Dodici filastrocche pop da una giovane svedese che pur essendo ancora acerba dimostra una certa personalità.7/10
Highlights: Melodies desires, Dance dance dance, Let it fall, Little bit, Hanging high, Time flies.
Il decesso del big beat deve avere influito non poco sul morale di Damian "Skint" Harris, il cui ultimo lavoro risale all'anno 2000. Ritorna oggi, con il singolo "Disco siren" ad aprire il nuovo album: compressione francese, basso fin troppo "Around the world" e la voce di Vila dei Bumblebeez a sciorinare rime alla vecchia. I glitch esasperati di "137 piano" sono più che dignitosi, così come quelli della nostalgica "Bass mechanic"; con "Loving laughter" la mente torna indietro di otto anni, a quella fortunatissima "Reach out" che a tutt'oggi rimane il capolavoro di Midfield General. Ma le belle notizie finiscono qui: "Teddy bear" potrebbe avere credibilità se fosse un intermezzo (invece dura sei interminabili minuti), pezzi come "Dennis and my sister" e "Seed distribution" sono semplici esercizi di ordinaria amministrazione e la collaborazione con le Robots In Disguise in "On the road" non da i frutti sperati. Come da titolo, disordinato.
Il lento declino dei Bush e il fallimento dell'operazione Institute portano Gavin Rossdale all'inevitabile carriera solista. Per sgombrare il campo da equivoci conviene essere chiari fin dall'inizio: riesumare una parola come "grunge" è del tutto fuori luogo (d'altra parte forse lo era anche ai tempi di "Sixteen stone"). Ma questo non significa che "Wanderlust" sia da accantonare in maniera totale; l'arma a doppio taglio è quella maledetta sensazione di "voglio fare un disco pop" che aleggia lungo le 13 tracce, che non sempre pare portare a qualcosa di significativo. Il primo singolo "Love remains the same" puzza d'antico fin dalla prima frase, ma si salva ampiamente grazie ad un'ottima interpretazione e grazie alla natura (leggi: l'intrigante voce di Rossdale); falliscono invece pezzi come "Drive", "Future world", "If you're not with us you are against us" e "This is happiness", oltremodo scontati e privi di pathos. Meglio puntare sulla prima "Can't stop the world" o sull'ottimo uno-due "Forever may you run" e "The skin I'm in".
Se avete smesso di credere alle voci di un possibile secondo album degli Avalanches questo "Silent movie" fa al caso vostro. Matt Edwards e Joel Martin vanno di crate-digging estremo e confezionano un qualcosa di delicatamente magico e barocco, un viaggio di quelli che quando finiscono è un peccato; nel suo genere (ed è un bel problema catalogarlo) un imprescindibile classico.
Uwe Schmidt nella sua incarnazione più ridicola continua a prendersela con i classici anni 70-80 (con l'aggiunta di un classico novanta come "Around the world" dei Daft Punk) reinterpretandoli con uno spirito buffo-latino. Il rischio ovvio è quello di scadere nella monotonia, ma ci sono dei lampi di genio sparsi qua e la che strappano un sorriso (lo strambo vocoder applicato alla seconda strofa di "Corcovado", i glitch in "Pinball chacha", il cambio di ritmo in "Dreams are my reality", l'improvvisazione intelligente di "Voodoo dreams"); le cover di "Sweet dreams", "Moscow discow", "Around the world" e "Da da da" riescono meno bene di quelle di "White horse" (in assoluto il pezzo più gustoso), Kiss e della già citata "Dreams are my reality".
Se "Eargasm" (2003) aveva confermato il valore del debutto "A Plump night out" (2000) questo "Headtrash" non può non essere considerato un album di transizione. Che il suono dei due inglesi stesse cambiando lo si era già intuito dai singoli successivi al secondo disco, e la sensazione viene qui confermata con una serie di tracce senza un vero fuoco ("System addict", "Beat myself up", "Rocket soul"), imprigionate in un preoccupante senso di smarrimento. Meglio non parlare neanche di due oggetti misteriosi come "He got beef" e "Torque of the devil", irritanti e senza un motivo di esistere. E quindi l'attenzione viene catturata da due numeri pop quali "Shifting gears" e "Victim", dalla frenesia di "Snake eyes", dai movimenti funky di "Theme x" (con il sesto Jacksons alla voce) e "Snafu", da un club-banger del calibro di "Disco unusual" e dalla divertente chiusura "Lost in space".
Dedicato a tutti quelli che dopo anni di estetismi minimali vogliono staccare la spina e abbandonarsi a staffilate di synth beceri e graffianti, a casse inenarrabili e rullanti da saccheggio, a ritmiche grasse e vorticose, a campionamenti funky strasentiti, a vocine pitchate-tagliate-supernineties, a linee di basso tanto arroganti da risultare censurabili, a ripartenze talmente ritrite da fare scappare una risata; dedicato a chi vorrebbe chiudere gli occhi e ritrovarsi in una warehouse fredda, sporca e dimenticata da dio, a ballare per il resto dei suoi giorni, sudando fino a quando l'ultima goccia sancisce la fine delle energie. Old school, baby.
"Breakfast at Nina's" in apertura campiona un brano di 90 anni fa ("After you've gone") e lo ripone gentilmente sopra una base house ultra-moody, come da copione; il risultato è eccellente, e la partenza di "7 dunham place" è da urlo. Appare quindi chiaro il motivo per il quale i due pezzi successivi non reggono il confronto: i vocalizzi scontati di una statica "How do I know" e i delay drogati dell'inconcludente "Consequently excentric and delicate" riportano il disco sulla terra. Molto meglio le visioni jacky morbide e affogate in un crepitio da fine vinile di "Black truffles in the snow" e il finto jazz di "La esquina", unico timido raggio di sole dell'intera opera. Con "Tight laces" viene temporaneamente sacrificata l'atmosfera per rendere giustizia alla vecchia scuola: bpm alti, basso ignorante, un campione vocale in battere e via. L'ultimo terzo dell'album è composto da un paio di pezzi gradevoli ma nulla più e dall'ottimo dub di "M train to Brooklyn" a chiudere.
Da esponenti di rilievo della scena breaks, Matt Welch & Terry Ryan proseguono con competenza il loro lavoro di fusioni big beat, tra riff rockeggianti, citazioni ragga e hip-hop, linee funk e spunti soul sparsi qua e la.
Pur essendo un album di tutto rispetto (e cos'altro aspettarsi quando c'è di mezzo Jack White?) manca di incisività rispetto al perfetto "Broken boy soldiers" di due anni fa. "Many shades of black" vale il disco intero.
Lorenzo fa di nuovo centro. La sensazione è che sia uno dei cantautori italiani con l'approccio più internazionale, atteggiamento che unito alla sua esuberanza di idee e di cose da dire fa di questo "Safari" un lavoro maturo e completo. La disinvoltura con la quale si muove è la medesima, che si tratti di condividere insieme al signor Ben Harper lo pseudofolk di "Fango", di cantare una ballata commovente del calibro di "A te", di mischiare elementi di musica tradizionale con beat di derivazione hip-hop in "Dove ho visto te", di snocciolare tante piccole verità al ritmo serrato di "Temporale", di plasmare una poesia tribale tipo "Antidolorificomagnifico".
Il bello degli Autumns è che non diventeranno mai famosi: continueranno a incidere degli ottimi album indie-rock all'infinito, senza curarsi delle pressioni mediatiche che impongono cambiamenti oppure dimostrazioni di valore.
Minimalismo punk-pop in svariate forme con movimenti di arrangiamento microscopici e una tendenza alla ripetitività che è un'arma a doppio taglio: vincente quando la melodia è forte e i suoni di contorno non invadenti ("L.e.s. artistes", You'll find a way", "Lights out", "I'm a lady"), noiosa (e soprattutto eccessiva) in brani più deboli e dall'impasto sonoro confuso ("Shove it", "Say aha", "Unstoppable").