Un viaggio progressivo e cinematico che poco dopo la mezz'ora raggiunge il climax con "The sea and the sky", composizione balearica a tutti gli effetti centro e perno dell'intero disco.
7.5/10
Highlights: Vision on, Everything as it should be, Inbetween somewhere beautiful, Sunshine philosophy, The sea and the sky, (1976).
Correva l'anno 1989, e contestualmente alla seconda summer of love Graham Massey, Martin Price e Gerald Simpson plasmavano "Pacific state", pezzo scolpito nel tempo in qualità di inno acid-house; vent'anni dopo "Quadrastate" rivive in tutto il suo valore storico.
8/10
Highlights: Tutto.
La formazione gallese che si dimenava e urlava ai tempi di "Casually dressed and deep in conversation"(2003) si piega alle esigenze delle chart e sforna un disco completamente inoffensivo. Leggi "Quando le major rovinano il possibile futuro di una band". Ma anche "Quando le band si lasciano rovinare il futuro dalle major"...
4/10
Highlights: Into oblivion, All hands on deck part 2 - Open water.
"Perfect symmetry" si allinea al precedente "Under the iron sea", album che aveva in parte disatteso alcune promesse dell'esordio "Hopes and fears", confermando i pregi (scrittura pop esemplare, arrangiamenti cristallini e funzionali) e i difetti (staticità e prevedibilità) della band inglese.
7/10
Highlights: Spiralling, The lovers are losing, Perfect symmetry, You don't see me, Again and again, Love is the end.
Conor Oberst veste i panni dell'hobo e va in messico a scrivere un disco fiabesco e misterioso; la sua interpretazione rimane spontanea e diretta, in linea con ciò che ha mostrato finora con il progetto Bright Eyes, con la differenza non proprio trascurabile che le sue capacità tecniche sono migliorate sensibilmente e la sua già notevole proprietà di scrittura si è ulteriormente affinata. Già da un po' c'era chi scomodava Bob Dylan; adesso questo paragone, sebbene ancora prematuro, sembra assumere dei contorni più definiti.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Godibile e fresco quando si abbandona senza vergogna al pop (soprattutto soft, vedi "I'm yours", "A beautiful mess" e la sontuosa "Love for a child"), si perde un po' quando si intestardisce con un funk superorchestrato ("Only human" e "The dynamo of volition" si addentrano pericolosamente in territori Jamiroquai), poco credibile quando si cimenta con un qualcosa di simile al rap ("Coyotes"); alla fine quello che rimane è una bellissima voce accompagnata da una chitarra, che poi è il succo della bravura di Jason Mraz.
7.5/10
Highlights: I'm yours, Lucky, Love for a child, Details in the fabric, If it kills me, A beautiful mess.
Il termine giusto non è resurrezione, ma evoluzione: niente di definitivo o radicale, solo un tentativo ben riuscito di applicazione dello stile Oasis (dei giorni belli che furono) alla storia del rock.
7.5/10
Highlights: Bag it up, The turning, The shock of the lightning, I'm outta time, To be where there's life, Soldier on.
Nella musica, come in molte altre situazioni, la vera difficoltà sta nel ripetersi una volta che si è consapevoli di avere fatto qualcosa al di fuori dall'ordinario. I Tv On The Radio si sono già ripetuti con "Return to cookie mountain" due anni dopo l'album di esordio che li aveva giustamente messi su un piedistallo; il terzo disco va oltre. Ci sarebbe davvero da sbizzarrirsi se si provassero ad elencare tutte le contaminazioni musicali che possono avere influenzato la band; alla base senza dubbio ci sono funk, soul e rock, ma riproposti con una mentalità aperta e multicolore, che valorizza e rende unico il loro modo di esprimersi. Considerato il fatto che i ragazzi sono migliorati anche sotto il profilo strettamente tecnico e interpretativo, questo "Dear science" entra di prepotenza nella lista dei dischi dell'anno.
9/10
Highlights: Tutto.
Israel is taking over. La perfezione tecnica non soffoca l'anima, anzi: la esalta. Profondissimo.
8/10
Highlights: Indigo fields, Nebula, Geko, Under pressure, Save me, I see you next time, Druma.
Lo si poteva intuire che lo stile di Burial sarebbe stato perfetto per accompagnare la voce di Thom Yorke e le atmosfere del suo disco solista del 2006; ma "And it rained all night"(Burial Remix) scorre piuttosto liscia e prevedibile. Molto meglio "Skip divided" nella versione di Modeselektor o "Analyse" nella spiazzante rivisitazione di Various; poco incidono i tocchi di Christian Vogel su "Black swan" e di Surgeon su "The clock", stravince Four Tet con una "Atoms for peace" che è poesia.
6/10
Highlights: Skip divided (Modeselektor Remix), Analyse (Various Remix), Atoms for peace (Four Tet Remix), Harrowdown hill (The Bug Remix).
Dichiarare che l'album in uscita è un disco di transizione non è la norma; è una definizione che troppo spesso assume un significato negativo, che suona come critica, che pone dei limiti all'ascolto prima ancora di cominciarlo. E' qualcosa che però ci si aspetta da un personaggio come Emiliana Torrini, capace di attirare l'attenzione con un piccolo capolavoro post trip-hop ("Love in the time of science") per poi scomparire per qualche anno e tornare con "Fisherman's woman" mettendo nel cassetto l'elettronica e scrivendo pezzi con il solo ausilio della chitarra acustica. Alla luce di quello che la cantautrice islandese ha dimostrato negli anni la sua dichiarazione va letta in un altro senso, va interpretata come ricerca del perfezionismo piuttosto che come insoddisfazione latente: perennemente alla ricerca di se stessa, senza prendere in considerazione l'ipotesi di accontentarsi, Emiliana Torrini non arriverà mai. Continuerà a scrivere pezzi dolci in equilibrio sul filo del pop, che interpretati con quella voce assumono un valore emozionale senza pari.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Un alternarsi continuo di punky new wave alla Radio 4 e french electro-punk alla Kitsunè; non esattamente qualcosa di nuovo, ma è interessante l'attitudine "live" della band anche nei brani più elettronici.
7.5/10
Highlights: Battle royale, With a heavy heart (I regret to inform you), Dawn of the dead, Beingg bad feels pretty good, Epic last song.
Chissà che cosa è successo nella testa di Jamie Lidell in questi 8 anni: dall'Idm assurda di "Muddlin' gear" al soul mezzo elettronico di "Multiply", per arrrivare a questo "Jim" che è un disco soul purissimo. Evoluzione artistica o percorso pianificato in tutte le sue mosse e concepito per stupire? Non importa. L'importante è essere arrivati qui, a "Jim"; e ai suoi dieci pezzi degni del miglior Stevie Wonder.
8/10
Highlights: Another day, Out of my system, All I wanna do, Little bit of feel good, Where's you go?, Rope of sand.
Skintalgia. Si sente puzza di Midfield General e Fatboy Slim fin dalla copertina. E allora quando parte "Strong together" senti degli echi lontani nel cervello, e poco dopo ti accorgi che qualcuno sta bussano alla porta (del cervello, s'intende): la apri e vedi che è il sole in persona ("Under the sun"). All'improvviso ti spunta uno smiley beato e beota in faccia e fai accomodare il sole, pensando che allora si può ancora cercare quel ritornello, quel frammento, quella strofa anni 60-70 e manipolarla-picharla-scratcharla per poi metterla in loop sopra grassi beat hip-hop. Non è vietato dalla legge; si chiama Big Beat, mette allegria e non ci sono effetti collaterali.
8/10
Highlights: Strong together, Under the sun, Hey y'all, Good for you, Shining 1, Smile.
"Thought so..." è un affare prettamente old-school, e va inteso e ascoltato considerando il background e l'attività produttiva di George Evelyn; solo così si possono apprezzare le vibrazioni dub di "195 lbs"e "Be there", i ritmi funky di "Moretime" e "Bringin' it" (pezzo che sembra appartenere all'era acid jazz), e il chill-out di "Pretty dark", "Hey ego" e "Calling" (con il fantasma di "Les Nuits" sempre in agguato). Non c'è niente di nuovo qui, soltanto un'ostinata coerenza che riesce comunque a dare i suoi frutti.
7/10
Highlights: 195 lbs, Be there, Bringin' it, Calling, Moretime, Hey ego.
Non c'era bisogno di trarre ispirazione da un film per fare un album: la musica di Lavelle e Clements cinematica lo è sempre stata, e tale attributo ha rivestito un'importanza notevole nella forza del progetto Unkle. Questo è il quarto lavoro in studio, un album che non è un album ma un concetto astratto, un mucchio di schizzi abbozzati, una serie di immagini sfocate; purtroppo l'ispirazione non è ai livelli dei tre dischi precedenti, tempi e spazi sono fin troppo dilatati e si fa fatica a cogliere il senso di tutto questo.
6/10
Highlights: Cut me loose, Against the grain, Trouble in paradise (variation on a theme), Clouds, Black mass, Heaven.
Verrete perdonati se la scorsa estate sentendo per radio il singolo "Love is noise" il vostro primo pensiero è stato "Non me la ricordo questa canzone dei Verve...", dimenticandovi del fatto che dopo 8 anni Ashcroft e soci hanno deciso di riunirsi. Nessun cambiamento rispetto a "Urban hyms"(1997), semmai una preoccupante involuzione e una pigrizia imbarazzante.
5.5/10
Highlights: Love is noise, I see houses, Valium skies, Appalachian strings.
Chissà se uscirà mai su Virgin il nuovo album di Williams e Hugo; intanto gira su Star Track Entertainment, l'etichetta lanciata dai due Neptunes intorno al 2003 che aveva in precedenza ospitato artisti "protetti" dal duo come Clipse e Kelis. "Seeing sounds" non cerca niente di simile a quel "Fly or die" di quattro anni fa che aveva sconfinato nel pop grazie al successo di singoli come "She wants to move" e "Maybe"; non fa nemmeno il bastian contrario underground e radicale a tutti i costi. Molto semplicemente queste tredici tracce sono il frutto del genio di questi due peronaggi bastardi per definizione, tra linee funky ("Time for some action", "Windows", "You know what"), imprevedibili crossover hip-hop/jazzy drum & bass ("Anti matter", "Spaz"), old school party music allo stato puro ("Everyone nose") e un'immancabile dose di soul ("Yeah you", "Sooner or later", "Love bomb") ; a onor del vero va detto che ci sono dei pezzi insipidi ("Happy" e "Kill joy" su tutti) , ma quando l'idea c'è e vanno subito al dunque con la freschezza nella scelta di suoni che da sempre li contraddistingue è sempre un piacere.
7.5/10
Highlights: Time for some action, Everyone nose (all the girls standing in the line for the bathroom), Anti matter, Sooner or later, Love bomb.
Anthony Rother fonda un'etichetta e la inaugura con un doppio concept; citare i Kraftwerk è assolutamente superfluo (l'introduzione nonchè title-track parla da sè) e a parte un paio di momenti noiosi il disco gira che è un piacere. Poi ecco la traccia 8 ("Frequency from reality"), che rallenta il ritmo e pone le basi per l'ascolto del cd 2, "Geomatrix Part 1-10": cinquantacinque minuti da ascoltare d'un fiato lasciandosi trasportare su un altro pianeta in un'altra dimensione.
7.5/10
Highlights: My name is Telekraft, Welcome to my laboratory, 64 bit audio, Liquid system, Frequency from reality, Geomatrix Part 1-10.
I Wildbirds & Peacedrums suonano un qualcosa che si potrebbe definire alternative-blues minimale: nella maggior parte delle occasioni la bella voce di Mariam è accompagnata solo da elementi percussivi (è il caso di "The way things go", della poesia tribale molto morrisoniana "Bird", oppure delle incalzanti "Doubt / Hope" e "The ones that should save me get me down"), altre volte spuntano dei timidi accordi di chitarra ("Pony") o un carillon ("A story from a chair") a supporto. L'influenza di Nico e compagnia bella è evidente soprattutto in pezzi come la splendida "I can't tell in his eyes", la dolcissima "The battle in water" o l'intima "Nakina"; nel suo genere e di questi tempi un album preziosissimo.
8/10
Highlights: Pony, The way things go, I can't tell in his eyes, The battle in water, The ones that should save me get me down, Lost love, The window, We hold each other song.