A volere fare i buonisti si potrebbe considerare "Booming back at you" l'ennesimo sforzo di un dj nostalgico con una passione mai nascosta per la melodia e per gli arrangiamenti tamarri; ma siccome la verità prima o poi viene a galla conviene affermare che occorre un po' di impegno per tirare fuori qualcosa di vagamente accettabile da questo ammasso di formaggio andato a male.
4.5/10
Highlights: Booming right at you, Mad persuit, Zage.
Che gioia sapere che anche in questa confusione totale si può trovare sempre conforto nella cara vecchia Kompakt. La crema è qui.
8.5/10
Highlights: Cd 1 - Justus Kohncke - No thanks for the add, Superpitcher Vs. The Congosound - Say I'm your number one (Superpitcher Remix), Jurgen Paape feat. Alison Degbe - Come into my life, Matias Aguayo - Minimal, Supermayer - Hey hotties!, Jorg Burger - Modernism begins at home, Superpitcher - Disko (You don't care), Partial Arts - Telescope. Cd 2 - Jonas Bering - I can't stop loving you, Robert Babicz - Don't look back, Gui Boratto - Anunciacion, Maxime D'Angles - Tulipa, Freiland - Geduld.
Dalla collaborazione fra Michael Mayer e Aksel Schaufler (aka Superpitcher) viene fuori un concept tech-funk con degli strambi ma godibilissimi svarioni pop; divertente, pulito e dettagliato.
8/10
Highlights: The art of letting go, Us and them, The lonesome king, Please sunrise, Two of us.
Ci mette davvero poco il basso di "Lament" a scaldare l'ambiente quando entra a sostenere un bambinesco riff in discesa; ugualmente forte è la linea della successiva "The whole story", beat house a bpm deciso e sospensioni di pad a mantenere un ricercato equilibrio. "Zychological" è tutta in quell'ostinato appoggio d'organetto, "Emotional support" è il centro del disco, con la voce di Richard Davis che eleva il lavoro (già di per se molto curato) all'ennesima potenza; "Suspect" lavora sull'atmosfera, mentre "That night" spinge sull'acceleratore ma sempre a progredire, con una pulizia percussiva che amplifica l'effetto degli archi sintetici. A chiudere due piccole gemme emotive come "Face it" e "Homecoming".
8/10
Highlights: Lament, The whole story, Zychological, Emotional support, That night, Face it.
Coverizzare o remixare Il Duca è ormai diventato uno sport; ed è uno sport in fondo abbastanza facile, visto che si tratta di riproporre dei pezzi che già 30 anni fa erano avanti.
7/10
Highlights: Au Revoir Simone - Oh! You pretty things, Heartbreak - Loving the alien, Kelley Polar - Magic dance, Drew Brown - Sweet thing, The Emperor Machine - Repetition, Richard Walters & Faultline - Be my wife.
Tutto ciò che di buono si è detto di Alex Turner (leader degli Arctic Monkeys) non basta più. Perchè il ragazzo (qui in coppia con Miles Kane dei The Rascals) questa volta va oltre la rabbia del punk e mette da parte l'obiettivo "fare muovere il sedere a tutti i costi"; ma soprattutto, e qui ha un'importanza fondamentale la London Metropolitan Orchestra condotta da Mr. "Final Fantasy" Owen Pallett, non si vergogna di attingere dall'immaginario pop appartenente ad altri tempi per plasmarlo secondo il suo personalissimo stile.
Il decesso del big beat deve avere influito non poco sul morale di Damian "Skint" Harris, il cui ultimo lavoro risale all'anno 2000. Ritorna oggi, con il singolo "Disco siren" ad aprire il nuovo album: compressione francese, basso fin troppo "Around the world" e la voce di Vila dei Bumblebeez a sciorinare rime alla vecchia. I glitch esasperati di "137 piano" sono più che dignitosi, così come quelli della nostalgica "Bass mechanic"; con "Loving laughter" la mente torna indietro di otto anni, a quella fortunatissima "Reach out" che a tutt'oggi rimane il capolavoro di Midfield General. Ma le belle notizie finiscono qui: "Teddy bear" potrebbe avere credibilità se fosse un intermezzo (invece dura sei interminabili minuti), pezzi come "Dennis and my sister" e "Seed distribution" sono semplici esercizi di ordinaria amministrazione e la collaborazione con le Robots In Disguise in "On the road" non da i frutti sperati. Come da titolo, disordinato. 6/10
Highlights: Disco siren, 137 piano, Bass mechanic, Loving laughter, Love thy self.
Il lento declino dei Bush e il fallimento dell'operazione Institute portano Gavin Rossdale all'inevitabile carriera solista. Per sgombrare il campo da equivoci conviene essere chiari fin dall'inizio: riesumare una parola come "grunge" è del tutto fuori luogo (d'altra parte forse lo era anche ai tempi di "Sixteen stone"). Ma questo non significa che "Wanderlust" sia da accantonare in maniera totale; l'arma a doppio taglio è quella maledetta sensazione di "voglio fare un disco pop" che aleggia lungo le 13 tracce, che non sempre pare portare a qualcosa di significativo. Il primo singolo "Love remains the same" puzza d'antico fin dalla prima frase, ma si salva ampiamente grazie ad un'ottima interpretazione e grazie alla natura (leggi: l'intrigante voce di Rossdale); falliscono invece pezzi come "Drive", "Future world", "If you're not with us you are against us" e "This is happiness", oltremodo scontati e privi di pathos. Meglio puntare sulla prima "Can't stop the world" o sull'ottimo uno-due "Forever may you run" e "The skin I'm in".
6/10 Highlights: Can't stop the world, Forever may you run, The skin I'm in, Love remains the same, Beauty in the beast.
Se avete smesso di credere alle voci di un possibile secondo album degli Avalanches questo "Silent movie" fa al caso vostro. Matt Edwards e Joel Martin vanno di crate-digging estremo e confezionano un qualcosa di delicatamente magico e barocco, un viaggio di quelli che quando finiscono è un peccato; nel suo genere (ed è un bel problema catalogarlo) un imprescindibile classico.
Uwe Schmidt nella sua incarnazione più ridicola continua a prendersela con i classici anni 70-80 (con l'aggiunta di un classico novanta come "Around the world" dei Daft Punk) reinterpretandoli con uno spirito buffo-latino. Il rischio ovvio è quello di scadere nella monotonia, ma ci sono dei lampi di genio sparsi qua e la che strappano un sorriso (lo strambo vocoder applicato alla seconda strofa di "Corcovado", i glitch in "Pinball chacha", il cambio di ritmo in "Dreams are my reality", l'improvvisazione intelligente di "Voodoo dreams"); le cover di "Sweet dreams", "Moscow discow", "Around the world" e "Da da da" riescono meno bene di quelle di "White horse" (in assoluto il pezzo più gustoso), Kiss e della già citata "Dreams are my reality".
7/10
Highlights: Kiss, Corcovado (quiet night of quiet stars), Pinball chacha, White horse, Voodoo dreams, Dreams are my reality.
Se "Eargasm" (2003) aveva confermato il valore del debutto "A Plump night out" (2000) questo "Headtrash" non può non essere considerato un album di transizione. Che il suono dei due inglesi stesse cambiando lo si era già intuito dai singoli successivi al secondo disco, e la sensazione viene qui confermata con una serie di tracce senza un vero fuoco ("System addict", "Beat myself up", "Rocket soul"), imprigionate in un preoccupante senso di smarrimento. Meglio non parlare neanche di due oggetti misteriosi come "He got beef" e "Torque of the devil", irritanti e senza un motivo di esistere. E quindi l'attenzione viene catturata da due numeri pop quali "Shifting gears" e "Victim", dalla frenesia di "Snake eyes", dai movimenti funky di "Theme x" (con il sesto Jacksons alla voce) e "Snafu", da un club-banger del calibro di "Disco unusual" e dalla divertente chiusura "Lost in space".
6/10
Highlights: Shifting gears, Snake eyes, Theme x, Snafu, Disco unusual, Victim, Lost in space.
Dedicato a tutti quelli che dopo anni di estetismi minimali vogliono staccare la spina e abbandonarsi a staffilate di synth beceri e graffianti, a casse inenarrabili e rullanti da saccheggio, a ritmiche grasse e vorticose, a campionamenti funky strasentiti, a vocine pitchate-tagliate-supernineties, a linee di basso tanto arroganti da risultare censurabili, a ripartenze talmente ritrite da fare scappare una risata; dedicato a chi vorrebbe chiudere gli occhi e ritrovarsi in una warehouse fredda, sporca e dimenticata da dio, a ballare per il resto dei suoi giorni, sudando fino a quando l'ultima goccia sancisce la fine delle energie. Old school, baby.
7.5/10
Highlights: Djs anthem, Born 2 bounce, Ghetto funk baby, The party, Slap the bass, Do the hump, Gangsters.
"Breakfast at Nina's" in apertura campiona un brano di 90 anni fa ("After you've gone") e lo ripone gentilmente sopra una base house ultra-moody, come da copione; il risultato è eccellente, e la partenza di "7 dunham place" è da urlo. Appare quindi chiaro il motivo per il quale i due pezzi successivi non reggono il confronto: i vocalizzi scontati di una statica "How do I know" e i delay drogati dell'inconcludente "Consequently excentric and delicate" riportano il disco sulla terra. Molto meglio le visioni jacky morbide e affogate in un crepitio da fine vinile di "Black truffles in the snow" e il finto jazz di "La esquina", unico timido raggio di sole dell'intera opera. Con "Tight laces" viene temporaneamente sacrificata l'atmosfera per rendere giustizia alla vecchia scuola: bpm alti, basso ignorante, un campione vocale in battere e via. L'ultimo terzo dell'album è composto da un paio di pezzi gradevoli ma nulla più e dall'ottimo dub di "M train to Brooklyn" a chiudere.
7.5/10 Highlights: Breakfast at Nina's, Black truffles in the snow, La esquina, Tight laces, M train to Brooklyn.
Capita nella carriera di molte band di raggiungere un punto morto, anche (e a volte soprattutto) se il successo è ai massimi livelli. Serve coraggio, passione ed idee chiare; servono decisioni difficili, che potrebbero disorientare i fan della vecchia guardia e allo stesso tempo affascinare le orecchie di un pubblico fino ad allora diffidente o freddo. Certo è che dopo X&Y si rendeva necessaria una mossa sicura e convinta verso nuove terre; e probabilmente i Coldplay meglio di così non potevano fare. Brian Eno e Jon Hopkins colorano le melodie senza esagerare con la psichedelia (Cemeteries Of London, Lost!, intro e outro), gli archi di Davide Rossi (già al lavoro con i Goldfrapp) sono impeccabili e sorprendono quando stilisticamente liberi da ogni canone (Yes), le melodie scritte da Chris Martin dimenticano la tristezza di Parachutes e A Rush Of Blood To The Head a favore di una velata malinconia intrisa di spensieratezza (Viva La Vida e Violet Hill), gli immancabili riff di chitarra raggiungono un altro livello di maturità pur rimanendo incisivi (42 e Death And All His Friends). Non che avessero qualcosa da perdere, ma questo disco riflette la loro volontà e nient'altro; e di questi tempi non è poco.
Da esponenti di rilievo della scena breaks, Matt Welch & Terry Ryan proseguono con competenza il loro lavoro di fusioni big beat, tra riff rockeggianti, citazioni ragga e hip-hop, linee funk e spunti soul sparsi qua e la.
7/10
Highlights: I don't care, Papercuts, Pread good vibes, Safeguard, Weed, Too late to be afraid.
Pur essendo un album di tutto rispetto (e cos'altro aspettarsi quando c'è di mezzo Jack White?) manca di incisività rispetto al perfetto "Broken boy soldiers" di due anni fa. "Many shades of black" vale il disco intero.
7/10
Highlights: Consolers of the lonely, You don't understand me, Many shades of black, Pull this blanket off, Rich kid blues, These stones will shout.
Lorenzo fa di nuovo centro. La sensazione è che sia uno dei cantautori italiani con l'approccio più internazionale, atteggiamento che unito alla sua esuberanza di idee e di cose da dire fa di questo "Safari" un lavoro maturo e completo. La disinvoltura con la quale si muove è la medesima, che si tratti di condividere insieme al signor Ben Harper lo pseudofolk di "Fango", di cantare una ballata commovente del calibro di "A te", di mischiare elementi di musica tradizionale con beat di derivazione hip-hop in "Dove ho visto te", di snocciolare tante piccole verità al ritmo serrato di "Temporale", di plasmare una poesia tribale tipo "Antidolorificomagnifico".
7.5/10
Highlights: Fango, A te, Dove ho visto te, Temporale, Innamorato, Antidolorificomagnifico.
Il bello degli Autumns è che non diventeranno mai famosi: continueranno a incidere degli ottimi album indie-rock all'infinito, senza curarsi delle pressioni mediatiche che impongono cambiamenti oppure dimostrazioni di valore.
7.5/10
Highlights: Boys, Clem, The midnight knock, Night music, Adelaide, Oh my heart.
Minimalismo punk-pop in svariate forme con movimenti di arrangiamento microscopici e una tendenza alla ripetitività che è un'arma a doppio taglio: vincente quando la melodia è forte e i suoni di contorno non invadenti ("L.e.s. artistes", You'll find a way", "Lights out", "I'm a lady"), noiosa (e soprattutto eccessiva) in brani più deboli e dall'impasto sonoro confuso ("Shove it", "Say aha", "Unstoppable").
7/10
Highlights: L.e.s. artistes, You'll find a way, Creator, Lights out, I'm a lady.
Fare musica per divertire e per divertirsi non è mai stato un peccato, e mai lo sarà. Non c'è niente di male nel ritrovarsi in una sala e strimpellare i soliti quattro accordi rubacchiati per poi schiaffarci sopra qualche ritornello d'impatto. Se poi scrivere anche delle strofe diventa una forzatura che problema c'è? Basta recitarle con un parlato: tutto sommato è capitato che lo facessero anche i Velvet Underground. Niente fucilazioni in pubblico dunque; basterebbe solamente che la stampa evitasse di strillarmi in faccia che i Teenagers sono l'ennesima rivoluzione quando la loro musica dice che sono solo un'altra band senza gavetta e con poche e confuse idee ritrovatasi lassù per delle ragioni che è meglio non sapere.
5/10
Highlights: Homecoming, Starlett Johansson, Wheel of fortune.
L'uscita di due album celebrativi come "Jagged little pill acoustic" e "The collection" nello stesso anno (il 2005) era sembrato il preludio ad una svolta nella carriera di Alanis Morissette. Inoltre il retro di questo nuovo album recita "Produced by Guy Sigsworth"; un nome che non lascia indifferenti, sia per la sua abilità in fase di sperimentazione e di arrangiamento (Bjork, Lamb) che per la sua predisposizione ad un pop fresco ed elettronico (il suo progetto Frou Frou, insieme ad Imogen Heap). Probabilmente "Under rug swept"(2002) e "So-called chaos"(2004) hanno fallito a livello commerciale, e pur essendo degli album di tutto rispetto non sono riusciti a mettere in evidenza quel qualcosa in più che invece era presente in dosi massicce sia in "Jagged little pill" che in "Supposed former infatuation junkie"; la voglia di cambiare è quindi giustificata, anche se questo "Flavors of entanglement" cambia direzione solo in parte e purtroppo non sempre con buoni risultati. I richiami orientali dell'opener "Citizen of the planet" sono ben gestiti, ma il singolo "Underneath" osa troppo poco e la successiva "Straitjacket" non convince per nulla con il suo beat danzereccio e quei synth sfacciati. Molto meglio "Versions of violence", bpm più rilassati, impalcatura ritmica epica e atmosfera misteriosa. La ballad piano-voce "Not as we" potrebbe tranquillamente uscire da un album di Tori Amos, mentre gli altri due lenti ("Torch" e "Tapes") sono squisitamente Morissettiani. Le velleità pop di Sigsworth emergono con decisione nella riuscita "In praise of the vulnerable man", ma sono fuori posto ancora una volta in "Gigglin' again for no reason" e nell'abbozzo drum'n'bass "Moratorium".
7/10
Highlights: Citizen of the planet, Versions of violence, Not as we, In praise of the vulnerable man, Torch, Tapes.
C'è chi di loro si è innamorato subito, quando con l'esordio "Who can you trust?" (1996) si allineavano con stile alla ribollente scena trip-hop. C'è chi invece ha imparato a conoscerli con il successivo "Big calm"(1998), sempre downtempo ma molto più digeribile, anche e soprattutto per una questione di tempi che cambiano. E poi ci sono tutti gli altri. Tutte le persone bombardate da quella "Rome wasn't built in a day" estratta dal terzo disco ("Fragments of freedom", 1999) e suonata ovunque, quintessenza della direzione pop intrapresa dalla band e facile bersaglio dalla critica che li aveva fino ad allora elogiati. Che il successo non sia facile da gestire è risaputo, e l'involuzione di "Charango" (2002, senza la voce di Skye che va per la sua strada) è frutto della loro giustificata confusione. "The antidote"(2005) paga ancora le conseguenze della suddetta svolta pop, a posteriori sicuramente vista in negativo (=tradimento delle proprie radici) piuttosto che in positivo (= evoluzione). Appare quindi abbastanza scontata la fine che farà "Dive deep": i beat ruvidi di "Thumbnails" e "One love karma" entreranno di prepotenza nella cartella " promesse mantenute fuori tempo massimo", mentre le aperture world/folk di "Au-delà" e "Run honey run" per quanto buone saranno invece troppo poco per la radio, e verrano quindi dimenticate in fretta insieme all'impalpabile "Washed away", all'inconcludente "Sleep on it" e alla prevedibile "Gained the world". L'ottimo singolo "Enjoy the ride", l'agrodolce "Riverbed" e la nostalgica "Blue chair" salvano l'ennesimo disco senza infamia e senza lode di questa band che da troppo tempo ha assunto le sembianze di un punto di domanda. 6/10
Highlights: Enjoy the ride, Riverbed, Au-delà, Blue chair.
L'esordio di un quartetto scozzese che fin dall'appellativo e dai titoli dei pezzi chiarisce il suo vezzo drammatico e misterioso. Il genere si colloca in quel calderone post-punk e new wave che da tempo non gode più di confini ben definiti; ci sono anche delle soluzioni pop (nello specifico gli arrangiamenti di molti brani riprendono i movimenti ritmici di chitarra e batteria dei Coldplay) sempre e comunque accompagnate da una tendenza a dilatare/pischedelizzare le atmosfere. La voce di James Graham è scura e trascinata, (alla Interpol / Editors), e viene valorizzata negli episodi più alternativi ("Talking with fireworks / Here, it never snowed" su tutte), mentre la fisarmonica che accompagna è un elemento distintivo e curioso. C'è un senso di voluta incompiutezza e sospensione in pezzi come "I'm taking the train home" e "Last year's rain didn't fall quite so hard" che spiazza e intontisce, mentre la concettuale title-track strumentale è triste quanto basta per conlcudere l'album in malinconica bellezza.
7.5/10
Highlights: Cold days from the birdhouse, That summer at home I had become the invisible boy, Talking wih fireworks / Here it never snowed, And she would darken the memory of youth, Fourteen autumns and fifteen winters.
Parte "Outskirts" con quegli archi da film che si adagiano lenti sul basso acid accompagnato da un beat morbido e da synth gentili, e le aspettative di "The sun and the neon light" vanno in orbita; il synth-pop di "Control me" coglie nel segno, ma sullo stesso tema si arrampica anche una meno riuscita "Solo city". "Charlotte"è una fotocopia in bianco e nero di "Night falls", solo più maleducata e banale, ma le atmosfere carillon di "Redemption" e "Sweet lies" sono splendide, dolci, ricche di suoni delicati e melodicamente perfette. "Planetary" è il momento più duro dell'album e non brilla certo per originalità, ma di contro quella marcetta terzinata di "Psychamaleon" è intelligente e intriga; il resto scorre stanco, e basta ascoltare i primi due album per rendersi conto che i Booka Shade sanno dare di più sia in termini emotivi che di qualità.
6.5/10
Highlights: Outskirts, Control me, Redemption, Sweet lies, Psychamaleon.
La stranissima coppia mette ancora in mostra il suo talento, questa volta senza curarsi di avere una hit del calibro di "Crazy" fra le tracce del nuovo album. Ma a pensarci bene forse nemmeno il successo di "Crazy" era stato pianificato: è semplicemente accaduto. "The odd couple" contiene un pezzo soul senza tempo del calibro di "Who's gonna save my soul", brani d'impatto divertenti e ben stesi ("Charity case", "Going on", "Blind Mary") e cose più sperimentali comunque degne di attenzione ("Open book"); non si può però non costatare che il sixties punk di "Whatever" è una caduta di stile, e che pezzi come "Would be killer" e "Surprise" sono insignificanti in relazione a quello che hanno dimostrato di sapere fare.
7/10 Highlights: Charity case, Who's gonna save my soul, Going on, Open book, No time soon, Blind Mary, Neighbour.
I due dell'Ohio continuano a giocare ai Creedence, Led Zeppelin e compagnia bella, fregandosene del fatto che il calendario segna 2008. Danger Mouse aiuta, e questo revival si ascolta volentieri; ma gridare al miracolo pare eccessivo.
7/10
Highlights: All you ever wanted, I got mine, Strange times, Remember when (side b), Things ain't like they used to be.
Il lavoro di Rodney Jerkins alla produzione urla Timbaland nel singolo "Feedback" e nella successiva "Luv"; il testimone passa poi a Jermaine Dupri ed Eric Stamile, con l'electro rotonda di "Rock with u" che profuma d'estate. J.D. è fondamentale anche per il lavoro sulla stravagante "So much betta", su "The 1" (con il featuring di Missy Elliot) e sulla splendida ballad "Never letchu go", seconda solo all'unico pezzo sulle quali le mani le mette Ne-Yo ("Can't b good"). 7.5/10 Highlights: Feedback, Luv, Rock with u, Can't b good, Never letchu go, So much betta, The 1, What's ur name.
La formula è sempre quella: pop rock servito in salsa elettronica. Intro a parte, la band di Liverpool inanella cinque brani splendidi che fanno legittimamente pensare alla perfezione, ad un "Witching hour" alla seconda; pezzi come "Ghost", "Burning up" e "Runaway" (seppure quest'ultimo si dilunghi forse troppo) contraddistinti da una melodia vincente e da un arrangiamento che diverte nella sua genuinità. Poi arriva una flessione, un buco nero, una parte centrale priva di mordente; ed è un peccato, visto che il finale torna a livelli decisamente alti. Better luck next time, intanto ci si accontenta dei tanti gioiellini qui inclusi. 7.5/10
Highlights: Ghost, I'm not scared, Runaway, Season of illusions, Burning up, The lovers, Tomorrow, Versus.
Chissà come avrà fatto quel matto di Sebastien Tellier a coinvolgere un tipo tanto richiesto quanto sfuggente come Guy-Manuel de Homem-Christo. Che l'interesse del primo verso la musica elettronica stesse crescendo lo si poteva intuire dalle recenti collaborazioni con Mr. Oizo e SebastiAn; la solita cricca francese, snobista ed egocentrica, ma di talento. Mettiamoci pure la popolarità raggiunta da questo personaggio eccentrico nell'ambiente dance (francamente inspiegabile, visto che il pezzo che l'ha consacrato è stato "Le ritournelle", splendido ma completamente fuori dai canoni tipici della musica da club) e tutto torna. In "Sexuality" Tellier si traveste da Marvin Gaye 2008, aiutato in maniera fondamentale dagli arrangiamenti e dai suoni elettronici ma caldissimi del Daft Punk. Bello? Certamente. Imperdibile? No.
7.5/10
Highlights: Kilometer, Divine, Sexual sportswear, Elle, Fingers of steel, L'amour et la violence.
Sander Ketelaars è l'anello di congiunzione fra la trance melodica e la house. Le sue produzioni sono caratterizzate da una forte propensione alla melodia unita a ritmiche tech spinte; "Grasshopper", "Back by demand" e "Riff" hanno già spopolato negli ultimi due anni, consegnandogli la copertina di Mixmag e il favore della critica.
7.5/10
Highlights: Riff, By any demand, Pura vida, Sushi, Grasshopper.
Una volta terminate le inevitabili considerazioni a riguardo dell'immagine di questa biondina inglese che viene proposta come nuova reginetta del soul e una volta digerita la linea di basso a la "Standy by me" e l'organetto Manzareckiano del singolo ultra-catchy "Mercy", è il caso di voltare la prima pagina e di soffermarsi sulla sostanza di "Rockferry". C'è l'importante supporto dell'ex Suede Bernard Butler in fase di scrittura e produzione, c'è Jimmy Hogarth che è un signor autore / producer (già al lavoro con Sia, Corinne Bailey Rae, Beverly Knight e Suzanne Vega), c'è un arrangiatore d'archi esperto e bravo come Oliver Kraus; ma soprattutto c'è una biondina inglese di 24 anni con una voce meravigliosa. La spensieratezza di "Mercy" si contrappone a ballad splendidamente soul come "Distant dreamer", "I'm scared" e "Syrup & honey" (degna di una colonna sonora di un film di Tarantino); ballad che finiscono per diventare il centro del disco, che danno un significato al progetto, che emozionano nel loro perfetto anacronismo. Ogni tanto fa davvero piacere costatare che pop non fa sempre rima con "tutto fumo e niente arrosto". 8/10 Highlights: Rockferry, Stepping stone, Syrup & honey, Hangin on too long, Mercy, I'm scared, Distant dreamer.
Duo formato da Gruff Rhys (Super Furry Animals) e Bryan Hollon (Boom Bip) che scherza pericolosamente con gli anni 80, cercando di resuscitarne il mood con i mezzi dei nostri tempi (fra le altre cose l'album è dedicato al costruttore della gloriosa Delorean, macchina di "Ritorno al futuro"). L'opera riesce solo per metà, esattamente la prima dell'album, che può contare su melodie di un certo spessore pop e di una chicca come "Trick for treat" (una parodia di Timberlake e Timbaland virata eighties). A lungo andare l'atmosfera si sfalda, degenerando in scialbo revival e hip-hop sconclusionato.
6.5/10
Highlights: Dream girls, I told her on Aberdeen, Raquel, Trick for treat, Luxury pool.
Il sesto lavoro in studio della band di Oxford si presenta molto bene con i singoli "Diamond hoo ha man" e "Bad blood"; per il resto ad episodi felici come "Rebel in you", "Ghost of a friend" e la conclusiva "Butterfly" si alternano dei brani meno incisivi come "When I needed you", "345" e "Outside".
7/10
Highlights: Diamond hoo ha man, Bad blood, Rebel in you, Return of inspiration, Ghost of a friend, Butterfly.
Dream-pop con fiumi di organi, qualche chitarra d'altri tempi e un accenno di elettronica nella ritmica; una pasta che crea l'atmosfera giusta per la soffice voce di Victoria Legrand, sempre affogata in ariosi riverberi in stile anni 50-60. Un gran bel sogno, anche se sul finire perde leggermente in profondità. 8/10
Highlights: Wedding bell, You came to me, Gila, All the years, Heart of chambers, D.a.r.l.i.n.g.
Rieccoli, i Counting Crows; a cinque anni dall'ultimo "Hard candy", a quindici dal botto di "Mr. Jones", a diciassette dalla loro formazione in quel di San Francisco dalle ceneri degli Himalayans. Chi ha imparato a conoscerli e ad amarli si ritroverà ad anticipare le melodie cantate da Adam Duritz e in alcuni casi riuscirà perfino ad intuire le parole che pronuncerà. Perchè nonostante i cambi nella formazione i Counting Crows in diciassette anni non sono cambiati di una virgola. E meno male.
Ma ormai la fine va da sè / è inevitabile. Sono le parole pronunciate da una sfiduciata Anna che teme di "soccombere al mercato" ed esorcizza questa sua paura ostentando un approccio alternativo al limite dell'assurdo. Ma sono anche i pensieri dei genitori di uno stereotipo 2008 come il quindicenne Charlie, plasmato da una società che corre con la tecnologia e con le mode, influendo sul suo cervello e sulla sua visione della realtà. O la riflessione dell'amante de "L'aeroplano", che non vede l'amore ma solo quello che resta, e cerca di trovare conforto in un velivolo che se ne va; per poi perdere ogni speranza quando si accorge che quella sua ancora di salvezza sta per bombardare Baghdad. Aveva ragione Baudleaire, dunque; non importa quanti cristi moriranno in croce per noi, quello che conta veramente è che non esiste un modo per espiare i nostri peccati: è tutto inutile.