8/10
Highlights: Burning feeling, Don't turn away (from my love), South Beach sunrise, Maybe tonight.
Sofisticata naturalezza. Se di solito i dischi elaborati richiedono un buon numero di ascolti per entrarti dentro, lo stupore è giustificatissimo quando ti accorgi presto che "Port of morrow" è un capolavoro di eleganza e ricercatezza, ma istintivamente comprensibile. Una boccata d'aria non fresca, ma gelida, di quelle che purificano nel profondo. Assolutamente imprescindibile.
Pensate a quanti problemi si deve porre un’artista che nel 2012 decide di incidere un album di cover. Proprio ora, nell’epoca del download selvaggio, di Youtube che fa più clic (gratis) di I-Tunes (a pagamento) e dei remix realizzati dai mille Mr. Nessuno senza bisogno di autorizzazione che spuntano come funghi online. Più che una sfida, pare quasi un azzardo. Ci vogliono idee particolari, o la convinzione di essere in grado di infondere nuova linfa nei pezzi riproposti. Bisogna trovare un filo conduttore tra le canzoni scelte, occorre trovare degli accostamenti validi. Una cosa è certa: per quanto si possa essere talentuosi, conviene evitare il gran minestrone di brani pescati qua e là, senza un senso logico e per giunta conditi da un’interpretazione con poca anima. Ma l’hanno detto a Macy?
Richard Fearless senza Tim Holmes descrive il suono di "Trans-love energies" come etereo, notturno e tossico. Parole confermate dall'incedere sospettoso e angosciante di "Silver time machine", dalle vibrazioni house di "Your loft my acid", dai ritmi sghembi di "Meditation" e "Coum" e dalle tinte cupe della gelida "Witchdance". Ma anche dall'apertura rock di "Black hole" e dalla psichedelia di "Drone reich" e "Lightning bolt". Intenso.
La gente fa l’impegnata, ma poi non ha voglia di impegnarsi / per questo nella musica qua bisogna semplificarsi. Non esistono parole migliori per sintetizzare lo spirito di un disco che spazia in ogni dove (sia a livello stilistico che di collaborazioni), ma nonostante il dichiarato e voluto eclettismo riesce a mantenere una coesione impeccabile - forse proprio grazie ai fili invisibili menzionati nel titolo. Frutto di anni di esperienze radiofoniche e innumerevoli serate ai giradischi, l’esordio di Aldino Di Chiano a nome Dj Aladyn è un incontro felice tra underground e mainstream. Qui la maestria compositiva di Remo Anzovino va a braccetto con le rime di Dargen, e l’ironia di Alberto Pernazza (Ex-Otago) duetta con la rabbia di Pino Scotto su una base “metal-elettronica” con incredibile naturalezza; qui l’anima funk di Saturnino s’intreccia con la disco-tamarria (in senso buono) dei Powerfrancers, e la voce suadente di Diego Mancino si piega confortevolmente a scratch d’autore. Fresco, potente e ispirato.
Chissà cosa significa il titolo del nuovo disco della signora Ciccone. Forse è puro slang americano, che porta a pronunciare il suo nome d’arte in quel modo; si vocifera che gliel’abbia suggerito M.I.A., una che di abbreviazioni se ne intende. Martin Solveig, dj francese coinvolto nella produzione dell’album, ha puntualizzato un ulteriore significato: "Mdna" starebbe per “il Dna di Madonna”. Aggiungiamo anche che questo è il primo lavoro che spezza lo storico legame con la Warner, l’etichetta che l’ha accompagnata in 30 anni di gloriosa carriera: giustificabile quindi l’intenzione di ripresentarsi da zero, mettendo il proprio nome dritto in copertina. Non che ci sia bisogno di ricordare al mondo chi è Madonna: “Esiste solo una regina, stronzette”, sottolinea la nuova leva del pop Nicki Minaj al termine dell’esplicita "I don’t give a". Sulla bontà delle parole di Nicki non c’è dubbio: artista poliedrica e multiforme, capace di sopravvivere ai cambi generazionali con determinazione e mestiere e unica rappresentante vivente a non avere mai abbandonato le chart da quando fa musica, Madonna non si discute. E questo suo dodicesimo album non fa che sancire la sua supremazia, anche nel contesto iper-competitivo che caratterizza l’era attuale del sistema musica, dove i monopoli sono molto più difficili da instaurare rispetto al passato.
Quel genio matto di Gonzales che rappa su temi da film (composti insieme al fratello Christpher Beck) con l'irriverenza ironica e splatter che pochi si potrebbero permettere senza cadere rovinosamente.
La voce dell’irlandese Lisa Margareth Hannigan ha accompagnato quella di Damien Rice nei suoi due primi e finora unici dischi, ricoprendo un ruolo di prim’ordine in diversi brani ("Volcano" e "Cold water" da "O" oppure la splendida "9 crimes" da "9"). Nel 2007 le strade di Damien e Lisa si sono non proprio pacificamente separate, e un anno dopo è uscito il suo album di debutto ("Sea saw"), osannato dalla critica e apprezzato oltre-oceano ma poco considerato dal pubblico europeo. "Passenger" è il secondo lavoro della ragazza dalla voce delicata e gentile come un fiore, che canta ninne nanne fiabesche su arrangiamenti folk – si dice utilizzando preferibilmente strumenti vecchi e rotti. Le concessioni al “pop” (le virgolette in questo caso sono obbligatorie) si limitano a "Knots" e "What’ll I do", mentre per il resto aspettatevi intimismo e melodie sottovoce, che poi sono i tratti distintivi di un’autrice matura e pronta a sbarazzarsi una volta per tutte dell’appellativo di “spalla” che le sta stretto da tempo.
“Ciao, sto pensando di fare un disco techno. Che ne dici di farlo insieme? Con comodo, senza fretta”. Si può sintetizzare così il tono della mail che Martin Gore ha inaspettatamente ricevuto da Vince Clarke più di un anno fa; e Gore ha accettato con entusiasmo. Ora l’interessante collaborazione - a trent’anni dal chiacchieratissimo avvicendamento nei Depeche Mode che li ha visti protagonisti - genera un album che non ti aspetti: nonostante i due siano dei musicisti di riferimento della scena synth-pop (le melodie cantate da Dave Gahan sono opera loro, tranne qualche rara eccezione) qui non c’è spazio per vocalizzi e forma-canzone. "Ssss" è un inno puro e semplice alla musica elettronica da club. Ma anche se è facile captare influenze provenienti dalle moderne chart, le personalità di Clarke e Gore brillano in tutta la loro ben nota devozione al suono - punto di partenza e di arrivo di quello che hanno sempre prodotto - regalandoci 10 tracce estremamente curate e qualitativamente notevoli.
Non è sempre cambiando che si ottengono i risultati migliori. Gli esempi di band che ad un certo punto della loro carriera si avventurano in percorsi inesplorati sono tanti; ma non capita certo di rado che in seguito ad un esperimento si preferisca ritornare sui propri passi, nella convinzione che forse si era più bravi a fare quello che si è sempre fatto in precedenza. I Nada Surf fanno parte di quella frangia ostinata e decisa che nasce con un certo stile e probabilmente non cambierà mai. Minime evoluzioni ci sono state: il tempo passa per tutti. Ma sembra che più passi il tempo e più Matthew Caws e soci si trovino a proprio agio a ricordare i bei tempi andati del liceo. Nel '96 esplosero con un pezzo che raccontava di cheerleader e quarterback ("Popular"). Ora, a quarant'anni suonati, cantano che non è mai troppo tardi per i sogni da teenager ("Teenage dreams"), ricordano come vedevano il mondo con gli occhi innocenti di un bambino ("When I was young"), ammettono con candore che a loro la gioventù manca ("Let the fight do the fighting"). I cinici ci metteranno un attimo a classificarli come perdenti. Ma probabilmente il pensiero dei cinici ai Nada Surf non interessa più di tanto.
L’eclettismo è una connotazione che ha contraddistinto i lavori di Professor Green fin dagli inizi della sua carriera, e che nasce dal particolare percorso professionale intrapreso dal rapper di Hackney. A differenza di molti altri suoi colleghi - che magari passavano ore a imparare i testi dei Public Enemy a memoria - Stephen Paul Manderson fu inizialmente fulminato da altri generi musicali, in special modo dalla drum & bass; poi a una festa, quasi per scherzo, prese in mano il microfono e cominciò ad andare di freestyle. Con la supervisione di Mike Skinner (The Streets) il suo primo disco raccolse elogi all’unanimità e gli procurò un bel po’ di notorietà grazie alle hit "Need you tonight" e "Just be good to Green" (con il featuring di Lily Allen). Un anno dopo esce questo secondo album, che sottolinea ulteriormente la sua versatilità: si passa da pezzi radio-friendly in stile ultimo Eminem con Rihanna ("Read all about it") a commistioni più azzardate (i ritmi dubstep di "How many moons", la velocità di "Trouble"), da delicate situazioni di una certa eleganza ("Spinning out" con Fink) a un hip-hop più schietto e caciarone ("D.p.m.o."). Il punto più alto si raggiunge con "Avalon" (posto esattamente al centro del disco), un brano che conta su una melodia perfetta e una progressione impetuosa: tanto merito va anche alla splendida interpretazione di Sierra Kusterbeck, voce dei poco conosciuti VersaEmerge, che provoca più di un brivido. "At your inconvenience" non lascerà un segno indelebile nella storia dell’hip-hop (una sfida quasi improponibile nel 2012), ma è senz’altro un lavoro che svetta per passione e personalità.
Che in cinque anni le cose cambino non si mette in discussione; la speranza è che ci sia stato un buon motivo alla base del cambio di producer (via il genio di "Yoyoyoyoyo" XXXChange, ecco Boys Noize). L'opener "Ta da" inganna: un intrigante e lento beat minimale a base di crepitii di vinile crea il tappeto ideale per l'incedere in equilibrio precario della voce inaspettatamente sussurrata di Naeem Juwan. La seguente "Nasty" è una potente bomba-electro che si avvale dell'indovinato featuring con Big Freedia, la diva Bounce. Benissimo anche lo spirito pop che guida "Car song", insieme a Santigold. Con "Birfday" subentra un po' di confusione, che si trasforma in nebbia fitta con "The dance": "#1 Hit" ha invece tutte le sembianze del vero tracollo, tentando un'improbabile strada similblackeyedpeas che prima si dimentica meglio è. Da qui in poi è tutta una poltiglia dimenticabile, che riacquista un minimo di credibilità solo attraverso la divertente "Baby". Ma il danno è bello e che fatto.
Con Alan Moulder al mixer il suono dei Pains Of Being Pure At Heart diventa più solido rispetto al disco di debutto del 2009 - e naturalmente la figura del leggendario produttore britannico accentua ulteriormente il già solare parallelo con i primi Smashing Pumpkins. Sembra trarne beneficio anche la voce di Kip Berman, che finalmente svetta come dovrebbe senza diventare invadente. Il livello qualitativo dei brani è eccelso, sia quando il ritmo è sostenuto ("Heaven's gonna happen now", "Heart in your heartbreak", "My terrible friend") che nei rari momenti più intimi ("Anne with an e"). Ispiratissimi.
E’ risaputo: il buzz fa salire l’hype. In italiano: il passaparola intorno a un nuovo disco genera molta curiosità. Il caso dell’americana Elizabeth Grant – in arte Lana Del Rey – è emblematico: pezzi che spuntano in rete, valanghe di opinioni contrastanti (spesso critiche) e grande imbarazzo nel cercare di categorizzare il suo stile (anche a causa delle interviste dal sapore tattico in cui ha rivelato le sue principali influenze – che spaziano da Kurt Cobain a Britney Spears passando per Elvis e Nancy Sinatra). Il modo migliore per analizzare e giudicare un prodotto così pompato è cercare di dimenticarsi tutto quello che si è letto e sentito e focalizzarsi su ciò che davvero conta: la musica. E "Born to die" è un album che lascia francamente senza parole. Per produzione, anzitutto: gli arrangiamenti non hanno niente a che fare con il pop rumoroso che spopola in radio, preferendo atmosfere più profonde e solenni. Per qualità: la scrittura non è così semplice, tant’è vero che solo dopo ripetuti ascolti si riesce davvero a entrare in sintonia al 100% con il disco. E per interpretazione: la camaleontica voce di Lana Del Rey a tratti ricorda l’eleganza di Grace Jones, in altri momenti si avvicina a una giovane e ispirata Kylie Minogue. Abbasso l’hype, viva Lana Del Rey.
Due anni dopo "Slow attack" e a due passi dalla tanto attesa reunion dei suoi Suede (Bernard Butler escluso), riecco Brett Anderson. Il suo quarto disco solista è un breve ed intenso ritorno al rock, intriso della sua poeticità tutta metafore, della sua elegante drammaticità e delle sue proverbiali ombre romantiche.
E' un vero peccato che il terzo sofferto disco dei Newyorkesi CYHSY si perda in melodie talvolta troppo prevedibili e nelle altre occasioni insignificanti. Una valanga di citazioni (neanche tanto nascoste) nei testi e un bel po' di mestiere negli arrangiamenti sono ulteriori indizi di una palpabile mancanza di ispirazione.
Ascoltare il terzo disco dei Kooks è come ritrovare un vecchio amico e dopo un attimo realizzare che lo conosci ancora perfettamente - tanto da riuscire a prevedere quello che sta per dirti nei minimi dettagli. Se già l'adoravi prima sarai contento di questo revival. Se invece trovi i suoi discorsi banali probabilmente vi perderete ancora, e forse vi incontrerete di nuovo tra qualche anno.
Li conoscete i Maccabees, vero? Bene, dimenticate tutto. Scordatevi l’andatura sostenuta alla Strokes e l’attitudine post-punk dei Futureheads; perfino la voce di Orlando Weeks - che a volte poteva capitare di confondere con quella di Kele dei Bloc Party – sembra avere cambiato colore. L’intro chiarisce inequivocabilmente il nuovo disegno sonoro: tappeti silenziosi, falsetto filtrato quasi Sigur Ros e arpeggio di chitarra gentile che si avvicina lentamente e presenta il primo pezzo, "Child" - a conti fatti ottimo manifesto dell’intero disco. Partendo da atmosfere dilatate, un accompagnamento di fiati interviene sottovoce e poi si fa sempre più pomposo; un momento di riflessione e il ritmo raddoppia, la voce si fa più presente e il climax viene raggiunto con un breve ed estatico assolo di chitarra. Anche nei rari episodi in cui il ritmo si alza, il freno a mano rimane tirato per non scalfire l’aura di maturità e la decisa ricerca di un equilibrio giudizioso che contraddistingue il terzo disco della band londinese, spiazzante e coraggiosa opera dai contorni fiabeschi.
Per fortuna ci sono le certezze nella musica. Prendi il lento ma impietoso crescendo di "Parallel timeline with alternate outcome", che spinge la risonanza ai limiti della sopportabilità umana per poi spegnersi improvvisamente nel silenzio. O l’impasto sonoro di "Pinned and mounted", dove anche dopo un’analisi certosina rimane difficile distinguere gli strumenti a corda dalle percussioni. Sono solo due indizi, ma bastano per portare dritti a quel genio di Trent Reznor. Insieme al fido Atticus Ross (già programmatore nei suoi Nine Inch Nails), sforna quasi 40 schizzi drammatici e concettuali, con due cover da brividi ("Immigrant song" e "Is your love strong enough"?) ad aprire e chiudere. Un’altra di quelle colonne sonore che quando c’è giustizia vincono l’Oscar (vedi "The Social Network"), quando invece vengono maldestramente trascurate si lasciano ascoltare e ti rapiscono che è una meraviglia. E chissenefrega della statuetta d’oro.
Ogni tanto capita che Susan Kay imbracci il suo basso e sforni un disco nuovo, ribadendo che senza di lei non sarebbero esistite molte rocker che hanno fatto la storia della musica pop - da Joan Jett a Courtney Love.
Il periodo d’oro dei talent show, si sa, è tramontato da un pezzo. Tradotto in un linguaggio più schietto: X-Factor ha rotto le palle. Ma ciò non significa che ogni tanto questo contesto un po’ logoro regali sorprese gradite; è il caso di Rebecca Ferguson da Liverpool, classificatasi seconda nell’edizione britannica del 2010. Un timbro di voce a metà tra la dolcezza di Gabrielle e la ruvidità di Macy Gray, pezzi intensi e qualitativamente un gradino sopra agli standard e uno stile pop-soul che non può esimersi dal paragone con l’attuale regina Adele - chi è ancora in preda al giustificato ascolto compulsivo di "Someone like you" aggiornerà la sua playlist con la splendida "Teach me how to be loved", mentre chi non riesce a fare a meno di "Rolling in the deep" troverà nuovi spunti in "Glitter & gold". Ringraziamo X-Factor, per questa volta.
Qualsiasi opera partorita dalla mente di un artista deviante come David Lynch non può prescindere dall'aggettivo "visionario"; non fa quindi eccezione anche "Crazy clown time", il suo primo vero disco. Fin dalla suggestiva copertina veniamo catapultati nell'universo strambo di Lynch: un sogno continuo che alterna tormento e bizzarria, una fantasia corrotta che riesce a farsi desiderare, un viaggio senza una vera destinazione - o qualcuno direbbe con mille destinazioni diverse - che nonostante la sua apparente futilità attrae e incuriosisce. Dai testi criptici allo stile musicale angoscioso, tutto ciò che esce da "Crazy clown time" è perfettamente in linea con il credo del regista statunitense; questo implica che chi non ha mai apprezzato i suoi lavori cinematografici difficilmente darà una seconda chance a questo album, vero e proprio "prolungamento musicale" delle immagini del Lynch-pensiero.
Gary Lightbody ha una bellissima voce. Non è immediatamente riconoscibile come quella di alcuni suoi più illustri colleghi, ma ha il pregio di essere pulita e viene impiegata con mestiere. La musica degli Snow Patrol è sempre stata semplice e immediata, dagli inizi indie fino alla conquista del grande pubblico. Il loro rock melodico e quadrato trova una logica dimensione nelle colonne sonore delle serie tv americane, puntando su un’emozione in un certo senso prevedibile ma non per questo censurabile. Dopo la raccolta "Up to now" (2009) gli scozzesi avevano dichiarato che con "Fallen empires" ci sarebbe stata una svolta, che prevedibilmente non arriva. Proprio come la voce di Gary, qui è tutto pulito e costruito con competenza; purtroppo manca ancora quel quid necessario per rendere la loro musica davvero memorabile.
Ora è tutto chiaro. "Pieces of the people we love"(2006) è servito come dichiarazione d'intenti: con quel disco i Rapture si sono liberati dalle catene indie-fashion con una certa sicurezza, ricevendo più critiche che applausi. Ma ora possono fare quello che vogliono e come vogliono: adesso la band ha un'identità ben precisa, svincolata dal colpo di fortuna del debutto e dal doppio taglio della splendidamente stonata "House of jealous lovers". Ora i Rapture possono ripescare l'acid house che da sempre amano senza preoccuparsi di fare ballare a tutti i costi ("Come back to me", "In the grace of your love", "How deep is your love?"). Possono lasciarsi andare a tentazioni rave ("Can you find a way?") senza rischiare di essere accostati a Klaxons e compagnia bella. Possono permettersi declinazioni funk di un certo spessore ("Never die again") senza che quella parola venga preceduta per forza da un aggettivo cool e fuorviante come "punk". Possono rockeggiare in stile surf ("Blue bird") senza tante menate. Possono scrivere una ballata matura e stilosa come "It takes time to be a man" ed essere credibili. "In the grace of your love" è il risultato di una serie di influenze armonizzate in maniera perfetta: una raffinata e coerente arte di assemblaggio con personalità e gusto.