Forse non il suo miglior disco; ma cos'altro aspettarsi se non poesia?7.5/10
Highlights: Settembre, Universo, I duellanti, Migrazioni, Niente di particolare (a parte il fatto che mi manchi), Conosci.
Evento. Più di dieci anni senza La Band di Bristol; una delle poche, forse l'unica, che è riuscita a dare una dimensione live al trip-hop. Si parte con "Silence", che è un paradosso perchè quei tamburi distorti sono tutto tranne che silenziosi (soprattutto se il punto di riferimento è il Portishead sound); la melodia in costante sospensione viene bruscamente interrotta quando meno te l'aspetti e il risultato è che si ha ancora più fame di loro. Il trip-folk dela successiva "Hunter" mette i brividi, "Nylon smile" gioca con intrecci di reverse, "The rip" parte splendidamente morriconiana e lo-fi per poi trasformarsi e lasciare spazio ad un arpeggio di synth. "Plastic" è il pezzo più contorto a livello di arrangiamento: bruschi stop & go, inserti quasi industrial, lavorazioni concettuali del suono della batteria e inquietanti effetti sparsi. Nell'incalzante "We carry on" ritornano invece le dissonanze del loro secondo disco, accompagnate da contrappunti di basso e da scansioni di rullante in levare militaresche; il tema non è introdotto a caso, visto che dopo lo sketch di reminiscenze sixties "Deep water" siamo attesi dalla prepotenza di "Machine gun", capolavoro onomatopeico e minimale che fa leva sul contrasto fra le distorsioni della base e la delicatezza della voce di Beth Gibbons. Il tempo dispari di "Small" rafforza la tetraggine e la tensione dell'intero lavoro, che viene in qualche modo compensata dalla melodia familiare di "Magic doors"; a chiudere il rock cupo di "Threads". Se lo scopo di aspettare dieci anni era dimostrare che la musica dei Portishead trascende tempi e definizioni la missione è stata portata a termine con successo.
La parentesi synth-pop (più pop che synth in "Supernature") sembra chiudersi a favore di un ritorno alle atmosfere downtempo dell'esordio; il bpm si alza infatti solo in un paio di occasioni ("Happiness" e "Caravan girl"), senza però mai raggiungere gli estremismi elettronici dei due dischi precedenti. Perchè "Seventh tree" è, ovviamente e inevitabilmente, un album che fa ampio uso di suoni digitali; ma la sua vera forza sta nel fatto che questi dieci brani starebbero in piedi anche soltanto con una chitarra e la voce (sempre incantevole) di Alison Goldfrapp. L'apertura "Clowns" in questo senso sembra una dichiarazione d'intenti, confermata dalla successiva ninna nanna "Little bird"; "Eat yourself" è una chicca quasi folk, "A&e" potrebbe essere una hit da classifica pop se arrangiata in modi più espliciti, mentre "Some people" e "Cologne Cerrone Houdini" ricalcano il disegno di "Felt mountain", che viene in chiusura estremizzato dalla infinita "Monster love". Una panacea per l'anima.
Quello che chiamano "dubstep", ovvero un evoluzione dub del garage sound con ritmi obbligatoriamente spezzati e dallo swing prepotente, sub all'ennesima potenza, divaghi dancehall, pad di derivazione ambient e una inspiegabile urgenza introspettiva nel mood; "Get up" e "Battered" sono due perle.
Spettri nella notte, oscure presenze nascoste, angeli neri sopra una metropoli sudicia. Musica malinconica e horror, che sembra dare un doloroso addio all'evoluzione della dance, che trascende garage, 2 step e dubstep avvolgendo inquietanti vocine pitchate in una nebbia di pad cupi e striscianti, che celebra con un rituale occulto la morte del club. Capolavoro.
Fedele alla sua linea downtempo (ma con un'evidente inclinazione pop), Sia riesce a dare un senso anche ad alcuni brani di "Some people have real problems" che varrebbero poco senza quella voce fuori dal comune unita ad una rara sensibilità interpretativa.
C'è qualcosa che non torna nei Kosheen. Per esempio la "svolta pop-rock" di "Kokopelli": proprio quello che non ti aspetti da una band che si era fatta notare per una perla come "Hide u", pezzo che riusciva nella difficile impresa di accontentare all'unisono sia l'ascoltatore medio che il ricercatore di 'nuove' vibrazioni. Quella svolta più che una mossa audace è parsa un vero suicidio: l'album del 2003 è totalmente bypassabile. E ora? Il primo brano (quello che da il titolo al nuovo disco) illude facendo pensare ad un tentativo di redenzione, per invertire la rotta e tornare verso i territori sonori di "Resist", l'esordio del 2001. Magari. "Damage" è di una banalità spiazzante: melodie a dir poco ovvie si appoggiano su arrangiamenti elettronici troppo puliti e perfettini. Ma dov'è finita l'anima?. Un vero danno.
Felix Stallings non ha mai fatto l'errore di prendersi troppo sul serio, stampando release che racchiudono le più diverse influenze raccolte in una carriera che ha inizio ai tempi dell'acid boom. Il synth-pop vocoderizzato tinto di disco che contraddistingue il suo quarto studio album (un concept sul ritorno della musica nera degli anni 70 e 80) è coperto da una patina di ingenuità ma sotto sotto particolareggiato, scherzoso (come da copione) ma profondo alle orecchie di chi respira black, è tutto e niente: è oltre.
Se l'esordio "Hot fuss" (2004) aveva messo tutti d'accordo, il secondo disco della band di Las Vegas è un lavoro molto meno trasparente e diretto; sembra quasi che proprio quell'arma vincente di due anni prima si sia trasformata in una sorta di ostacolo insormontabile. I singoli "When you were young" e "Read my mind" spiccano; gli altri brani sono intrisi di una sensazione di confusione nei casi migliori ("Bling", "Why do I keep counting?") e di banalità in quelli peggiori ("Sam's town", "Uncle Jonny").
Certe volte vale la pena rinunciare a parole tipo "evoluzione" o "rivoluzione". Soprattutto quando il risultato è un disco che ti cattura con dolcezza e melodia brano dopo brano. E chi se ne importa se la data del supporto recita 2008 quando potrebbe tranquillamente riportare 1995: i Nada Surf conoscono i propri limiti e riescono a trovare l'equilibrio giusto per non stancare.
Al servizio di sua maestà Sven da più di 3 anni (ma senza l'esclusiva per preservare la loro prolificità in quanto a release su dodici pollici), Dan Duncan e Igor Tchkotoua giocano la carta album; la miscela di house e techno (con più di qualche sbavatura trancey e alcune puntate acid) è liquida e dettagliata, ma manca il colpo di genio.
Ormai è una certezza: l'ottimo crossover emo-pop che fu "Bleed American" del 2001 (ben esemplificato dalla perfetta "The middle") non verrà più replicato. "Chase this light" è una semplice prosecuzione del precedente "Futures", ovvero uno standard indie rock made in Usa; con un pizzico di malinconia in meno e un po' di noia in più.
Scarti di genio accompagnati da una manciata di remix di classe.