremmo essere contenti di avere l'opportunità di trascorrere questo momento relativamente breve sulla Terra, e accogliere la confusione della vita con una risata e un'alzata di spalle. Siamo in ballo, e allora balliamo». Parlando di ondeggiamenti, oltre alla già citata No Plan il pezzo che si presta meglio alla causa è Nobody, con le sue svisate di chitarra che puntellano un ritmo fluido e incalzante il giusto, raggiungendo un equilibrio perfetto tra dolcezza e sensualità. Ma a dettare legge rimane la voce, come rimarcato in To Noise Making (Sing), uno dei brani più significati dell'album. “Non devi cantare perfettamente, ma canta con energia. Nel migliore dei casi, troverai un piccolo rimedio. Nel peggiore, il mondo canterà insieme a te”. Queste tre frasi sintetizzano la visione di Andrew Hozier-Byrne, e la sua volontà di sottolineare il valore assoluto e imprescindibile della musica, a costo di risultare ripetitivo. Con una piccola (ma non trascurabile) nota a margine: Andrew canta che è una meraviglia.

8/10

Highlights: 
Nina cried power, Almost (sweet music), No plan, Nobody, To noise making (sing), As it was, Shrike, Wasteland, baby!.

11.15.2018

Smashing Pumpkins - Shiny and oh so bright vol.1 (2018, Napalm Records)

Nel giorno del suo quarantottesimo compleanno, James Iha sale a sorpresa sul palco di Los Angeles dove si stanno esibendo gli Smashing Pumpkins. È il 26 Marzo del 2016, e James non suona insieme a Billy Corgan e Jimmy Chamberlin dai tempi del famoso conflitto tra amici e nemici della musica moderna (Machina II), preambolo dello scioglimento della band e inconsapevole profezia dell'imminente catastrofe («Ai tempi credevo che regalare un disco fosse una provocazione, ma non mi aspettavo che sarebbe diventata la regola, causando così il collasso quasi totale della discografia», confessa Corgan nel 2010). Ma dicevamo di Iha, che quella sera si piazza con nonchalance di fianco ai suoi ex-compagni e come se niente fosse suona Mayonaise, Soma e Whir. Una decina di anni prima James aveva rifiutato l'invito di Billy, vedendoci lungo: la reunion per Zeitgeist aveva convinto solo Chamberlain, che poco dopo aveva di nuovo salutato il suo amico Billy. Da quel momento in poi, Corgan aveva gestito la band a suo isterico piacimento, reclutando e licenziando musicisti senza soluzione di continuità. Poi, quasi dal nulla, l'apertura di James lo stuzzica: che sia il caso di riprovare a radunare il nucleo originale? Tra tweet e speculazioni varie, l'operazione riesce. L'unico tassello mancante è D'arcy, dapprima confermata e poi respinta perché “poco partecipativa”. Ma cerchiamo di essere positivi, perché per la prima volta in 18 lunghi anni 3/4 dei membri fondatori di una delle band più influenti degli anni 90 si ritrovano in uno studio per registrare un nuovo insperato capitolo insieme.

La pubblicazione di Shiny and oh so bright è talmente sconnessa rispetto alla storia (della band, ma forse della musica intera) che il sottotitolo “Nessun passato. Nessun futuro. Nessun sole” non stona affatto con la circostanza. Niente di nuovo sotto quel sole che a detta di Billy non esiste: siamo abituati alla sua visione apocalittica, e anche ai suoi arcaismi linguistici da mezzo poeta ottocentesco. A destare stupore, semmai, è l'esiguo numero di tracce che compongono il disco. Nonostante si tratti di un primo volume, fa strano constatare che la proverbiale loquacità del leader della band di Chicago si sia fermata a 8 brani per un totale di mezz'ora di musica, soprattutto considerando che intorno a Febbraio 2018 aveva dichiarato di essere al lavoro su 26 pezzi. Ma al di là dei numeri, a fare sognare i fan della vecchia guardia è stata un'altra voce. Quella inerente allo stile del nuovo disco, che secondo Corgan avrebbe rinverdito i fasti di Gish e Siamese Dream, tornando a puntare convinti sulle chitarre. Un'asserzione puntualmente sconfessata da Knights of Malta, che apre le danze con pianoforte, archi e cori quasi gospel. Intendiamoci, è un pezzo magnifico, che oltretutto alle mie orecchie suona freschissimo. Ma se proprio dobbiamo finire sulla giostra dei paragoni, è sicuramente meno accostabile alla rabbia degli esordi e più vicino alla maturità di Mellon Collie and the Infinite Sadness e Adore.

La conferma che il riferimento principale siano il terzo e il quarto lavoro delle zucche la trovo nella successiva Silvery sometimes (Ghosts), singolo dall'andamento palesemente “1979” responsabile del mio redivivo entusiasmo nei confronti di una band che credevo destinata a spegnersi lentamente senza più sussulti. Non che non abbia apprezzato il primo estratto Solara, anzi. Mi ha fatto pensare a un ibrido tra Bullet with butterfly wings e Fuck you (An ode to no one), con le dovute proporzioni e considerando che sono state scritte e arrangiate da un Billy neanche trentenne, mentre ora è un uomo di 50 anni. Spezzando con decise distorsioni una tracklist finora delicata, Solara non è l'unica sfuriata del disco: le fanno compagnia l'eccellente Marchin' on e la conclusiva Seek and you shall destroy, che sfortunatamente morde più nel titolo che nei fatti. Ma gli Smashing Pumpkins non hanno mai fatto affidamento unicamente su chitarre fragorose. A incantare ci pensano le sognanti Travels e Alienation (che sono anche i pezzi più lunghi dell'album) e la dolce With sympathy, che conta su un'interpretazione sentita di Billy Corgan.

Confesso che al termine dell'ascolto non ne ho abbastanza. Ingolosito da un lavoro nel quale avevo riposto molte speranze e conscio del fatto che si tratti di un album ispirato e prodotto ad arte (d'altronde la regia è di Rick Rubin), vorrei potere girare il disco e godermi il lato B. Ma siccome non si può avere tutto dalla vita, mi accontento di riascoltare l'album dall'inizio, riflettendo sulle prime parole di Billy. “Lo faremo succedere / Volerò per sempre / Piloteremo l'arcobaleno”. Sta succedendo davvero. Non posso sapere se il primo volume di Shiny and oh so bright rappresenti un inatteso guizzo d'orgoglio oppure un nuovo inizio. Ma il solo fatto che non sfiguri per niente al fianco di tasselli fondamentali della discografia degli Smashing Pumpkins è una notizia che mi riempie il cuore di gioia.

8/10

Highlights: 
Tutto.

11.09.2018

Muse - Simulation theory (2018, Warner)

Non più di un anno fa, Matthew Bellamy aveva sentenziato che i Muse non avrebbero più pubblicato album, concentrandosi invece solo sui singoli da dare in pasto alla rete. Sapete, i soliti discorsi: la fruizione della musica che è cambiata, le playlist, gli adolescenti che in linea di massima non hanno voglia di sorbirsi un disco dall'inizio alla fine, il crollo della soglia di attenzione degli ultimi tempi, eccetera. Qualche mese fa trapela invece la notizia che tutti i brani messi in circolazione in questi mesi, che sfoggiano un sound smaccatamente anni 80 e sono accompagnati da video che pescano a piene mani dall'immaginario della suddetta decade, convoglieranno in un disco. Un mezzo passo indietro? Uno stratagemma per fare parlare di sé anche nel momento “morto” tra tour e nuovo disco? Del semplice fumo negli occhi per confondere lo spettatore e poi colpirlo a sorpresa, scatenando un entusiasmo che in assenza di dichiarazioni e smentite non ci sarebbe stato? Qualunque sia il motivo del ripensamento, cari Muse, con me cascate male. Perché sono più retrò dei vostri filmati che ho intravisto su YouTube. Faccio parte di quella razza in via di estinzione che utilizza raramente lo streaming, e che aspetta ancora il lavoro completo per possederlo e archiviarlo solo dopo un ascolto attento. Mi piace giudicare l'opera nell'insieme, perché è l'unico modo per cogliere certe sfumature e magari scoprire che i brani meno strombazzati sono addirittura migliori rispetto a quelli divulgati in fase di promozione. E anche se mi avevate quasi convinto con la storiella dei singoli, vi aspettavo al varco. Perché nonostante vi sforziate di essere moderni, siete come me.

La conferma di quanto non siete cambiati ce l'ho appena scopro che il vostro ottavo album si chiama Simulation Theory. Un titolo assolutamente in linea con quelli del passato, che si soffermavano su ipotesi, teoremi e concetti vari. Questa volta, dopo il convinto ritorno alle chitarre di Drones che abbandonava le sperimentazioni del precedente The 2nd Law, vi siete buttati su sonorità decisamente più elettroniche, che forse chi non ha ancora capito quanto vi piace svariare farà fatica a digerire. Sento già urlare gli ex-fan allo scandalo, rimpiangendo i bei tempi in cui i Muse erano una Rock Band con la R e la B maiuscole. Suppongo che non ci sia bisogno che vi dica di lasciare parlare chi vi critica, perché non si può certo piacere a tutti, specialmente quando si parla di un'estetica che appartiene all'amata/odiata epoca delle spalline imbottite. Perfino io ho storto il naso sull'incipit di Something Human, perché quel suono non è solo anni 80, ma è pure tornato prepotentemente in voga nel pop “moderno”. Non ho intenzione di dilungarmi sulla presunta non-modernità del pop, perché ci sono fior di sociologi e musicologi che hanno analizzato a fondo il tema. Ma mi limito a fare una considerazione: se questo atteggiamento è in generale accettato e spesso esaltato, perché quando lo fanno gli altri va bene e quando lo fate voi no?

Per ciò che avete dimostrato nel tempo, mi sento in dovere di resistere alla tentazione di definire un brano pacchiano solo perché comincia come un riempipista di David Guetta. Non nego che il primo ascolto sia stato traumatico, ma dopo essermi ambientato ho capito che Something Human è un pezzo 100% Muse, solo che si presenta con un vestito al quale non ero abituato. Oltrepassato questo scoglio, che a mio avviso rimane il più difficile da superare, il resto è in discesa. Un po' perché vi siete presi la briga di aprire con un'opportuna dichiarazione d'intenti come Algorithm, capace di trovare un equilibrio perfetto tra la vostra nota epicità e il timbro dei macchinari analogici di cui vi siete invaghiti. Un po' perché pezzi come Propaganda e Dig Down non risulteranno così strampalati alle orecchie di chi ha apprezzato Madness. Per quanto riguarda numeri come Pressure e Thought Contagion, dove la componente elettronica è meno invasiva, il problema proprio non si pone. In questo senso il compromesso ideale è probabilmente The Dark Side, dove armonie e melodie familiari vanno a braccetto con strumenti che appartengono (in teoria) a territori lontani dal vostro stile. Ma visto che ho utilizzato questa parola, colgo l'occasione per riciclarla con un'accezione diversa: che stile, quell'assolo.

A costo di sembrare ingenuo, sono ancora convinto che al di là di suggestioni temporanee, mode del momento e pura apparenza, quello che a conti fatti rimanga sia la musica. E francamente me ne frego se lo sforzo richiestomi dai Muse derivi da un sincero desiderio di esplorare nuovi terreni oppure non sia altro che il frutto di una furba trovata commerciale che punta a qualche oscura strategia di riposizionamento. Simulation Theory è un disco solido, partorito da una band che raramente ha fatto passi falsi in carriera. Un trio che in quanto a scrittura non tradisce mai e che nel tempo ha dimostrato di avere talento da vendere, confermando il proprio valore sui palchi del mondo intero. A proposito: chi è talmente allergico a queste sonorità da non riuscire a sopportare l'album ha per caso pensato di mettere a confronto un'esibizione dal vivo di uno dei tanti progetti tutto fumo e poco arrosto degli anni 80 con un live dei Muse? Questo è solo uno dei modi per sottolineare quanto lo strumento conti fino a un certo punto. E' il modo in cui lo utilizzi che fa la differenza.

7.5/10

Highlights: 
Algorhithm, Th dark side, Something human, Thought contagion, Get up and fight, Dig down.

11.08.2018

Coldplay - A head full of dreams (2018, Doc.)


Alle 9 in punto maledico prima la sveglia e poi me stesso per avere fatto troppo tardi ieri sera. Apro gli occhi realizzando che il malvagio strumento ha interrotto un sogno di cui ricordo solo frammenti sparsi, ma che mi stava lasciando una sensazione tutto sommato positiva. Colgo dunque l'occasione per ri-maledire la sveglia mentre il mio cervello comincia a mettere a fuoco il motivo che mi ha spinto a riposare 5 ore scarse: oggi è il giorno dell'anteprima di A head full of dreams, il lungometraggio che celebra la carriera dei Coldplay. Provo ad essere poetico, considerando che passerò da un sogno a una testa che in teoria di sogni è piena. Tento di auto-motivarmi considerando che ha smesso di piovere, e che quindi risparmierò le imprecazioni che provoca il traffico di Milano in una giornata uggiosa. Ma non c'è proprio nulla da fare: non ho molta voglia di assistere alla proiezione della storia di una delle mie ex-band preferite. 

 Non penso che i Coldplay abbiano tradito le attese, perché solo un pazzo potrebbe sostenere una tesi simile. Passare una camera da letto adibita a sala prove a un tour negli stadi con più di 5 milioni di biglietti venduti nel giro di vent'anni scarsi non è roba da niente. Il loro valore è francamente incontestabile. Semplicemente, quando le loro scelte stilistiche non combaciavano più con i miei gusti personali, ho dato una pacca sulla spalla a Chris Martin e soci con grande rispetto e ho smesso di aspettarmi qualcosa in grado di farmi provare le emozioni di Parachutes e A rush of blood to the head. Un po' come quando ti accorgi che non hai più moltissimo da condividere con il tuo amico d'infanzia, quello che ti ha accompagnato in un altro periodo della tua vita, e ti allontani in modo naturale senza serbare rancore. Questo è il motivo per cui non sono andato a San Siro l'estate scorsa, snobbando un concerto che molti miei amici avevano definito clamoroso.

 La pellicola si apre proprio con i colori dell'ultimo tour, con quei quattro puntini che si dimenano sul palco dello stadio di Sao Paulo circondati da 100.000 anime urlanti munite di braccialetti fluorescenti. Uno spettacolo che avevo già intravisto in rete, ma che al cinema ha l'effetto immediato di fare vacillare qualcosa nelle mie convinzioni: che mi sia perso qualcosa? Ma no, i “miei” Coldplay sono quelli degli inizi. I ragazzi che al college ci vanno solo per trovare altri appassionati di musica con cui suonare e che si divertono a farsi riprendere da Mat Whitecross, un aspirante regista che incontrano prima di formare la band. Un amico vero, che un bel giorno si rende conto di avere in archivio più di 1000 ore di girato e si offre di fare una selezione e ricavare un film capace di raccontare l'intero percorso dei ragazzi di Londra. Inizialmente Chris non sembra entusiasta dell'idea. Ma dopo avere visionato alcuni clip, si rende conto che è il momento giusto per un'operazione simile. Perché se è sacrosanto pensare sempre al prossimo passo, certe volte è anche opportuno fermarsi a osservare tutto quello che è successo finora.

 Memore dell'ottimo Oasis:Supersonic, confido molto nella bravura di Whitecross. E faccio bene, perché la scelta di seguire un ordine cronologico avendo cura di saltellare tra presente e passato è vincente. Fa un certo effetto passare da Chris che si rivolge alla telecamera promettendo agli inesistenti spettatori del 1998 che nel giro di quattro anni sarebbero diventati una grande band alle immagini di un live del 2002. Così come è inevitabile sorridere paragonando il primo concerto in assoluto dei Coldplay agli stadi che brulicano di fan festanti. Sono testimonianze preziose, perché sottolineano quanto l'ironia di Chris (“Buon per voi che siete venuti a sentirci oggi, che non siamo ancora famosi come i Bon Jovi”) in realtà nascondesse un desiderio reale, un obiettivo da raggiungere, una voglia non comune di arrivare in cima. La netta sensazione è che il leader dei Coldplay sapesse già che in futuro quei filmati sarebbero stati utilizzati per celebrare il successo del suo gruppo. E il fatto stesso che ogni singola tappa sia stata ripresa meticolosamente rende la pellicola unica: si tratta della prima volta in assoluto che una band di fama mondiale può essere raccontata in questo modo, e non attraverso reperti raffazzonati qua e là, come fotografie sbiadite o ricordi di amici, parenti e collaboratori.

Tra momenti di euforia e i rari periodi no (l'allontanamento temporaneo di Will Champion, l'ispirazione che non arriva in X&Y e il divorzio tra Chris e Gwyneth Parltrow), quello che emerge del film è piuttosto chiaro: i Coldplay sono una famiglia. Da quando si sono incontrati hanno fatto tutto insieme. Il valore dei singoli componenti della band è senza dubbio inferiore rispetto a quello della squadra. Mat non ha mai smesso di seguirli, e perfino il loro primo manager Phil Harvey (da loro spesso definito il quinto membro della band) è un amico del college. E anche se ora sono diventati enormi, sembra che le cose non siano cambiate: la passione genuina di Chris che viene immortalato quando fa sentire per la prima volta The scientist ai suoi amici è la stessa che manifesta quando si ritrova a dare istruzioni a Beyoncé suonando quattro accordi su una tastiera in una camera da letto. Sono scene come questa che mi fanno ritrovare i “miei” Coldplay, che mi fanno pensare di essermi effettivamente perso qualcosa. Proprio perché sono stato un fan della prima ora, avrei dovuto essere tra i 117.000 di San Siro. A raccogliere frammenti sparsi di un sogno divenuto realtà, celebrando l’apice di una splendida carriera.


11.02.2018

The Prodigy - No tourists (2018, Take Me To The Hospital)

Ancora prima di premere play per iniziare l'ascolto di No Tourist, ho il presentimento che farò una fatica tremenda a non smarrirmi tra i ricordi. So bene che rievocare i fasti del passato non aiuta a valutare un disco nuovo in maniera lucida e oggettiva, ma non ci posso fare niente: il contributo fornito dai Prodigy alla musica elettronica (anzi, alla cultura elettronica) è così rilevante da impedirmi di scindere la band dagli anni 90, il periodo storico a cui viene generalmente associata. Ogni volta che mi imbatto nella loro ragione sociale, le copertine di Music for the Jilted Generation e The Fat of the Land si materializzano automaticamente nella mia testa, e qualsiasi sforzo di scacciarle risulta vano.
Sia benedetto il giorno in cui il trio composto da Liam Howlett, Keith Flint e Maxim Reality si è preso il carico di rappresentare la generazione abbandonata confezionando un vero e proprio manifesto che racchiudeva in 13 tracce l'essenza della scena rave. E che nessuno si azzardi a toccare l'album del 1997, uno dei crossover più potenti e riusciti della storia della musica, capace di sgomitare in classifica al fianco di boy band e icone pop con irruenza epica. Un'operazione che, purtroppo o per fortuna, non è più immaginabile nell'ecosistema musicale odierno, che normalizza qualsiasi tentativo di trasgressione attraverso una manciata di click.

È tutta colpa dell'ingombrante passato dei Prodigy se continuo ad esitare. Non nascondo che ho molta paura di rimanere deluso da questo album, perché in fondo continuo a sperare in qualcosa che al giorno d'oggi pare un'utopia: un suono nuovo. Un suono in grado di scioccarmi, di tirarmi un pugno in faccia e di lasciarmi al tappeto, esattamente come era capitato con The Fat of the Land. E invece, come previsto, la sessione di ascolto parte con il singolo Need Some1, che avevo già archiviato quest'estate nella cartella “Standard Prodigy”. Il che non significa che sia brutto, anzi: ben vengano synth maleducati, batterie grasse e stop & go tanto prevedibili quanto impeccabili nella costruzione. Esattamente come non disdegno il secondo singolo Light Up the Sky, che contiene almeno due auto citazioni: il riff principale riprende alcune note di Voodoo People, mentre il minuscolo break di chitarra richiama l'inconfondibile suono di Breathe. Rimango più freddo su We Live Forever, che alza il ritmo e fa affidamento su un hook elementare ma non certo memorabile, mentre la progressione discendente della title-track che saccheggia la coda di Closer di Nine Inch Nails incontra la mia totale approvazione. Apprezzo pure la violenza di Fight Fire With Fire, insieme al duo rap Ho99o9, ma dal mio punto di vista il confronto con Diesel Power (con Kool Keith) o con l'immortale Poison non regge.

Il copione non cambia con l'avanzare delle tracce. Mi ritrovo dunque a scuotere il capo al ritmo di Champions of London e Boom Boom Tap, ammettendo implicitamente che l'adrenalina qui non manca di certo. Ma nel frattempo il mio cervello continua a farsi i fatti suoi, trovando sempre e comunque riferimenti ai gloriosi tempi che furono. A quando assistevo con un ghigno a una mielosa cover di How Deep is Your Love firmata Take That che veniva spodestata in classifica dalla facinorosa Firestarter. All'impagabile soddisfazione di potere inserire Smack My Bitch Up all'interno di un dj set assolutamente commerciale in qualche locale fighetto di Milano. A quella supposta rivoluzione che, com'era intuibile anche se mi rifiutavo di uccidere il sogno sul nascere, non si è mai realmente compiuta. Perché per quanto i Prodigy facessero la musica giusta al momento giusto, i suoni erano comunque troppo audaci per durare in eterno. D'altronde la musica, come tutte le arti, deve fare i conti con i proverbiali cicli.

Nonostante i legittimi accorgimenti sonori per stare al passo con i tempi, quando senti una traccia del trio britannico la riconosci fin dalla prima flebile frequenza che raggiunge le tue orecchie. E No Tourist è un album decisamente più ficcante del precedente The Day is My Enemy, che a mio parere aveva esagerato con l'allineamento sonoro, rinunciando a una buona fetta d'identità. Un fattore necessario nel melting pot musicale odierno, ma purtroppo non sempre sufficiente per farsi notare. Se però una nuova rivoluzione ad oggi pare una chimera, tanto vale metterci la passione di un tempo e plasmare un suono riconoscibile e personale. E su questo non sono ammesse obiezioni: i Prodigy nel 2018 continuano a fare la musica “giusta”, la loro musica, quella che sanno fare meglio di tutti. Il problema, ammesso che si possa definirlo tale, è il contesto storico. Qualcuno sostiene che siano finiti da un pezzo, qualcun altro è convinto che siano ritornati in forma. Loro se ne fregano e vanno dritti per la loro strada, sbraitando e seminando caos. Io, seppur rimpiangendo i pugni in faccia che negli anni 90 hanno sconvolto in positivo il mio approccio alla musica, sto comunque con loro.

7.5/10

Highlights: 
Need some1, Light up the sky, No tourists, Timebomb zone, Champions of London, Boom boom tap.

10.19.2018

Richard Ashcroft - Natural rebel (2018, BMG)

Ogni volta che viene nominato Richard Ashcroft, la prima melodia che fischietto è quella di Break the Night With Colour. Non quella di A Song for the Lovers, il suo primo singolo da solista nonché la sua canzone di maggior successo. Il motivo è semplice: nel 2000 lo scioglimento dei Verve post Urban Hymns (il più significativo della band di Wigan, che di rotture ne sa qualcosa) è ancora troppo fresco, e io non ho nessuna voglia di accettarlo. Quindi a me la canzone per gli innamorati non fa né caldo né freddo, è soltanto una hit radiofonica che si confonde in mezzo a mille altre. Ma nel 2006, quando facendo zapping mi imbatto nel cantautore britannico seduto al clavicembalo dietro le sbarre di una prigione che suona Break the Night With Colour, penso immediatamente a John Lennon. Il paragone è chiaramente ingombrante, quindi decido di recuperare i dischi precedenti (che avevo ignorato) per farmi un'opinione a mente lucida.

Una decisione proficua, perché tasto con mano che “le canzoni sono più forti di tutto, anche delle band” - come lui stesso ha tenuto a ribadire agli scorsi I-Days. La frase pronunciata sotto il sole di Milano davanti a una folla accorsa per sentire Liam Gallagher e i Killers (e che quindi deve ancora riempire a dovere il parterre dell'ex area expo) calza a pennello con il titolo del suo quinto disco, Natural Rebel. E' nella sua indole vivere di attimi e fare scelte istintive, senza curarsi delle conseguenze che possono implicare. Oggi intrattiene un pubblico che senza il richiamo di altre band probabilmente non sarebbe venuto a sentirlo, mentre 20 anni fa era il leader di una band che riempiva i palazzetti del pianeta. Ma il successo non è sufficiente per tenere a bada la sua impulsività. Nel Giugno del 1998, dopo un concerto a Dusseldorf, si ritrova con la mascella indolenzita, e il chitarrista Nick McCabe con una mano rotta (unite voi i puntini). E dire che l'anno precedente Richard aveva supplicato Nick di tornare nella band dopo avere bocciato Bernard Butler dei Suede. Ashcroft è fatto così. Marcia lungo l'agrodolce percorso della vita con una camminata arrogante, prendendo a spallate chiunque capiti sulla sua strada. A nessuno dovrebbe essere concessa tanta presunzione, ma che cosa puoi dire a uno che scrive un pezzo come A Man in Motion, efficacissimo concentrato di purezza ed esperienza? “Sono un uomo in movimento, ho bisogno di velocità. Ti conviene adeguarti se vuoi venire con me”. Il concetto del moto è evidentemente caro ad Ashcroft, che lo ribadisce sotto forma di invito (“Se cammini con me, io cammino con te”) in That's When I Feel It. Il viaggio a cui fa riferimento è un percorso mentale, la cui ricetta prevede di rifugiarsi nel conforto della semplicità facendo buon uso della consapevolezza acquisita nel tempo. Una condotta che lo porta a tenersi stretto il passato, a coccolarlo. Ecco spiegata “quella sensazione country soul blues” sulla coda di Born to Be Strangers, un pezzo dal piglio Stonesiano che racconta di come alcune persone siano destinate a vivere da sole, alla costante ricerca del pericolo. Ma senza per questo sentirsi fuori posto, come sancito nel perentorio "Goodbye to Loneliness” del singolo Surprised By the Joy, ode alla genuinità dei piccoli piaceri quotidiani e della natura (“Voglio camminare nel giardino con te”) di fronte alle quali la tecnologia (“Qualcuno che ti filma ovunque vai / Non c'è più privacy”) perde di significato.

Un passo alla volta, affrontando le nostre e paure e imparando dagli errori, possiamo rifiorire. Sembra questo il suo messaggio positivo, ai limiti dell'illusione. E' inevitabile affrontare periodi no (We All Bleed), ma si possono superare facendo affidamento sul potere assoluto dell'amore (All My Dreams, That's How Strong). E della musica, naturalmente: “Ogni giorno succede qualcosa nel mondo che ci polarizza, ci divide. E' un meccanismo malsano che alimenta l'ansia e ci soffoca. La musica in questo senso rimane la forma d'arte più forte, perché non separa, ma unisce. E mi sento fortunato ed eccitato a farne parte”. La ribellione naturale descritta da Richard non si basa quindi su grandi rivoluzioni: tutto quello che bisogna fare per trovare la pace interiore è ricordarsi di vivere il momento, senza complicarci troppo la vita. Aprire gli occhi la mattina e constatare con meraviglia che davanti a noi c'è un giorno nuovo, che se vogliamo si può tramutare in opportunità per rinascere. La volontà di raggiungere l'armonia con sé stessi senza sconvolgimenti è del tutto coerente con la sua musica, visto che Natural Rebel non si preoccupa di apparire innovativo in termini di arrangiamenti o songwriting, rimanendo fedele al principio delle canzoni che sono più forti di tutto. E siccome Richard Ashcroft ha ben poco da invidiare a tanti cantautori ben più celebrati di lui, il risultato è esattamente quello che da lui ci si aspetta: una manciata di canzoni ottimamente scritte, che si potrebbero definire ribelli solo aggrappandosi alla scelta dichiarata di non adeguarsi ai suoni moderni. Canzoni talvolta prevedibili, e talmente personali da sembrare spesso quasi ingenue. Ma indiscutibilmente vere.

7.5/10

Highlights: 
All my dreams, Surprised by the joy, That's how strong, Born to be strangers, We all bleed, A man in motion.

5.09.2018

Arctic Monkeys - Tranquility Base Hotel + Casino (2018, Domino)

Come si diceva un tempo, riavvolgo il nastro per l'ennesima volta. Credo che sia la nona o la decima, ma ho perso il conto. Per quanto mi capiti spesso di lasciare dischi a rosolare fino al raggiungimento della cottura ottimale, il fatto che l'episodio si stia verificando con un album di Alex Turner mi impone di non archiviare la vicenda con sufficienza; onestamente, mi sono sempre bastati un paio di ascolti per inquadrare i suoi lavori. Ma in questo caso no. Cliccando sui file che compongono Tranquility Base Hotel + Casino (titolo incredibilmente farraginoso, soprattutto se messo in relazione con il precedente cristallino e ultra stringato "AM") mi sono sentito come se l'amico del calcetto mi avesse dato appuntamento al campo alla solita ora, per poi scoprire che oggi si gioca a baseball. L'inevitabile domanda che compare a grandi lettere nella mia testa è: “Cosa diavolo succede qui?”

Perso in un mondo che non riconosco cerco di ritrovare l'orientamento, anche se la mia bussola non sembra funzionare; l'ago impazzisce, oscillando nervoso in mezzo a mille punti cardinali che per l'occasione hanno cambiato nome. Punta su John Lennon, poi si rivolge verso scenari fantascientifici. Segna qualche oscuro musical, poi la destinazione diventano i crooner d'altri tempi. Non avendo la più pallida idea di dove dirigermi, decido di guardarmi intorno e cercare qualche chiaro riferimento visivo – ma il senso di smarrimento aumenta. Laggiù, nell'ampio spazio solitamente riservato alle chitarre, ci sono dei crateri enormi. E non riesco nemmeno a individuare le energiche cascate a cui ero abituato; i pezzi sono diventati laghi piatti e placidi, tutti tra il lento e il moderato. L'incipit di Star treatment – dove il frontman degli Arctic Monkeys fa l'autostop in un posto dimenticato da dio e lontano da qualsiasi autostrada immaginaria – sembra descrivere a pennello la mia situazione. Qui non c'è la benché minima traccia degli Strokes, fonte d'ispirazione principale di un Turner che li cita e poi punta immediatamente il dito sul sistema accusandolo di essere il principale responsabile di questo “casino” - parola magica che sintetizza lo stato del mio cervello, costretto a risolvere un imprevisto labirinto armonico e lirico. Se un semplice cambio di direzione può spiazzare, immaginatevi cosa può accadere quando a mutare è lo strumento chiave della scrittura: stregato da uno Steinway regalatogli da un amico per i suoi trent'anni, Alex sposta il centro gravitazionale delle sue composizioni sul pianoforte. E per dare il colpo di grazia al povero e indifeso ascoltatore si esprime con flussi di coscienza degni di Joyce inventando storie assurde tra Blade Runner e Bukowski (non a caso espressamente menzionati).

Dopo X tentativi (dove X è un numero finito tra 10 e 100 che dipende dalla capacità di adattamento e dalla volontà di risolvere l'enigma dell'ascoltatore) certi pezzi diventano finalmente accessibili. Riesco a canticchiare il ritornello di American sports (innamorandomi del “Uh” in falsetto prima dell'ultimo ritornello), mi unisco baldanzoso ai cori di Four out of five e anche le brillanti Batphone e The world's first ever monster truck front flip (praticamente uno scioglilingua) diventano familiari. Il fatto che pezzi come la title track e Science fiction rimangano in qualche modo avvolti nella nebbia mi fa capire che dovrò ancora fare affidamento sulla funzione repeat per sviscerare l'album a dovere. Ma a dire il vero, sono anche tentato di lasciare tutto così com'è. Perché in fondo l'impressione è che Turner voglia a tutti costi trasportarmi nello stato di allucinazione in cui si trova mentre canta, fregandosene di risultare interamente comprensibile. Il suono delle parole pare di gran lunga più importante del significato delle frasi che compone, esattamente come le singolari progressioni armoniche e i fragilissimi ritornelli rappresentano un invito a saltare a bordo senza pretendere nessuna garanzia. Alex mi sta chiedendo di gettare via la bussola; di lasciare perdere considerazioni su crateri, cascate e laghi e di godermi semplicemente il panorama di un mondo nuovo. Qualcuno preferirà declinare gentilmente, rifugiandosi al sicuro nel solido passato; io invece mi fido di lui, e accolgo la proposta con entusiasmo. Nel farlo, comprendo l'inutilità della domanda che è uscita dalle mie labbra poco fa: quello che sta succedendo ora lo posso sentire, e mi voglio prendere tutto il tempo che serve per gustarmi ogni singola nota. La domanda intrigante, quella che davvero stuzzica la mia fantasia e in un futuro spero non troppo lontano confermerà la bontà della mia decisione è: “Cosa succederà domani?”

7.5/10

Highlights: 
Star treatment, American sports, Golden trunks, Four out of five, The world's first ever monster truck front flip, Batphone.

4.07.2018

Baustelle - L'amore e la violenza Vol.2 (2018, Atlantic)

Sto ancora canticchiando L'era dell'acquario come se fosse uscita ieri, quando improvvisamente in un freddo pomeriggio di fine Gennaio vengo stuzzicato da un sibillino video promozionale che allude a un possibile nuovo album dei Baustelle in uscita. Che stia sbagliando qualcosa? Prendo in considerazione l'opportunità che la memoria si sta prendendo gioco di me, e quello che mi sembra un disco tutto sommato nuovo sia in realtà datato – che so – 2016. Capita, a volte; il tempo passa e “ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni, alla storia, al calendario”. Ma no, ho fatto bene i calcoli; "L'amore e la violenza" è uscito nel 2017, e per la prima volta in quasi vent'anni di carriera la band di Montepulciano pubblica due lp nel giro di quattordici mesi, collegandoli artisticamente attraverso l'espediente dei volumi.

Tra le mie tante convinzioni sbagliate ne annovero una che non riuscirò mai a sradicare: la diffidenza nei confronti di lavori che vedono la luce in tempi troppo ristretti. Un preconcetto che si trasforma in preoccupazione quando c'è di mezzo un gruppo che mi sta particolarmente a cuore, come in questo caso. Il turbamento è però stemperato da un paio di pensieri. Il primo proviene direttamente da Bianconi e soci che – in quello che interpreto subito come uno slancio di ironia – mettono le mani avanti precisando che si tratta di “dodici pezzi facili” e specificano al giorno del lancio che non sanno in quanto tempo si fanno i dischi (e se non lo sanno loro, cosa posso saperne io?). Il secondo è opera del mio cervello, che – ancora traumatizzato in senso positivo dal monumentale Fantasma – si aspettava qualcosa di più da L'amore e la violenza, un album che ha raccolto consensi ma che al sottoscritto è sempre parso un po' troppo veloce e leggero; ricordo la precisa sensazione di avere metaforicamente tentato di girare il disco una volta giunto al pezzo finale, rimanendoci male nello scoprire che sull'altra facciata non ci fosse inciso nulla.

La mia occasione per girare il simbolico disco arriva dunque con questo Volume 2, scritto durante il tour con gli stessi strumenti utilizzati nel primo episodio, che si presenta con una copertina in tutto e per tutto affine (cromaticamente e a livello di caratteri utilizzati) a quella di un anno fa. Una cover in cui ancora una volta troneggiano due figure femminili: la donna (incarnata da nomi come Veronica e Giovanna, dal pronome personale “lei” disseminato ovunque e dal ricorrente anglicismo “Baby”) è la stella madre del sistema, e attorno a lei orbitano canzoni che cancellano il confine tra libertà e coercizione, che uniscono amore e violenza in un abbraccio tanto inspiegabile quanto reale. Perché – parola di Bianconi – l'amore è anche violenza. E non solo nei momenti più delicati (come quando una storia finisce), ma anche quando ti travolge e ti comanda a bacchetta senza che tu possa in opporti in alcun modo. Certo, L'amore è negativo sembra una traduzione quasi letterale di un noto brano dei Joy Division che ha segnato più generazioni; ma qui, a dispetto del titolo e del tema affrontato, si scorge una sorta di speranza, una flebile luce in fondo al tunnel che incita a conservare un barlume di fiducia. Dove riporla questa fiducia? Nel passato, nel presente o nel futuro, chissà. In un amore cosmico forse; in un concetto di amore che si eleva oltre i confini materiali della relazione stessa (quello “Che non muore mai / Più lontano degli dei”). L'amore atomico che prima brucia e poi si spegne, per poi riaccendersi magicamente quando non credevamo che fosse possibile (Credi che il vuoto di colpo sia bellissimo / Neghi che tutto sia vano e tutto inutile). In un amore perduto, che però non ne vuole proprio sapere di lasciarci in pace e sopravvive nel dolore (Tutto mi parla di te / Perfino la tua assenza mi fa compagnia). O anche in un amore immaginato, che deve ancora arrivare; chissà se perdere una donna in un giorno di sole uguale agli altri (come si perde un accendino o un portachiavi) possa rappresentare davvero un nuovo inizio.

La sensazione è che Bianconi abbia cercato di descrivere con una ciclicità quasi matematica l'irrazionale inseguimento tra principio e fine, che si rincorrono disperatamente a vicenda fino a confondersi: il paradosso di ritrovare la libertà aspettando una nuova sopraffazione – illusoria o reale – che dia un senso ai nostri giorni vuoti. Ci vuole coraggio a scrivere canzoni d'amore: si cammina su un filo, rischiando di precipitare nella stucchevolezza o nella consuetudine. Con questo disco i Baustelle sono riusciti a percorrere quel filo senza cadere. Il segreto? Essere espliciti senza esagerare, avere cura di lasciare libertà di interpretazione senza scivolare nell'incomprensibile e ricercare un prezioso equilibrio tra materialismo e idealismo (qualità che a mio modo di vedere li contraddistingue da sempre). In linea con i miei principi che spesso si rivelano errati ero pronto ad accogliere qualcosa di simile a una raccolta di b-side; un lavoro che potesse ambire ad un ruolo di appendice all'album di un anno fa, un prodotto indispensabile per i fan ma in un certo senso trascurabile per l'ascoltatore occasionale. Non sono mai stato così felice di vedere le mie aspettative disattese: L'amore e la violenza Vol.2 parte dall'immaginario sonoro e lirico del primo volume e lo nobilita con grande classe e la giusta dose di spontaneità. Lascia un retrogusto amarognolo, che in fondo è quello che ci si aspetta da loro; ma lo fa attraverso un'ostentata “oscenità pop” che alleggerisce l'atmosfera e rende più semplice accettare il fatale scarto tra tra sogno e realtà.

8/10

Highlights: 
Veronica N.2, Lei malgrado te, A proposito di lei, Baby, L'amore è negativo, Perdere Giovanna.


11.30.2017

Noel Gallagher's High Flying Birds - Who built the moon? (2017, Sour Mash)

Talvolta le prime impressioni possono ingannare. Nonostante mi fossi rifiutato di considerare plausibile la somiglianza con una hit di Ricky Martin strombazzata in rete, quando qualche settimana fa ho ascoltato Holy mountain ho pensato che suonasse in modo strano e che non rappresentasse Noel Gallagher per come avevo imparato a conoscerlo in più di vent'anni di onoratissima carriera.
Ma ora – giunto al terzo ascolto integrale di Who built the moon? - quelli che mi sembravano campanelli d'allarme si sono trasformati in travi portanti di un'architettura pensata e voluta.

Il terzo disco di Noel e dei suoi Birds mette le cose in chiaro fin dall'inizio; Fort Knox appoggia cori e vocalizzi sparsi su un'intelaiatura ritmica che suona decisamente rock, ma che nello sviluppo lascia trapelare la visione “sequenziale” del produttore David Holmes. A conti fatti sarà proprio questo approccio bastardo tra scrittura tradizionale e stesure che appartengono di fatto al mondo elettronico una delle carte vincenti dell'album. In questo senso la prima conferma la offre It's a beautiful world, con un beat che strizza l'occhio ai Prodigy del '97 - periodo storico che coincide con la prima collaborazione tra Noel e i Chemical Brothers (l'immensa Setting sun). Caso vuole che la successiva (e illuminante) She taught me how to fly ricordi proprio la vena psichedelica del duo di Manchester - e già che stiamo parlando del celebre borgo inglese parrebbe scorretto non citare in questo contesto anche i New Order e i loro lunedì blu.

Il lato A del vinile termina così, e finora la voce di Noel (quasi sempre trattata) si è fatta largo sgomitando in mezzo a una moltitudine di strati sonori composti da chitarre, synth e pure qualche fiato. Girando il disco parte Be careful what you wish for, e nella mia testa si materializza il sorriso beffardo di chi da sempre viene accusato di / idolatrato per avere saccheggiato i Beatles e con strafottente tranquillità risolve la questione proponendo una sua personale rivisitazione di Come together (uscendone più che bene). Il lento che tutti ci aspettiamo fa capolino poco dopo, ma è soltanto un interludio; per una ballad a tutti gli effetti bisogna aspettare l'imponente title track, che pur viaggiando a un ritmo rilassato non rinuncia agli artifici sonori già descritti, in nome di una ricercata coerenza stilistica.

Parlare di sperimentazione a tutto tondo sarebbe inopportuno: Who built the moon? esplora territori già battuti da molti, senza inventare nulla. Ma il fatto che uno dei più validi compositori che la storia del rock recente ricordi decida di affidare la sua vena creativa a un produttore nel quale crede talmente tanto da acconsentire di lasciare fuori dalla scaletta alcuni brani solo perché troppo simili a ciò che aveva già scritto in passato è segno di coraggio. Quel coraggio che ogni svolta richiede, e che va moltiplicato per due quando tale svolta non è espressamente richiesta. Perché diciamocelo: per quello che ha combinato in questo quarto di secolo, Noel avrebbe potuto tenere buoni quei pezzi che sono finiti nel cestino senza farsi troppi crucci. E invece ha preferito scegliere una strada diversa, una strada che forse non gli appartiene del tutto - ma che ha portato all'incisione di un disco solido e ispirato. Forse non perfetto o imprescindibile, ma inattaccabile in quanto a lucidità e impegno.

7.5/10

Highlights: 
Holy mountain, It's a beautiful world, She taught me how to fly, If love is the law, The man who built the moon.


10.07.2017

Liam Gallagher - As you were (2017, Warner Bros.)

Caro Liam, so che non te ne fregherà niente, ma devo confessarti che sono uno di quelli che nei derby di famiglia ha sempre parteggiato per tuo fratello. Appartengo alla fazione che sostiene che se Noel non avesse deciso di entrare a far parte della tua band avresti fatto molta più fatica a ad affermarti. Sei nato con un dono enorme, ma senza il talento di Noel a supporto non mi hai mai convinto. Sai, quella storia del pane e dei denti.

Tuttavia, un paio di anni fa mi è capitato di sentire dal vivo Champagne supernova nel corso di un live di Noel, e devo ammettere che ho sentito la tua mancanza; ma non c'eri, perché mentre tuo fratello scriveva un paio di album dignitosi tu eri impegnato con i Beady Eye che – scusa la franchezza – non hanno lasciato alcun segno.

E adesso mi guardi ostentando la tua proverbiale sicumera attraverso la copertina del primo disco a tuo nome. C'è da dire che non hai mai avuto problemi a metterci la faccia: per te è sempre stato facile. E sarebbe fin troppo facile da parte mia soffermarmi su ciò che non funziona in As you were: testi leggerini o senza grande senso, melodie prevedibilmente autoreferenziali (i più maligni non mancheranno di osservare qualcosa tipo: “...e quindi copiate”), un'estetica sonora volontariamente datata e senza una vera direzione. Ma sei fortunato per almeno due ragioni. La prima è il famoso dono di cui sopra: ti trovo davvero in forma, Liam. Non ti sentivo cantare così da molto tempo. La seconda – molto personale, me ne rendo conto - è che alcuni di questi pezzi mi hanno scombussolato le viscere, andando a sfiorare le fragili corde della mia adolescenza.

Allora nonostante sia costretto a soffocare un “And so Sally can wait” mezzo secondo prima che parta il ritornello di For what it's worth, le emozioni hanno il sopravvento e alla fine la canto comunque a squarciagola. Anche se dovrebbe essere illegale riprendere la metrica di Supersonic, tu te ne freghi e la incolli sulla strofa di Greedy soul (che poi sfocia in un ritornello insipido, ma la frittata nostalgica è fatta e continuo a cantare insieme a te). In mezzo a questi due brani piazzi Paper crown, riuscendo nell'incredibile impresa di farmi pensare per un attimo a David Bowie. Wall of glass è un singolo azzeccato, Universal gleam e I get by sono tanto banali quanto efficaci, I've all I need chiude con orgoglio.

Sarò onesto Liam: non mi aspettavo nulla, e invece mi ritrovo con una manciata di pezzi gradevoli. Credevo di archiviare la questione con un paio di ascolti, ma mi accorgo di avere passato un intero pomeriggio tra skip e repeat. Continuo a sostenere che As you were “spolpato” da tutto quello che hanno rappresentato gli Oasis sia ben poco accattivante; ma d'altronde suppongo sia impossibile nascondere un passato così ingombrante. In più ci hai messo la faccia, e questo ti fa onore. Cheers, Liam.

6.5/10

Highlights: 
Wall of glass, Paper crown, For what it's worth, Universal gleam, I've all I need.


9.26.2017

The Killers - Wonderful wonderful (2017, Island)

Non è colpa mia se quando sento pronunciare Killers mi scatta automaticamente in testa un roboante “Coming out of my cage / And I've been doing just fine”. D'altra parte se ti presenti al mondo esibendo un pezzo immenso come Mr. Brightside il rischio di non riuscire nell'impresa di ripeterti al 100% è altissimo. Correva l'anno 2003. Hot fuss era il manifesto dell'energia di una band che voleva fare sentire la propria voce e che – sebbene recuperando dal passato con metodo alla stregua di altri gruppi di quel periodo lì – riusciva ad eccellere sprigionando una notevole freschezza. La popolarità dei ragazzi di Las Vegas è perfino salita via When we were young, per raggiungere l'apice con un trionfo pop del calibro di Human (per i critici l'inizio del declino, per le masse l'occasione più ghiotta per conoscerli). Ma dopo Day & age il giocattolo scricchiola: una pausa, Flowers che ci prova da solo ed ecco arrivare Battle born, universalmente riconosciuto come l'album più inoffensivo della carriera dei Killers.

Mi avvicino a Wonderful wonderful con un approccio a metà tra leggera sfiducia e rovinoso pessimismo, e al termine dell'ascolto vengo rapito dallo sconforto. Sarebbe davvero troppo facile ironizzare sulla vena creativa del quartetto facendo leva sull'aberrante titolo dell'album o sul comodo assist fornitomi dal brano finale (che si chiama Have all the songs been written?), quindi decido di mantenere la calma. Prendo un bel respiro e pure un metaforico cancellino con il quale elimino dalla mia personale lavagna mentale i Killers di inizio millennio, riponendo con premura le varie Somebody told me, Change your mind e For reasons unknown in un cassetto: lasciamo il passato al suo posto. Quando premo play per la seconda volta mi accorgo che in fin dei conti qualcosa da salvare c'è.

Se la title-track non possiede proprio nulla di Wonderful, la sostenuta Run for cover si fa ballare di gusto con annessi assentimenti convinti di capo. Laddove The man lascia quasi indifferenti nel suo scimmiottare inefficacemente il funk sintetico anni 80, Tyson Vs. Douglas rende un onesto tributo a certi stilemi di epoca New Wave. Per una ballad finale soporifera c'è una Life to come che va a ripescare l'istinto armonico primordiale dei Killers, strappando un degno consenso. Il resto rasenta la noia: Rut se la cava pur essendo un tantino ridondante in quanto a capricci nostalgici, Some kind of love e Out of my mind provocano sonori sbadigli e The calling finisce presto nel dimenticatoio senza incontrare resistenze.

Wonderful wonderful porta con sé due notizie, una buona e l'altra cattiva. Quella buona è che Battle born per ora rimane senza dubbio il momento più basso della carriera della band, perché in questo disco ci sono tre o quattro brani azzeccati. La brutta notizia è che tre o quattro brani sono ancora troppo poco per affermare che i Killers si stiano definitivamente riscuotendo dalla nebbia di torpore che li avvolge da quasi dieci anni. Rimandati a un altro Settembre.

5.5/10

Highlights: 
Rut, Life to come, Run for cover, Tyson Vs. Douglas.


9.04.2017

Lcd Soundsystem - American dream (2017, DFA / Columbia)

E' inutile che tenti di trovare dei giri di parole: io adoro le band che si prendono il proprio tempo. In un'epoca di algoritmi che favoriscono l'”adesso e ora” e dove notizie, eventi, opere ed emozioni vengono macinate a una velocità insostenibile trasformando istantaneamente l'eccitante presente in un banale passato, trovo confortante che esista ancora qualcuno che se ne freghi dei ritmi imposti dalla società e preferisca prendersi il tempo che serve per rifinire, curare e coccolare le proprie fatiche.
In questo senso la notizia che James Murphy a un certo punto abbia deciso di interrompere il percorso degli LCD Soundsystem per dedicarsi (tra le altre cose) alla creazione di una sua personale miscela di espresso è a dir poco meravigliosa. Da una parte c'è chi venderebbe la famiglia per azzeccare un singolo e cavalcarne l'onda; dall'altra c'è lui, che marchia a fuoco il suono di New York del ventunesimo secolo con tre dischi epici e poi decide che ha bisogno di una pausa caffè.

Passano quindi sette anni, e American dream – quarto album della formazione Newyorkese – si materializza nel mio hard disk al crepuscolo dell'estate sfoggiando una copertina talmente impresentabile che non potrebbe nemmeno ambire al ruolo di artwork provvisorio. Ma io – colto da un brusco quanto inaspettato slancio punk – la prendo bene, sperando in una corroborante vittoria della sostanza sulla forma.
E bastano le prime note della languida Oh baby per capire che mai speranza fu meglio riposta: il tempo si cristallizza, i secoli si confondono e questo immenso ritornello che si srotola in un cupo crescendo mi lascia inerme a fissare il vuoto, mentre nell'aria riecheggiano le lancinanti parole finali di Murphy (There's always a side door into the dark).
A tirarmi fuori da questo incantevole buco nero ci pensano il freddo funk psichedelico di Other voices, l'incedere risoluto di I used to e i virtuosismi dissonanti di Change yr mind, prima che i quasi 10 minuti dell'arrabbiato brano centrale del disco (How do you sleep?) mi catapultino in un sogno drogato senza uscita. Mentre intorpidito mi sto ancora godendo le ultime sbavature di synth zeppo di riverbero, i bassi di Tonite mi assestano uno schiaffo tremendo scaraventandomi in uno scantinato buio e sporco della Grande Mela, e intorno a me ci sono solo fumo e luci stroboscopiche. L'eclettismo è cosa buona e giusta quando sei un fuoriclasse.
Proprio quando credo che ora – soprattutto dopo una doppietta di questo calibro - sia giunto il momento di testimoniare un'inevitabile leggera flessione ispirazione, ecco materializzarsi il dritto rock sapientemente (auto)citazionista di Call the police, la perfetta ballad in sei ottavi che da il titolo all'album, il Post-Punk (con doppia P maiuscola) di Emotional haircut e il mastodontico, sconvolgente e definitivo finale.
Scorrono i titoli di coda, in sala cala il buio e faccio fatica a realizzare che le mie orecchie hanno appena ascoltato quello che senza dubbio si può definire un capolavoro moderno. Un'opera rifinita, curata e coccolata. Senza tempo.

8.5/10

Highlights: 
Tutto.


2.20.2017

10 band che piacerebbero oggi al cinquantenne Kurt Cobain


Corre voce che quel maledetto giorno di Aprile del 1994 Courtney Love abbia ritrovato sul piatto dell'impianto stereo di casa "Automatic for the people" dei R.E.M.. Fu l'ultimo album ascoltato da Kurt Cobain prima del fatidico colpo di fucile. Kurt adorava i R.E.M., al punto che pare fosse in programma l'incisione di un album acustico insieme a Michael Stipe. Conosciamo anche altri dettagli sulle sue passioni musicali, ed è opportuno aprire la lunga (e piuttosto eclettica) lista con i Beatles, magari sottolineando l'intuibile preferenza per Lennon (associata a un altrettanto logico disinteresse per la scrittura di McCartney). L'elenco prosegue con Queen, Led Zeppelin e Black Sabbath. E poi il punk, naturalmente: dai Clash ai Sex Pistols, dai Black Flag ai Bad Brains. Non dimentichiamoci inoltre dei Pixies, che Cobain aveva confessato di scopiazzare senza vergogna, o delle sue note infatuazioni per Melvins e Sonic Youth. Fin qui tutto scorre. A complicare le cose subentrano nomi come Kiss, Aerosmith e AC/DC – che a ben vedere non stonerebbero nella categoria di band tutte festa-sesso-amore tanto odiate dalla cricca grunge. E che dire di Fleetwood Mac e Electric Light Orchestra, gruppi con una spiccata inclinazione pop? Considerando tutti gli aneddoti a nostra disposizione la tabella potrebbe diventare ancora più intricata e gli indizi sempre meno chiari: il leader dei Nirvana aveva una testa tutta sua, e di conseguenza era attratto da artisti e stili musicali molto distanti tra di loro. Ma siccome mi piace farmi del male, oggi provo a rispondere a una domanda folle: che cosa ascolterebbe oggi, a 50 anni, Kurt Cobain? 


Foo Fighters


Sono decollato senza la minima idea di quale landa desolata possano toccare i miei piedi una volta a terra, quindi concedetemi un atterraggio morbido. Il link è evidente, scontato. Percepisco i vostri “Vabbè, grazie tante” in coro. E credo anche che sia sbagliato considerare i Foo Fighters come il “naturale proseguimento” dei Nirvana. Ma aggirando la spinosa questione “Quanto sarebbero girate le palle a Kurt Cobain se fosse ancora tra di noi e avesse dovuto testimoniare lo strepitoso successo del suo batterista?”, penso che le affinità genetiche tra le due band siano semplicemente troppo forti per essere ignorate. Ascoltate brani come "All my life", oppure "I'll stick around"; confesso di avere più volte messo in pratica il malsano esercizio di immaginarmeli cantati da Kurt. E adoro immaginare che pezzi come questi (ma sono solo due esempi, ce ne sono quanti ne volete) finiscano di quando in quando nel suo stereo lassù, accompagnati da espressioni di stima.


The White Stripes


Qualcosa mi dice che il metodo punk applicato al blues di Meg e Jack White sarebbe andato particolarmente a genio a Kurt. D'altra parte la sua interpretazione di "Where did you sleep last night" di Leadbelly nello storico Unplugged di New York (ma anche in molti altri live precedenti) rivela la sua passione per il blues e in qualche modo si avvicina al suddetto metodo, specialmente quando Kurt mette a dura prova le sue corde vocali urlando a squarciagola l'ultima strofa della canzone.


Weezer


Sono convinto che oltre a riferimenti musicali molto simili (Pixies, Beatles, Sonic Youth e Kiss), le personalità di Rivers Cuomo e Kurt Cobain condividano un tratto importante: l'emotività. La differenza sostanziale sta nel modo in cui la esprimono. Cobain incarna la quintessenza dell'eroe maledetto privo del benché minimo equilibrio, che alterna rabbia a ironia, alti a bassi, momenti di delirio festante a lunghi esili solitari. Cuomo è invece il nerd passionale cresciuto a fumetti e Dungeons & Dragons; segue una dieta vegetariana da una vita, ha dichiarato di essersi astenuto dal sesso per due anni fino al giorno in cui ha sposato l'attuale moglie e insegna meditazione (oltre a scrivere delle bellissime serenate power-pop). Il mio unico dubbio riguarda il peso che avrebbe avuto la marcata influenza dei Beach Boys nel giudizio di Kurt sulla musica dei Weezer, ma mi piace pensare che non sarebbe stato un ostacolo insormontabile.


Queens Of The Stone Age


Qui potrei ricevere la seconda ammonizione per “collegamenti scontati”, dal momento che Josh Homme conosceva i Nirvana e ha perfino dedicato una canzone a Dave e Krist dopo la scomparsa di Kurt (è una delle ghost-track incluse nell'ultimo disco dei Kyuss, la sua band pre-QOTSA). Ma suppongo che il carisma di Homme avrebbe fatto breccia nella sensibilità di Cobain, e l'ostentata ripetizione dei riff che scimmiotta la musica elettronica traslandola in ambito rock – uno dei tanti pregi stilistici dei Queens Of The Stone Age – avrebbe incontrato l'approvazione di Kurt.


The Shins


Con l'album capolavoro “Oh, inverted world” del 2001 hanno rinverdito l'immagine della Sub Pop Records, la storica etichetta di Seattle che stampò "Bleach" e divenne il megafono principale della scena grunge per poi eclissarsi (fino appunto all'avvento dei The Shins). Aldilà di ciò, alla compagine di James Mercer è attribuito il merito di avere colto l'essenza del pop/rock anni 60 riproponendola con un linguaggio moderno, così da renderla più digeribile anche per le nuove generazioni. Kurt avrebbe senza dubbio lodato entrambe le imprese.


Radiohead


“Non voglio fare la fine di Eric Clapton. Lo rispetto, ma non voglio modificare le canzoni per adattarle alla mia età”. E' una frase tratta da un'intervista a Kurt Cobain a pochi mesi dalla fine di tutto, un pensiero che covava un desiderio di freschezza e rinnovamento che per ovvie ragioni non trovò il tempo di concretizzarsi. Che poi coincide con il modus operandi di Thom Yorke e soci: evoluzione continua e sguardo rivolto sempre e comunque al futuro, infischiandosene dei fasti del passato e mettendo sempre in primo piano la voglia di sperimentare nuove strade in musica. Probabilmente Kurt non avrebbe mai svoltato in stile "Kid A", ma le sue parole certificano che è un'attitudine che avrebbe gradito eccome.


Savages


Sarebbe un peccato capitale non includere in questa lista almeno una band formata da ragazze (meglio se incazzate). Ricordiamoci di Miss Cobain (all'anagrafe Courtney Love), ma anche di Kathleen Anna, leader delle Bikini Kill nonché autrice della scritta “Kurt smells like teen spirit” apposta sul muro di casa Cobain con della vernice spray – frase che ispirò il titolo del pezzo che cambiò le regole del rock nei primi anni novanta. Nonostante le Savages prendano le distanze dalla definizione “riot grrrl”, il loro piglio punk sembra proprio in linea con il Kurt-pensiero.


Mogwai


Nel numero di Maggio del 1994 dell'autorevole rivista The Wire, il critico britannico Simon Reynolds coniò la definizione “Post-Rock”. Kurt se n'era andato un mese prima, e non si sarebbe mai confrontato con questa espressione e con tutti i dilemmi ad essa associati (quali band includere in tale genere). Sta di fatto che l'amore di Cobain per la sperimentazione con la chitarra (ascoltare le deliranti "Endless nameless" e "Gallons of alcohol flow through the strip" nascoste in fondo a Nevermind e In Utero) e la sua proverbiale predilezione per i chiaroscuro mi fanno credere che avrebbe senz'altro abbracciato con entusiasmo la scena. Avrei potuto optare per altre band (magari più estreme, anche considerando la registrazione del nostro insieme a William S. Burroughs), ma ho scelto i Mogwai perché a mio parere riescono a toccare le corde e le emozioni giuste, quelle che avrebbero fatto vibrare anche l'anima di Kurt.


Courtney Barnett


Che il nome di battesimo della Barnett coincida con quello della Love è pura fatalità; i motivi per cui includo la cantautrice Australiana in questa lista sono prettamente stilistici. Courtney scrive canzoni in equilibrio perfetto tra punk, pop e rock più classico (con marcate influenze blues). Inoltre sono convinto che Kurt si sarebbe ritrovato nella sua “impassibilità espressiva” (in inglese “deadpan”) e nel suo sarcasmo (vedi il titolo dell'album di debutto: “Sometimes I sit and think, and sometimes I just sit”).


Wilco


Folk in bilico tra classicismi rock e vena alternativa, scivolando talvolta in sperimentalismi vari: la ricetta di Jeff Tweedy e dei suoi Wilco mi sembra la perfetta concessione ai “momenti Fleetwood Mac” di Kurt Cobain.

9.10.2016

1991/09/10 - 2016/09/10: Venticinque anni di Smells Like Teen Spirit


Il 10 Settembre 1991 stavo per compiere 13 anni, e non sapevo chi fossero i Nirvana. Nel mio walkman si alternavano cassette dei Queen e dei Guns N' Roses, album degli AC/DC e dei Doors, qualcosa dei Kiss e degli Aerosmith. Poi - siccome in quel periodo storico faceva figo essere duri e arrabbiati - le copertine dei dischi degli iron Maiden e dei Megadeth mi convinsero a sottopormi a intense sessioni di ascolti Heavy Metal, che mi portarono alla convinzione di essere un vero metallaro. A quel punto, il passo da Metallica & affini a cose più estreme tipo Slayer e Sepultura fu praticamente obbligatorio. Ancora oggi non ho nessuna idea dei motivi per cui un ragazzino che prendeva lezioni di pianoforte classico e che aveva una spiccata predilezione per la melodia sentisse un bisogno impellente di “ribellarsi” ricercando un suono aggressivo e chiassoso. Non escludo – come già accennato – che i tempi e le mode abbiano giocato un ruolo chiave in questa scelta. Però andò così.

Eppure c'era qualcosa che non mi quadrava del tutto. Non solo lo sentivo dentro di me, ma era piuttosto palese. Ascoltavo "Ride the lightning" esaltandomi su "Fight fire with fire", ma in realtà aspettavo che il nastro arrivasse a "Fade to black". Andavo ai concerti Metal, ma mi limitavo a cantare e ascoltare, tenendomi a distanza di sicurezza dal pogo. E non mi passava nemmeno per la testa di indossare un chiodo e degli stivali. Insomma, c'era qualcosa di forzato nel volere ricercare a tutti i costi di aderire a una forma mentis che non mi apparteneva al 100%. Ma adolescenza fa spesso rima con testardaggine: piuttosto di mettere in dubbio le mie convinzioni, le scacciavo via e procedevo in direzione ostinata e contraria, finendo addirittura a comprare dischi di Death Metal puro – dove ci voleva parecchia immaginazione per scovare un abbozzo di melodia.

Poi un bel giorno un amico inserì nel mio stereo portatile il cd di Nevermind, e le note di "Smells like teen spirit" mi tramortirono. Era Metal? No, a quanto pare era Grunge, mi dissero. E che cos'era il Grunge? Non me ne importava nulla. Quel pezzo era perfetto stilisticamente, emotivamente e a livello sonoro. Perfetto. Era duro, ma la sua forza stava anche nella musicalità. Era incazzato nel modo giusto. Era così semplice da risultare assolutamente raggiungibile: neanche l'ombra di un tecnicismo, perfino un chitarrista alle prime armi avrebbe potuto imparare quell'assolo di chitarra tanto basilare quanto appropriato. Insomma, avevo trovato quello che stavo inconsapevolmente cercando. E oggi – a 25 anni di distanza – so per certo che non ho mai più provato un'emozione simile ascoltando una canzone per la prima volta. Chiudo gli occhi, metto "Smells like teen spirit" in repeat e provo a ricordare le ragioni per cui questo pezzo mi ha cambiato la vita.


01 – Io ascoltavo la pop music perché ero infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?

La citazione di Alta Fedeltà di Nick Hornby calza a pennello. Qualcuno potrebbe dissentire sul fatto che Smells Like Teen Spirit fosse effettivamente un pezzo pop, ma il tempo lo ha consacrato come tale (e lo stesso Kurt ha dichiarato che in fase di composizione stava cercando di scrivere la perfetta canzone pop). Ed era una canzone molto, molto infelice – al pari di Cobain. Ma l'infelicità in questo caso non veniva espressa attraverso i convenzionali accordi minori o tramite languidi arpeggi di chitarra acustica accompagnati da una voce sussurrata. Nossignore: in questo caso l'infelicità si trasformava in energia, e pure positiva. Era un modo di esprimere l'infelicità che ti faceva venire voglia di ballare, di pogare, di urlare. E alla fine ti ritrovavi ad esorcizzare lil tuo sconforto interiore gridando più forte che potevi, senza tuttavia riuscire a liberartene del tutto - nel più spiazzante degli equilibri.


02 – Chiaroscuro

Il brano gira su quattro accordi per cinque minuti. Una stesura armonica banalissima, che senza una adeguata interpretazione porterebbe rapidamente alla noia. La differenza però la fanno l'intensità emotiva e lo sviluppo del pezzo, che prima ti culla e poi ti schiaffeggia – seguendo (come ammesso dallo stesso Cobain) la lezione dei Pixies, “...prima sommessi e tranquilli, poi fragorosi ed energici”. Ai tempi – in un'improvvisa quanto inspiegabile smania adolescenziale di condividere le mie passioni – mi ero ritrovato a pensare che avrei potuto fare ascoltare la strofa ai miei genitori, convinto che avrebbero apprezzato. Sapevo invece che non avrei avuto altrettanta fortuna con il ritornello, che aveva qualcosa di proibito. Era talmente sfacciato e arrabbiato da risultare in qualche modo offensivo. Era un'ode allo spaccare tutto. Quella chitarra – che fino a al bridge (intro a parte) si era limitata a suonare due misere note – ora sferragliava come un ossesso, la voce – dapprima morbida – pareva posseduta dal demonio, e la furiosa batteria di Dave Grohl faceva il resto. No, non era adatto agli Adulti. Decisi quindi che avrei tenuto il ritornello – e di conseguenza il pezzo intero - solo per me.


03 – “Profuma di spirito adolescenziale”

Con una conoscenza dell'inglese da terza media – e più in generale un livello nazionale di dimestichezza piuttosto basso con la lingua anglosassone, visto che si parla dell'inizio degli anni 90 – un titolo del genere per un tredicenne italiano si presentava accompagnato da un alone quasi leggendario. Si narra che Kurt abbia voluto intitolare così il pezzo per via di una scritta che la sua amica Kathleen Hanna (delle Bikini Kill) aveva apposto sul muro di casa sua con della vernice spray. “Kurt Smells Like Teen Spirit”: Kurt profuma di Teen Spirit, laddove Teen Spirit si riferiva a un deodorante per adolescenti molto usato all'epoca. Cobain invece interpretò la marca del deodorante in senso letterale, dandogli un'accezione personale e sociale: Teen Spirit come spirito adolescenziale, e quindi ribellione e tutto quello che ne segue. In ogni caso, l'opportunità di raccontare ai propri amici che “ieri sera ho ascoltato Smells Like Teen Spirit” (con tutte le difficoltà di pronuncia annesse) non ce la si poteva lasciare sfuggire: a declamare “Ieri sera ho ascoltato "Don't cry"” erano buoni tutti.


04 – “L'ho trovato difficile, è stato difficile trovarlo, non fa niente, lascia stare”

Oltretutto quel magnifico titolo non appariva nemmeno nel testo della canzone. Un testo a dir poco incomprensibile, criptico e fuori di testa. Considerando inoltre che ai tempi Google era fantascienza, la frittata era fatta: ognuno recitava le parole che capiva, e le parole chiare erano davvero poche. Tradurre le urla di Kurt nel ritornello era un'impresa, con tutto quel frastuono (forse filtrava un “I feel stupid”). E poi cosa diavolo c'entravano gli albini, i mulatti e i mosquitos? I continui cambi di soggetto nelle strofe rendevano la narrazione impossibile da decifrare, mentre non credo che qualcuno sia mai riuscito a captare quel How Low nascosto tra i mille Hello del bridge. Per fortuna che svettavano frasi come “I'm Worse At What I Do Best”, “It's Fun To Lose And To Pretend” o “I Found It Hard, It Was Hard To Find, Oh Well Whatever, Nevermind”, che erano più che sufficienti per entrare in completa sintonia con il pensiero dei Nirvana.


05 – Palestre, cheerleader, poghi e bidelli

Ragazze pon-pon annoiate (“Eccoci qui. Intratteneteci.”) che incitano quasi controvoglia un pubblico inizialmente tranquillo, che con il passare dei minuti si scatena sempre di più, arrivando a pogare e a fare crowd-surfing. Il bidello che si lascia trasportare dal ritmo e balla con la sua scopa. Lo sguardo di mezza sfida di Kurt Cobain quando termina l'assolo e attacca con la terza strofa. L'inevitabile distruzione degli strumenti finale. Centinaia di volti, e NESSUN sorriso. Scene girate in una palestra della tipica High School Americana, filtrate attraverso una luce disorientante e qualche nuvola di fumo.
Così io – abituato a scene da film di Hollywood dove bellissime cheerleader si dannano l'anima per mettersi in mostra e coinvolgere i tifosi entusiasti in un'atmosfera di festa e allegria – la prima volta che mi imbattei nel video rimasi a bocca aperta. Non era esattamente un capovolgimento della realtà, ma piuttosto una visione alternativa e conturbante della stessa.
“Caricate le armi e portate i vostri amici”, perché qui si fa la rivoluzione. Come già sottolineato, era difficile capire le parole del testo, ma il videoclip riusciva comunque a comunicare il messaggio: quelle scene erano un invito a trasformare la debolezza della cosiddetta Generazione X in energia per risollevarsi.
Nonostante il primo a non crederci fino in fondo fosse proprio lo stesso Kurt.