Another nice one, Miss Mary.7.5/10
Highlights: Just fine, Feel like a woman, Stay down, Till the morning, What love is, Work in progress (growing pains), Come to me (peace).
Fare musica per divertire e per divertirsi non è mai stato un peccato, e mai lo sarà. Non c'è niente di male nel ritrovarsi in una sala e strimpellare i soliti quattro accordi rubacchiati per poi schiaffarci sopra qualche ritornello d'impatto. Se poi scrivere anche delle strofe diventa una forzatura che problema c'è? Basta recitarle con un parlato: tutto sommato è capitato che lo facessero anche i Velvet Underground. Niente fucilazioni in pubblico dunque; basterebbe solamente che la stampa evitasse di strillarmi in faccia che i Teenagers sono l'ennesima rivoluzione quando la loro musica dice che sono solo un'altra band senza gavetta e con poche e confuse idee ritrovatasi lassù per delle ragioni che è meglio non sapere.
L'uscita di due album celebrativi come "Jagged little pill acoustic" e "The collection" nello stesso anno (il 2005) era sembrato il preludio ad una svolta nella carriera di Alanis Morissette. Inoltre il retro di questo nuovo album recita "Produced by Guy Sigsworth"; un nome che non lascia indifferenti, sia per la sua abilità in fase di sperimentazione e di arrangiamento (Bjork, Lamb) che per la sua predisposizione ad un pop fresco ed elettronico (il suo progetto Frou Frou, insieme ad Imogen Heap). Probabilmente "Under rug swept"(2002) e "So-called chaos"(2004) hanno fallito a livello commerciale, e pur essendo degli album di tutto rispetto non sono riusciti a mettere in evidenza quel qualcosa in più che invece era presente in dosi massicce sia in "Jagged little pill" che in "Supposed former infatuation junkie"; la voglia di cambiare è quindi giustificata, anche se questo "Flavors of entanglement" cambia direzione solo in parte e purtroppo non sempre con buoni risultati. I richiami orientali dell'opener "Citizen of the planet" sono ben gestiti, ma il singolo "Underneath" osa troppo poco e la successiva "Straitjacket" non convince per nulla con il suo beat danzereccio e quei synth sfacciati. Molto meglio "Versions of violence", bpm più rilassati, impalcatura ritmica epica e atmosfera misteriosa. La ballad piano-voce "Not as we" potrebbe tranquillamente uscire da un album di Tori Amos, mentre gli altri due lenti ("Torch" e "Tapes") sono squisitamente Morissettiani. Le velleità pop di Sigsworth emergono con decisione nella riuscita "In praise of the vulnerable man", ma sono fuori posto ancora una volta in "Gigglin' again for no reason" e nell'abbozzo drum'n'bass "Moratorium".
C'è chi di loro si è innamorato subito, quando con l'esordio "Who can you trust?" (1996) si allineavano con stile alla ribollente scena trip-hop. C'è chi invece ha imparato a conoscerli con il successivo "Big calm"(1998), sempre downtempo ma molto più digeribile, anche e soprattutto per una questione di tempi che cambiano. E poi ci sono tutti gli altri. Tutte le persone bombardate da quella "Rome wasn't built in a day" estratta dal terzo disco ("Fragments of freedom", 1999) e suonata ovunque, quintessenza della direzione pop intrapresa dalla band e facile bersaglio dalla critica che li aveva fino ad allora elogiati. Che il successo non sia facile da gestire è risaputo, e l'involuzione di "Charango" (2002, senza la voce di Skye che va per la sua strada) è frutto della loro giustificata confusione. "The antidote"(2005) paga ancora le conseguenze della suddetta svolta pop, a posteriori sicuramente vista in negativo (=tradimento delle proprie radici) piuttosto che in positivo (= evoluzione). Appare quindi abbastanza scontata la fine che farà "Dive deep": i beat ruvidi di "Thumbnails" e "One love karma" entreranno di prepotenza nella cartella " promesse mantenute fuori tempo massimo", mentre le aperture world/folk di "Au-delà" e "Run honey run" per quanto buone saranno invece troppo poco per la radio, e verrano quindi dimenticate in fretta insieme all'impalpabile "Washed away", all'inconcludente "Sleep on it" e alla prevedibile "Gained the world". L'ottimo singolo "Enjoy the ride", l'agrodolce "Riverbed" e la nostalgica "Blue chair" salvano l'ennesimo disco senza infamia e senza lode di questa band che da troppo tempo ha assunto le sembianze di un punto di domanda.
L'esordio di un quartetto scozzese che fin dall'appellativo e dai titoli dei pezzi chiarisce il suo vezzo drammatico e misterioso. Il genere si colloca in quel calderone post-punk e new wave che da tempo non gode più di confini ben definiti; ci sono anche delle soluzioni pop (nello specifico gli arrangiamenti di molti brani riprendono i movimenti ritmici di chitarra e batteria dei Coldplay) sempre e comunque accompagnate da una tendenza a dilatare/pischedelizzare le atmosfere. La voce di James Graham è scura e trascinata, (alla Interpol / Editors), e viene valorizzata negli episodi più alternativi ("Talking with fireworks / Here, it never snowed" su tutte), mentre la fisarmonica che accompagna è un elemento distintivo e curioso. C'è un senso di voluta incompiutezza e sospensione in pezzi come "I'm taking the train home" e "Last year's rain didn't fall quite so hard" che spiazza e intontisce, mentre la concettuale title-track strumentale è triste quanto basta per conlcudere l'album in malinconica bellezza.
Parte "Outskirts" con quegli archi da film che si adagiano lenti sul basso acid accompagnato da un beat morbido e da synth gentili, e le aspettative di "The sun and the neon light" vanno in orbita; il synth-pop di "Control me" coglie nel segno, ma sullo stesso tema si arrampica anche una meno riuscita "Solo city". "Charlotte"è una fotocopia in bianco e nero di "Night falls", solo più maleducata e banale, ma le atmosfere carillon di "Redemption" e "Sweet lies" sono splendide, dolci, ricche di suoni delicati e melodicamente perfette. "Planetary" è il momento più duro dell'album e non brilla certo per originalità, ma di contro quella marcetta terzinata di "Psychamaleon" è intelligente e intriga; il resto scorre stanco, e basta ascoltare i primi due album per rendersi conto che i Booka Shade sanno dare di più sia in termini emotivi che di qualità.
La stranissima coppia mette ancora in mostra il suo talento, questa volta senza curarsi di avere una hit del calibro di "Crazy" fra le tracce del nuovo album. Ma a pensarci bene forse nemmeno il successo di "Crazy" era stato pianificato: è semplicemente accaduto. "The odd couple" contiene un pezzo soul senza tempo del calibro di "Who's gonna save my soul", brani d'impatto divertenti e ben stesi ("Charity case", "Going on", "Blind Mary") e cose più sperimentali comunque degne di attenzione ("Open book"); non si può però non costatare che il sixties punk di "Whatever" è una caduta di stile, e che pezzi come "Would be killer" e "Surprise" sono insignificanti in relazione a quello che hanno dimostrato di sapere fare.
I due dell'Ohio continuano a giocare ai Creedence, Led Zeppelin e compagnia bella, fregandosene del fatto che il calendario segna 2008. Danger Mouse aiuta, e questo revival si ascolta volentieri; ma gridare al miracolo pare eccessivo.
Il lavoro di Rodney Jerkins alla produzione urla Timbaland nel singolo "Feedback" e nella successiva "Luv"; il testimone passa poi a Jermaine Dupri ed Eric Stamile, con l'electro rotonda di "Rock with u" che profuma d'estate. J.D. è fondamentale anche per il lavoro sulla stravagante "So much betta", su "The 1" (con il featuring di Missy Elliot) e sulla splendida ballad "Never letchu go", seconda solo all'unico pezzo sulle quali le mani le mette Ne-Yo ("Can't b good").
La formula è sempre quella: pop rock servito in salsa elettronica. Intro a parte, la band di Liverpool inanella cinque brani splendidi che fanno legittimamente pensare alla perfezione, ad un "Witching hour" alla seconda; pezzi come "Ghost", "Burning up" e "Runaway" (seppure quest'ultimo si dilunghi forse troppo) contraddistinti da una melodia vincente e da un arrangiamento che diverte nella sua genuinità. Poi arriva una flessione, un buco nero, una parte centrale priva di mordente; ed è un peccato, visto che il finale torna a livelli decisamente alti. Better luck next time, intanto ci si accontenta dei tanti gioiellini qui inclusi.
Chissà come avrà fatto quel matto di Sebastien Tellier a coinvolgere un tipo tanto richiesto quanto sfuggente come Guy-Manuel de Homem-Christo. Che l'interesse del primo verso la musica elettronica stesse crescendo lo si poteva intuire dalle recenti collaborazioni con Mr. Oizo e SebastiAn; la solita cricca francese, snobista ed egocentrica, ma di talento. Mettiamoci pure la popolarità raggiunta da questo personaggio eccentrico nell'ambiente dance (francamente inspiegabile, visto che il pezzo che l'ha consacrato è stato "Le ritournelle", splendido ma completamente fuori dai canoni tipici della musica da club) e tutto torna. In "Sexuality" Tellier si traveste da Marvin Gaye 2008, aiutato in maniera fondamentale dagli arrangiamenti e dai suoni elettronici ma caldissimi del Daft Punk. Bello? Certamente. Imperdibile? No.
Sander Ketelaars è l'anello di congiunzione fra la trance melodica e la house. Le sue produzioni sono caratterizzate da una forte propensione alla melodia unita a ritmiche tech spinte; "Grasshopper", "Back by demand" e "Riff" hanno già spopolato negli ultimi due anni, consegnandogli la copertina di Mixmag e il favore della critica.
Una volta terminate le inevitabili considerazioni a riguardo dell'immagine di questa biondina inglese che viene proposta come nuova reginetta del soul e una volta digerita la linea di basso a la "Standy by me" e l'organetto Manzareckiano del singolo ultra-catchy "Mercy", è il caso di voltare la prima pagina e di soffermarsi sulla sostanza di "Rockferry". C'è l'importante supporto dell'ex Suede Bernard Butler in fase di scrittura e produzione, c'è Jimmy Hogarth che è un signor autore / producer (già al lavoro con Sia, Corinne Bailey Rae, Beverly Knight e Suzanne Vega), c'è un arrangiatore d'archi esperto e bravo come Oliver Kraus; ma soprattutto c'è una biondina inglese di 24 anni con una voce meravigliosa. La spensieratezza di "Mercy" si contrappone a ballad splendidamente soul come "Distant dreamer", "I'm scared" e "Syrup & honey" (degna di una colonna sonora di un film di Tarantino); ballad che finiscono per diventare il centro del disco, che danno un significato al progetto, che emozionano nel loro perfetto anacronismo. Ogni tanto fa davvero piacere costatare che pop non fa sempre rima con "tutto fumo e niente arrosto".
Duo formato da Gruff Rhys (Super Furry Animals) e Bryan Hollon (Boom Bip) che scherza pericolosamente con gli anni 80, cercando di resuscitarne il mood con i mezzi dei nostri tempi (fra le altre cose l'album è dedicato al costruttore della gloriosa Delorean, macchina di "Ritorno al futuro"). L'opera riesce solo per metà, esattamente la prima dell'album, che può contare su melodie di un certo spessore pop e di una chicca come "Trick for treat" (una parodia di Timberlake e Timbaland virata eighties). A lungo andare l'atmosfera si sfalda, degenerando in scialbo revival e hip-hop sconclusionato.
Il sesto lavoro in studio della band di Oxford si presenta molto bene con i singoli "Diamond hoo ha man" e "Bad blood"; per il resto ad episodi felici come "Rebel in you", "Ghost of a friend" e la conclusiva "Butterfly" si alternano dei brani meno incisivi come "When I needed you", "345" e "Outside".