Il ritorno dopo il botto è una prova di carisma dei cinque inglesi.7.5/10
Highlights: Shake a fist, Ready for the floor, We're looking for a lot of love, Touch too much, One pure thought, In the privacy of our love.
Cosa aspettarsi da Richard Melville Hall nel 2008? Si stava meglio quando quasi vent'anni fa campionava una colonna sonora di Badalamenti per creare un rave anthem o la sua reale dimensione è quella strapop della più recente "Lift me up"? Meritava più attenzione ai tempi di "Ambient"(1993) e della hit house "Everytime you touch me"(1995) oppure il suo vero io si esprime in maniera più completa con brani dream-pop tipo "Porcelain" e "Natural blues"(2000)? Moby ha dato tanto alla musica dance; ha posto delle basi fondamentali per l'esplosione dell'elettronica in un territorio non suo, quello commerciale. Ha accelerato per poi mettere il freno a mano e tornare indietro quando forse si è reso conto di avere superato il confine della noia. Oggi fa uscire un disco che è un vero minestrone di tutto quello che ha già proposto in passato, tralasciando le (infelici) virate rock di "Animal rights". Purtroppo la stanchezza si fa sentire fin dall'inizio, e pezzi come "I love to move in here" e "257.zero" sono decisamente sotto i suoi standard; perfino la old school house di "Everyday it's 1989" sfrutta male un hook che avrebbe potuto essere killer. Il crossover di "Alice" è da skip immediato, "I'm in love" e "Sweet apocalypse" sono insignificanti, "Degenerates" e "Mothers of the night" uno come lui le scrive in due ore. Rimangono l'opener "Ooh yeah", il primo singolo "Disco lies", la scontata ma accettabile "The stars", "Live for tomorrow" che rinverdisce "Play" e la strappalacrime "Last night" in fondo. Un po' pochino.
Originariamente pubblicato nel 2005 dalla Konichiwa Records, il quarto album della svedese Robyn viene ristampato su major con l'aggiunta del singolone "With every heartbeat" (frutto della collaborazione con Andreas Kleerup) che ha scalato le classifiche di mezza Europa; il successo internazionale è giustificato, perchè questo è pop ottimamente scritto e arrangiato al meglio.
La facilità con la quale Gernot Bronsert e Sebastian Szary fondono il french touch con una ritmica reggaeton ("Goddspeed"), accostano atmosfere ragga a beat distorti ("Let your love grow") e uniscono ska ed electro ("Happy birthday") è disarmante; se si considera inoltre che sanno plasmare un hip-hop glitchato avanti anni luce ("2000007" e "The dark side of the sun"), vincono qualsiasi dancefloor con l'irresistibile techno gigolò style di "Black block", riescono a fare sognare con un pezzo downtempo melodico dalla pasta assurda ("Edgar") e regalano alla trance becera una sepoltura che umoristica è dire poco ("Hyper hyper") è lecito gridare al capolavoro. La conferma è data dai gioielli finali "The wedding toccata theme" e "The white flash" (la prima una follia classica storpiata e sporcata, la seconda una ballad elettronica che con qualsiasi altro arrangiamento sarebbe risultata cheesy); conclude una strumentale ("Deboutonner") che lascia un dolce sapore in bocca.
Adele Adkins è una giovane promessa inglese del soul, con una voce in bilico fra la delicatezza di Jill Scott e l'esuberanza di Amy Winehouse; con un pizzico di incisività in più (soprattutto in termini di scrittura) avrebbe potuto essere un esordio top.
Riecco i certosini del copia e incolla, dopo l'esordio di platino "Bright idea"; la loro attitudine "balla un po' e dimenticati delle tasse" viene in questo caso appoggiata anche da una (evitabile) semi-polemica con il rock moderno, urlata attraverso il brano d'apertura ("Am I too young? / Am I too old? /Is there something wrong with the radio? / It doesn't rock / It doesn't roll / Is there something wrong with the radio?"). Pur essendo una fucina di riff d'impatto e melodie fischiettabili "Culture vultures" non ha l'impatto del suo predecessore, finendo per configurarsi come semplice follow up che fa battere il piede a tempo con troppa prevedibilità.
Come i Velvet Underground quarant'anni dopo, ma con una cantante intonata. Se Andy Warhol fosse ancora tra di noi impazzirebbe per lo scazzo punk di pezzi come "Tape song" e "Last day of magic", gongolerebbe per il ritornello insistente di "U.R.A. fever", apprezzerebbe l'irridente semplicità di "Black balloon", concorderebbe sul tema di "What New York used to be";insomma, sarebbero la sua band preferita. Warhol a parte, questo terzo disco dei The Kills non è assolutamente il loro miglior lavoro, ma si fa ascoltare.
Il bello e il brutto del nuovo disco di Alex Paterson e soci è che suona terribilmente nineties: solo in singoli episodi l'operazione risulta malinconicamente perfetta, ma purtroppo nel complesso è la spiacevole sensazione di già sentito a trionfare.
Evento. Più di dieci anni senza La Band di Bristol; una delle poche, forse l'unica, che è riuscita a dare una dimensione live al trip-hop. Si parte con "Silence", che è un paradosso perchè quei tamburi distorti sono tutto tranne che silenziosi (soprattutto se il punto di riferimento è il Portishead sound); la melodia in costante sospensione viene bruscamente interrotta quando meno te l'aspetti e il risultato è che si ha ancora più fame di loro. Il trip-folk dela successiva "Hunter" mette i brividi, "Nylon smile" gioca con intrecci di reverse, "The rip" parte splendidamente morriconiana e lo-fi per poi trasformarsi e lasciare spazio ad un arpeggio di synth. "Plastic" è il pezzo più contorto a livello di arrangiamento: bruschi stop & go, inserti quasi industrial, lavorazioni concettuali del suono della batteria e inquietanti effetti sparsi. Nell'incalzante "We carry on" ritornano invece le dissonanze del loro secondo disco, accompagnate da contrappunti di basso e da scansioni di rullante in levare militaresche; il tema non è introdotto a caso, visto che dopo lo sketch di reminiscenze sixties "Deep water" siamo attesi dalla prepotenza di "Machine gun", capolavoro onomatopeico e minimale che fa leva sul contrasto fra le distorsioni della base e la delicatezza della voce di Beth Gibbons. Il tempo dispari di "Small" rafforza la tetraggine e la tensione dell'intero lavoro, che viene in qualche modo compensata dalla melodia familiare di "Magic doors"; a chiudere il rock cupo di "Threads". Se lo scopo di aspettare dieci anni era dimostrare che la musica dei Portishead trascende tempi e definizioni la missione è stata portata a termine con successo.
La parentesi synth-pop (più pop che synth in "Supernature") sembra chiudersi a favore di un ritorno alle atmosfere downtempo dell'esordio; il bpm si alza infatti solo in un paio di occasioni ("Happiness" e "Caravan girl"), senza però mai raggiungere gli estremismi elettronici dei due dischi precedenti. Perchè "Seventh tree" è, ovviamente e inevitabilmente, un album che fa ampio uso di suoni digitali; ma la sua vera forza sta nel fatto che questi dieci brani starebbero in piedi anche soltanto con una chitarra e la voce (sempre incantevole) di Alison Goldfrapp. L'apertura "Clowns" in questo senso sembra una dichiarazione d'intenti, confermata dalla successiva ninna nanna "Little bird"; "Eat yourself" è una chicca quasi folk, "A&e" potrebbe essere una hit da classifica pop se arrangiata in modi più espliciti, mentre "Some people" e "Cologne Cerrone Houdini" ricalcano il disegno di "Felt mountain", che viene in chiusura estremizzato dalla infinita "Monster love". Una panacea per l'anima.
Quello che chiamano "dubstep", ovvero un evoluzione dub del garage sound con ritmi obbligatoriamente spezzati e dallo swing prepotente, sub all'ennesima potenza, divaghi dancehall, pad di derivazione ambient e una inspiegabile urgenza introspettiva nel mood; "Get up" e "Battered" sono due perle.
Spettri nella notte, oscure presenze nascoste, angeli neri sopra una metropoli sudicia. Musica malinconica e horror, che sembra dare un doloroso addio all'evoluzione della dance, che trascende garage, 2 step e dubstep avvolgendo inquietanti vocine pitchate in una nebbia di pad cupi e striscianti, che celebra con un rituale occulto la morte del club. Capolavoro.
Fedele alla sua linea downtempo (ma con un'evidente inclinazione pop), Sia riesce a dare un senso anche ad alcuni brani di "Some people have real problems" che varrebbero poco senza quella voce fuori dal comune unita ad una rara sensibilità interpretativa.
C'è qualcosa che non torna nei Kosheen. Per esempio la "svolta pop-rock" di "Kokopelli": proprio quello che non ti aspetti da una band che si era fatta notare per una perla come "Hide u", pezzo che riusciva nella difficile impresa di accontentare all'unisono sia l'ascoltatore medio che il ricercatore di 'nuove' vibrazioni. Quella svolta più che una mossa audace è parsa un vero suicidio: l'album del 2003 è totalmente bypassabile. E ora? Il primo brano (quello che da il titolo al nuovo disco) illude facendo pensare ad un tentativo di redenzione, per invertire la rotta e tornare verso i territori sonori di "Resist", l'esordio del 2001. Magari. "Damage" è di una banalità spiazzante: melodie a dir poco ovvie si appoggiano su arrangiamenti elettronici troppo puliti e perfettini. Ma dov'è finita l'anima?. Un vero danno.