Anthony Rother fonda un'etichetta e la inaugura con un doppio concept; citare i Kraftwerk è assolutamente superfluo (l'introduzione nonchè title-track parla da sè) e a parte un paio di momenti noiosi il disco gira che è un piacere. Poi ecco la traccia 8 ("Frequency from reality"), che rallenta il ritmo e pone le basi per l'ascolto del cd 2, "Geomatrix Part 1-10": cinquantacinque minuti da ascoltare d'un fiato lasciandosi trasportare su un altro pianeta in un'altra dimensione.
7.5/10
Highlights: My name is Telekraft, Welcome to my laboratory, 64 bit audio, Liquid system, Frequency from reality, Geomatrix Part 1-10.
I Wildbirds & Peacedrums suonano un qualcosa che si potrebbe definire alternative-blues minimale: nella maggior parte delle occasioni la bella voce di Mariam è accompagnata solo da elementi percussivi (è il caso di "The way things go", della poesia tribale molto morrisoniana "Bird", oppure delle incalzanti "Doubt / Hope" e "The ones that should save me get me down"), altre volte spuntano dei timidi accordi di chitarra ("Pony") o un carillon ("A story from a chair") a supporto. L'influenza di Nico e compagnia bella è evidente soprattutto in pezzi come la splendida "I can't tell in his eyes", la dolcissima "The battle in water" o l'intima "Nakina"; nel suo genere e di questi tempi un album preziosissimo.
8/10
Highlights: Pony, The way things go, I can't tell in his eyes, The battle in water, The ones that should save me get me down, Lost love, The window, We hold each other song.
Gli indizi che portano a Lauryn Hill sono tanti, a partire dalla modulazione della voce che riesce ad essere calda e soul nelle melodie e a conservare la sua personalità nel rap; c'è inoltre lo zampino di Wyclef in uno dei pezzi più riusciti dell'intero disco ("No substitute love") e le influenze reggae non sono per nulla nascoste ("Magnificent", "Come over"). Forse è solo una questione di tempo, intanto questo è un ottimo disco.
7.5/10 Highlights:Wait a minute (just a touch), No substitute love, American boy, Come over, Back in love, Pretty please (love me).
La bravura di Dave Huismans consiste nel sapere utilizzare alla perfezione gli spazi, condizione necessaria ma non sufficiente per potersi cimentare con il dub. Tale condizione diventa ancora meno sufficiente se i territori diventano dubstep, dove è fondamentale un background techno con tutto ciò che quella parola si porta dietro (suoni, strutture ritmiche e armoniche, attitudine); aldilà di qualsiasi tentativo di creare eccitazione intorno ad un presunto "nuovo" suono (il dubstep, appunto), "Aerial" rappresenta un tassello importante nell'evoluzione dello stile elettronico tutto che a livello underground va preso in considerazione molto seriamente.
Qualcuno potrebbe obiettare che di dischi così ce ne sono davvero troppi; due fratelli che impugnano i loro strumenti e cantano una canzone a testa, che scrivono delle melodie tra il folk e il pop-rock semplici semplici e le arrangiano in modo prevedibile ma perfetto, che non si preoccupano di strafare ma di fare bene. Quando però il risultato sono tredici pezzi di valore e la noia è nulla non c'è scusa che tenga, e un album come questo diventa automaticamente un piccolo segreto da custodire gelosamente e da ascoltare all'infinito.
Esordì dieci anni fa su Rephlex, replicò due anni dopo su XL e ora il suo terzo album esce su Warp; da quel "Courtesy of choice" del 2000 solo qualche remix per la musicista iraniana Leila Arab. Il suo ritorno ricalca lo stile già messo in mostra sul finire del secolo scorso: psichedelia ("Mollie", "Mettle", "Carplos"), fedeltà alle tradizioni ("Little acorns", "Young ones") e la sua ben nota predispozione al trip-hop ("Why should I" insieme a Martina Topley-Bird, " Teases me" con il fido Luca Santucci, ma soprattutto "Daises, cats and spacemen" con la voce della sorella ex-Archive Roya Arab, che profuma di Portishead).
7.5/10
Highlights: Time to blow, Little acorns, Daises cats and spacemen, Teases me, Deflect, Lush dolphins, Ur train, Why should I.
"Plastic people" prosegue il discorso funk iniziato tre anni prima con "Boogie angst", con mestiere impeccabile ma un'ispirazione in troppi momenti latitante.
6/10
Highlights: Squeeze me, Man of constant sorrow, Thinking back, Ain't gonna take it no more.
I presupposti sono scontati, e a questo punto "dovuti": super produzione (Timbaland, Timberlake, The Neptunes, Andrew Coleman), featuring di lusso (Kayne West e qualche intromissione dei due Timb e di Pharrell), dodici tracce pop con obiettivo e destino che si incontrano nella parola "chart". Probabilmente il valore intrinseco delle canzoni è qualcosa che passa in secondo piano, considerata anche la maestria della signora Ciccone nell'attirare l'attenzione con un approccio universale e non concentrato unicamente sulla musica; ma se va tutto a gonfie vele fino al brano 4 ("Heartbeat"), passando attraverso due ottimi singoli ("4 minutes" e "Give it to me") e un'apertura convincente ("Candy shop"), con lo scorrere delle tracce la tensione si allenta un po' troppo, e a questo punto il pensiero che questo disco sia stato riempito di tracce per motivi commerciali (scadenze o quant'altro) vince.
6.5/10
Highlights: Candy shop, 4 minutes, Give it to me, Heartbeat, Beat goes on, Voices.
Bleeps, glitches, schiaffi di rumore bianco, interferenze, deviazioni pseudo-ambient, strappi e ritmi fuorilegge. Quello che ti aspetti dagli Autechre.
Quando Shara Worden si lascia andare vengono fuori delle cose mezze sperimentali davvero disorientanti ("Apples" è un ottimo esempio), mentre quando contiene la sua musica all'interno di uno schema il risultato tocca nel profondo: solenne malinconia, quel timbro commovente, strumentazione prettamente classica applicata a stesure folk-rock, tempi dilatati e un'aura ammaliante e fatale.
8/10
Highlights: Inside a boy, Ice and storm, From the top of the world, To Pluto's moon, Bass player, Goodbye forever.
Un conto è imitare; tutt'altra cosa è assimilare lo stile di band che compongono la storia del rock contemporaneo e fondere tali ispirazioni con un solido background tradizionalmente italiano per produrre del sano e coinvolgente pop-rock.
7.5/10
Highlights: Che cosa conta, Cambiano le cose, Io prendo casa sopra un ramo al vento, Vorrei un motivo, La mia occasione.
Il percorso intrapreso da Bardi Johannsson è molto vicino all'evoluzione stilistica della band londinese "Archive", prima salita sul carrozzone trip-hop per poi virare verso una scrittura di pezzi propriamente rock. Forse l'esperienza di "Lady & Bird" (con Keren Ann) ha influito sulla sua prospettiva, ha stimolato in lui una voglia di compiere il grande passo, da produttore a cantautore; la conferma principale sta nel fatto che in questo terzo disco scompaiono in maniera pressochè totale i featuring vocali, sostituiti dalla sua voce (che non è niente di unico, ma il suo dovere lo fa). E' inevitabile che ci siano dei passaggi fin troppo semplici ("I know you sleep", "Black parade") e di certo i testi e la pronuncia inglese hanno spesso un che di maccheronico, ma sarebbe ingiusto non chiarire che ogni singola traccia di "Ghosts from the past" ha una forte componente emotiva ed è interpretata con il cuore.
7.5/10
Highlights:One more trip, Lost in wonderland, Every time I look in your eyes, Ghosts from the past, Don't feel ashamed, You won't get out.
Non si può non sentire almeno un po' la mancanza di un tipo come Adrian Thaws, un personaggio camaleontico che nei primi novanta ha contribuito a cambiare la musica grazie alla sua innata capacità di varcare i confini con una padronanza e una calma paradossali. "Knowle west boy" esce dopo 5 anni di astinenza e comincia senza preamboli, con un bluesaccio distorto come "Puppy toy", uno schiaffo in faccia che pretende attenzione, che urla "sono tornato, eccomi qui, adesso vedi di aprire bene quelle orecchie"; segue "Bacative", un oggetto misterioso che mischia ragga, funk, punk e prevede anche a supporto un pad cosmico e un violoncello(!). "Joseph" è un pezzo soul futuristico, senza beat, due accordi ma un atmosfera che valla a creare tu; e poi parte "Veronika", una lezione di pop minimale (che Peaches se la sogna di notte) con quella linea vocale contagiosa intervallata da pause volutamente ostentate. Il rock nella testa di Tricky è "C'mon baby", ma soprattutto "Council estate" (con Switch in regia) che rappresenta in modo perfetto il suo lato più rumoroso ed eclettico; il Tricky di "Aftermath" lo si ritrova invece nella successiva "Past mistake", con la sua voce cupa e trascinata a creare contrasto con la dolce melodia sospirata da Lubna Mhaer: senza alcun dubbio il punto più alto del disco. "Coalition" è una canzone di denuncia dura e spigolosa, gli archi pizzicati della morbida "Cross to bear" alleggeriscono la tensione, poi arriva la cover di "Slow" di Kylie Minogue che è puro e semplice genio; chiudono il funky dub di "Baligaga", l'ottimo pop-rock di "Far away" e un ennesimo piccolo capolavoro come "School gates". Un personaggio come Adrian Thaws serve alla musica.
Il ritorno di Mathias Modica e Jonas Imbery è un affare ancora più italo del precedente "Aperitivo", con beat disco e pianoforte in bella vista; immutata invece l'ironia che in passato ha contraddistinto le produzioni del duo, con la differenza che mentre qualche anno fa aveva un certo impatto oggi si fa notare solo quando diventa ridicola ("No milk") e viene cassata in tempo zero. E si che il singolo in apertura ("Live fast, die old!") non è così ripugnante, anzi, se preso singolarmente funziona; una volta che viene seguito da pezzi piatti come "Down in L.A." e "You never see me back down" perde un po' della sua forza. Le dissonanze di "The rat race" non aiutano certo a risollevare lo spirito, il crescendo di "Under kontrol" brilla solo per l'inesistenza di tutto quello che c'è stato prima, lo scempio della già citata "No milk" rappresenta a questo punto la tentazione più grande per raggiungere il tasto eject il più presto possibile. Ma la buona notizia è che probabilmente l'apice del cattivo gusto è stato raggiunto, anche perchè la successiva "Bohemian mud strut" è almeno interessante e "Il gatto" (con voce sibilata a metà fra horror e fattanza di Asia Argento) ha un senso. Naturalmente purtroppo il risultato globale cambia poco: "Cloudbuster" è un disco scarno, ripetitivo e approssimativo, nulla più.
4.5/10
Highlights: Live fast die old!, Bohemian mud strut, Il gatto.
Salta subito all'occhio la similitudine fra il titolo del disco di debutto di questo quintetto di Leeds (la cui ragione sociale si ispira ad una mossa di un personaggio di Street Fighter) e una pietra miliare come "Music for the jilted generation" dei Prodigy. Ed è solo l'inizio di un disperato collage che infrange alcune regole base della musica, soprattutto in un ambito in continua evoluzione come quello dell'elettronica. Che Liam Howlett e soci abbiano deciso di dedicare un album alla generazione fottuta dei primi anni novanta è cosa buona e giusta: le implicazioni sociologiche del concetto di "rave" sono oramai chiare come il sole, prese in considerazione seriamente e all'unanimità. Non ci sono dubbi invece quando si tira fuori un termine senza senso come "nu-rave", una mera invenzione della stampa, un'etichetta che si appioppa a caso, talvolta a band indie (Klaxons?) altre a progetti dance come gli Hadouken!; ecco, già la base non esiste. Undici tracce che sono un misto di grime, industrial, linee melodiche brit-pop, un pizzico di 8 bit, rappate eventuali e ovviamente old-school techno; come se non bastasse a questo cannolo riempito oltremisura si aggiunge una voce che definire fastidiosa è un eufemismo. Come dire, un viaggio nel passato (ripeto, in un ambiente nel quale i viaggi nel passato fini a se stessi sono suicidi) senza un punto di arrivo; una zuppa senza ricetta, un "tutto" che è talmente "troppo" che diventa "niente". Musica per una generazione "accelerata", una generazione che scarica file a 128k e crede di possedere il vinile, che consuma musica senza fermarsi un secondo a riflettere sulle radici e sulle evoluzioni degli stili, che vuole l'impatto a prescindere dalla sostanza. "Welcome to our world / we are the wasted youth / and we are the future too": roba da brividi sulla schiena e quasi mi mancano gli Audio Bullys. Ho detto tutto.
Quinto disco, ma l'ispirazione non sembra abbandonare i quattro folletti islandesi, che con un ronzio nelle orecchie continuano a suonare all'infinito la loro musica più dolce che mai. Heaven on earth.
I Green Day sotto mentite spoglie che giocano a fare i rocker anni 50; date queste premesse è inutile dire che si tratta di un ascolto super-leggero, ma è giusto sottolineare che il risultato è davvero spassoso.
7/10
Highlights: Stop drop and roll, Mother mary, Ruby room, The pedestrian, Dark side of the night, Pieces of truth.
"In ghost colours" contiene tutti gli ingredienti necessari per confezionare il disco pop nel 2008. Le basi post-disco del precendente "Bright like neon love"(2004) vengono arricchite da un'attitudine in perfetto equilibrio fra new wave e rock melodico, i suoni sono semplicemente perfetti e contribuiscono non poco alla definizione cristallina della produzione, le canzoni hanno un impatto devastante ma non stancano anche dopo una quantità industriale di ascolti. Elegante e al contempo universale: uno dei risultati più difficili da ottenere, soprattutto nel 2008.
A volere fare i buonisti si potrebbe considerare "Booming back at you" l'ennesimo sforzo di un dj nostalgico con una passione mai nascosta per la melodia e per gli arrangiamenti tamarri; ma siccome la verità prima o poi viene a galla conviene affermare che occorre un po' di impegno per tirare fuori qualcosa di vagamente accettabile da questo ammasso di formaggio andato a male.
4.5/10
Highlights: Booming right at you, Mad persuit, Zage.
Che gioia sapere che anche in questa confusione totale si può trovare sempre conforto nella cara vecchia Kompakt. La crema è qui.
8.5/10
Highlights: Cd 1 - Justus Kohncke - No thanks for the add, Superpitcher Vs. The Congosound - Say I'm your number one (Superpitcher Remix), Jurgen Paape feat. Alison Degbe - Come into my life, Matias Aguayo - Minimal, Supermayer - Hey hotties!, Jorg Burger - Modernism begins at home, Superpitcher - Disko (You don't care), Partial Arts - Telescope. Cd 2 - Jonas Bering - I can't stop loving you, Robert Babicz - Don't look back, Gui Boratto - Anunciacion, Maxime D'Angles - Tulipa, Freiland - Geduld.
Dalla collaborazione fra Michael Mayer e Aksel Schaufler (aka Superpitcher) viene fuori un concept tech-funk con degli strambi ma godibilissimi svarioni pop; divertente, pulito e dettagliato.
8/10
Highlights: The art of letting go, Us and them, The lonesome king, Please sunrise, Two of us.
Ci mette davvero poco il basso di "Lament" a scaldare l'ambiente quando entra a sostenere un bambinesco riff in discesa; ugualmente forte è la linea della successiva "The whole story", beat house a bpm deciso e sospensioni di pad a mantenere un ricercato equilibrio. "Zychological" è tutta in quell'ostinato appoggio d'organetto, "Emotional support" è il centro del disco, con la voce di Richard Davis che eleva il lavoro (già di per se molto curato) all'ennesima potenza; "Suspect" lavora sull'atmosfera, mentre "That night" spinge sull'acceleratore ma sempre a progredire, con una pulizia percussiva che amplifica l'effetto degli archi sintetici. A chiudere due piccole gemme emotive come "Face it" e "Homecoming".
8/10
Highlights: Lament, The whole story, Zychological, Emotional support, That night, Face it.
Coverizzare o remixare Il Duca è ormai diventato uno sport; ed è uno sport in fondo abbastanza facile, visto che si tratta di riproporre dei pezzi che già 30 anni fa erano avanti.
7/10
Highlights: Au Revoir Simone - Oh! You pretty things, Heartbreak - Loving the alien, Kelley Polar - Magic dance, Drew Brown - Sweet thing, The Emperor Machine - Repetition, Richard Walters & Faultline - Be my wife.
Tutto ciò che di buono si è detto di Alex Turner (leader degli Arctic Monkeys) non basta più. Perchè il ragazzo (qui in coppia con Miles Kane dei The Rascals) questa volta va oltre la rabbia del punk e mette da parte l'obiettivo "fare muovere il sedere a tutti i costi"; ma soprattutto, e qui ha un'importanza fondamentale la London Metropolitan Orchestra condotta da Mr. "Final Fantasy" Owen Pallett, non si vergogna di attingere dall'immaginario pop appartenente ad altri tempi per plasmarlo secondo il suo personalissimo stile.
Il decesso del big beat deve avere influito non poco sul morale di Damian "Skint" Harris, il cui ultimo lavoro risale all'anno 2000. Ritorna oggi, con il singolo "Disco siren" ad aprire il nuovo album: compressione francese, basso fin troppo "Around the world" e la voce di Vila dei Bumblebeez a sciorinare rime alla vecchia. I glitch esasperati di "137 piano" sono più che dignitosi, così come quelli della nostalgica "Bass mechanic"; con "Loving laughter" la mente torna indietro di otto anni, a quella fortunatissima "Reach out" che a tutt'oggi rimane il capolavoro di Midfield General. Ma le belle notizie finiscono qui: "Teddy bear" potrebbe avere credibilità se fosse un intermezzo (invece dura sei interminabili minuti), pezzi come "Dennis and my sister" e "Seed distribution" sono semplici esercizi di ordinaria amministrazione e la collaborazione con le Robots In Disguise in "On the road" non da i frutti sperati. Come da titolo, disordinato. 6/10
Highlights: Disco siren, 137 piano, Bass mechanic, Loving laughter, Love thy self.
Il lento declino dei Bush e il fallimento dell'operazione Institute portano Gavin Rossdale all'inevitabile carriera solista. Per sgombrare il campo da equivoci conviene essere chiari fin dall'inizio: riesumare una parola come "grunge" è del tutto fuori luogo (d'altra parte forse lo era anche ai tempi di "Sixteen stone"). Ma questo non significa che "Wanderlust" sia da accantonare in maniera totale; l'arma a doppio taglio è quella maledetta sensazione di "voglio fare un disco pop" che aleggia lungo le 13 tracce, che non sempre pare portare a qualcosa di significativo. Il primo singolo "Love remains the same" puzza d'antico fin dalla prima frase, ma si salva ampiamente grazie ad un'ottima interpretazione e grazie alla natura (leggi: l'intrigante voce di Rossdale); falliscono invece pezzi come "Drive", "Future world", "If you're not with us you are against us" e "This is happiness", oltremodo scontati e privi di pathos. Meglio puntare sulla prima "Can't stop the world" o sull'ottimo uno-due "Forever may you run" e "The skin I'm in".
6/10 Highlights: Can't stop the world, Forever may you run, The skin I'm in, Love remains the same, Beauty in the beast.
Se avete smesso di credere alle voci di un possibile secondo album degli Avalanches questo "Silent movie" fa al caso vostro. Matt Edwards e Joel Martin vanno di crate-digging estremo e confezionano un qualcosa di delicatamente magico e barocco, un viaggio di quelli che quando finiscono è un peccato; nel suo genere (ed è un bel problema catalogarlo) un imprescindibile classico.
Uwe Schmidt nella sua incarnazione più ridicola continua a prendersela con i classici anni 70-80 (con l'aggiunta di un classico novanta come "Around the world" dei Daft Punk) reinterpretandoli con uno spirito buffo-latino. Il rischio ovvio è quello di scadere nella monotonia, ma ci sono dei lampi di genio sparsi qua e la che strappano un sorriso (lo strambo vocoder applicato alla seconda strofa di "Corcovado", i glitch in "Pinball chacha", il cambio di ritmo in "Dreams are my reality", l'improvvisazione intelligente di "Voodoo dreams"); le cover di "Sweet dreams", "Moscow discow", "Around the world" e "Da da da" riescono meno bene di quelle di "White horse" (in assoluto il pezzo più gustoso), Kiss e della già citata "Dreams are my reality".
7/10
Highlights: Kiss, Corcovado (quiet night of quiet stars), Pinball chacha, White horse, Voodoo dreams, Dreams are my reality.
Se "Eargasm" (2003) aveva confermato il valore del debutto "A Plump night out" (2000) questo "Headtrash" non può non essere considerato un album di transizione. Che il suono dei due inglesi stesse cambiando lo si era già intuito dai singoli successivi al secondo disco, e la sensazione viene qui confermata con una serie di tracce senza un vero fuoco ("System addict", "Beat myself up", "Rocket soul"), imprigionate in un preoccupante senso di smarrimento. Meglio non parlare neanche di due oggetti misteriosi come "He got beef" e "Torque of the devil", irritanti e senza un motivo di esistere. E quindi l'attenzione viene catturata da due numeri pop quali "Shifting gears" e "Victim", dalla frenesia di "Snake eyes", dai movimenti funky di "Theme x" (con il sesto Jacksons alla voce) e "Snafu", da un club-banger del calibro di "Disco unusual" e dalla divertente chiusura "Lost in space".
6/10
Highlights: Shifting gears, Snake eyes, Theme x, Snafu, Disco unusual, Victim, Lost in space.
Dedicato a tutti quelli che dopo anni di estetismi minimali vogliono staccare la spina e abbandonarsi a staffilate di synth beceri e graffianti, a casse inenarrabili e rullanti da saccheggio, a ritmiche grasse e vorticose, a campionamenti funky strasentiti, a vocine pitchate-tagliate-supernineties, a linee di basso tanto arroganti da risultare censurabili, a ripartenze talmente ritrite da fare scappare una risata; dedicato a chi vorrebbe chiudere gli occhi e ritrovarsi in una warehouse fredda, sporca e dimenticata da dio, a ballare per il resto dei suoi giorni, sudando fino a quando l'ultima goccia sancisce la fine delle energie. Old school, baby.
7.5/10
Highlights: Djs anthem, Born 2 bounce, Ghetto funk baby, The party, Slap the bass, Do the hump, Gangsters.
"Breakfast at Nina's" in apertura campiona un brano di 90 anni fa ("After you've gone") e lo ripone gentilmente sopra una base house ultra-moody, come da copione; il risultato è eccellente, e la partenza di "7 dunham place" è da urlo. Appare quindi chiaro il motivo per il quale i due pezzi successivi non reggono il confronto: i vocalizzi scontati di una statica "How do I know" e i delay drogati dell'inconcludente "Consequently excentric and delicate" riportano il disco sulla terra. Molto meglio le visioni jacky morbide e affogate in un crepitio da fine vinile di "Black truffles in the snow" e il finto jazz di "La esquina", unico timido raggio di sole dell'intera opera. Con "Tight laces" viene temporaneamente sacrificata l'atmosfera per rendere giustizia alla vecchia scuola: bpm alti, basso ignorante, un campione vocale in battere e via. L'ultimo terzo dell'album è composto da un paio di pezzi gradevoli ma nulla più e dall'ottimo dub di "M train to Brooklyn" a chiudere.
7.5/10 Highlights: Breakfast at Nina's, Black truffles in the snow, La esquina, Tight laces, M train to Brooklyn.
Capita nella carriera di molte band di raggiungere un punto morto, anche (e a volte soprattutto) se il successo è ai massimi livelli. Serve coraggio, passione ed idee chiare; servono decisioni difficili, che potrebbero disorientare i fan della vecchia guardia e allo stesso tempo affascinare le orecchie di un pubblico fino ad allora diffidente o freddo. Certo è che dopo X&Y si rendeva necessaria una mossa sicura e convinta verso nuove terre; e probabilmente i Coldplay meglio di così non potevano fare. Brian Eno e Jon Hopkins colorano le melodie senza esagerare con la psichedelia (Cemeteries Of London, Lost!, intro e outro), gli archi di Davide Rossi (già al lavoro con i Goldfrapp) sono impeccabili e sorprendono quando stilisticamente liberi da ogni canone (Yes), le melodie scritte da Chris Martin dimenticano la tristezza di Parachutes e A Rush Of Blood To The Head a favore di una velata malinconia intrisa di spensieratezza (Viva La Vida e Violet Hill), gli immancabili riff di chitarra raggiungono un altro livello di maturità pur rimanendo incisivi (42 e Death And All His Friends). Non che avessero qualcosa da perdere, ma questo disco riflette la loro volontà e nient'altro; e di questi tempi non è poco.
Da esponenti di rilievo della scena breaks, Matt Welch & Terry Ryan proseguono con competenza il loro lavoro di fusioni big beat, tra riff rockeggianti, citazioni ragga e hip-hop, linee funk e spunti soul sparsi qua e la.
7/10
Highlights: I don't care, Papercuts, Pread good vibes, Safeguard, Weed, Too late to be afraid.
Pur essendo un album di tutto rispetto (e cos'altro aspettarsi quando c'è di mezzo Jack White?) manca di incisività rispetto al perfetto "Broken boy soldiers" di due anni fa. "Many shades of black" vale il disco intero.
7/10
Highlights: Consolers of the lonely, You don't understand me, Many shades of black, Pull this blanket off, Rich kid blues, These stones will shout.
Lorenzo fa di nuovo centro. La sensazione è che sia uno dei cantautori italiani con l'approccio più internazionale, atteggiamento che unito alla sua esuberanza di idee e di cose da dire fa di questo "Safari" un lavoro maturo e completo. La disinvoltura con la quale si muove è la medesima, che si tratti di condividere insieme al signor Ben Harper lo pseudofolk di "Fango", di cantare una ballata commovente del calibro di "A te", di mischiare elementi di musica tradizionale con beat di derivazione hip-hop in "Dove ho visto te", di snocciolare tante piccole verità al ritmo serrato di "Temporale", di plasmare una poesia tribale tipo "Antidolorificomagnifico".
7.5/10
Highlights: Fango, A te, Dove ho visto te, Temporale, Innamorato, Antidolorificomagnifico.
Il bello degli Autumns è che non diventeranno mai famosi: continueranno a incidere degli ottimi album indie-rock all'infinito, senza curarsi delle pressioni mediatiche che impongono cambiamenti oppure dimostrazioni di valore.
7.5/10
Highlights: Boys, Clem, The midnight knock, Night music, Adelaide, Oh my heart.
Minimalismo punk-pop in svariate forme con movimenti di arrangiamento microscopici e una tendenza alla ripetitività che è un'arma a doppio taglio: vincente quando la melodia è forte e i suoni di contorno non invadenti ("L.e.s. artistes", You'll find a way", "Lights out", "I'm a lady"), noiosa (e soprattutto eccessiva) in brani più deboli e dall'impasto sonoro confuso ("Shove it", "Say aha", "Unstoppable").
7/10
Highlights: L.e.s. artistes, You'll find a way, Creator, Lights out, I'm a lady.
Fare musica per divertire e per divertirsi non è mai stato un peccato, e mai lo sarà. Non c'è niente di male nel ritrovarsi in una sala e strimpellare i soliti quattro accordi rubacchiati per poi schiaffarci sopra qualche ritornello d'impatto. Se poi scrivere anche delle strofe diventa una forzatura che problema c'è? Basta recitarle con un parlato: tutto sommato è capitato che lo facessero anche i Velvet Underground. Niente fucilazioni in pubblico dunque; basterebbe solamente che la stampa evitasse di strillarmi in faccia che i Teenagers sono l'ennesima rivoluzione quando la loro musica dice che sono solo un'altra band senza gavetta e con poche e confuse idee ritrovatasi lassù per delle ragioni che è meglio non sapere.
5/10
Highlights: Homecoming, Starlett Johansson, Wheel of fortune.