Poppy-jazz extralusso.
7.5/10
Highlights: A child runs free, No mercy for me, This is what you are, A handful of soul, On a clear day (you can see forever), I can't keep from cryin' sometimes.
Furbetti: si divertono a rubare di quà (il rock anni 90, specialmente quello della West Coast) e di là (le moderne band rock di successo, compreso qualche act inglese) fino a rasentare il plagio. Detto questo, il disco è ben suonato e si fa ascoltare di gusto.
7.5/10
Highlights: Tutto.
Un singolo non proprio esaltante fa da preambolo al secondo disco di Gwen Stefani: la notizia è che "Wind it up" è prodotta dai Neptunes, un duo che raramente fallisce. In effetti anche "Orange County girl" e "Breakin' up", sempre a loro firma, si dimenticano in fretta; fortunatamente la buona "U started it" e l'ottima "Yummy" (che con quelle percussioni richiama "Drop it like it's hot" confezionata da Pharrell per l'amico Snoop qualche anno fa) risollevano in parte le quotazioni dei Neptunes. C'è ancora Nellee Hooper in due brani ("Early winter" e "Wonderful life") a riproporre la ricetta ottanta a lui tanto cara, c'è una divertente puntata di Akon nella title-track che diventerà il secondo singolo, e poi c'è quella "4 in the morning" (ad opera di Tony Kanal) che è come ascoltare gli Aqua di "Turn back time" dieci anni dopo; complimento o insulto? Decidete voi, io sono per la prima.
7/10
Highlights: The sweet escape, Early winter, 4 in The morning, Yummy, Wonderful life.
I No Doubt pubblicano un Greatest Hits che cala il sipario sulla loro (bella) storia: Gwen ha il via libera per il suo primo album da solista e chiama a raduno uno stuolo di produttori da fare impallidire. Tutto quello che toccano Nellee Hooper e Dallas Austin si trasforma in oro-ottanta ("What you waiting for", "Cool", "Luxurious", The real thing", "Danger zone"), le sporche accelerazioni Outkastiche di "Bubble pop electric" e "Long way to go" firmate Andre 3000 sono gustose, il tocco dei Neptunes in "Hollaback girl" non fa prigionieri e anche il contributo di Tony Kanal (anch'egli ex No Doubt) non è da sottovalutare.
8/10
Highlights: What you waiting for, Hollaback girl, Cool, Bubble pop electric, Luxurios, The real thing.
Striscia subdolo e lento, graffiando a mo di vecchia scuola mentre synth lerci descrivono traiettorie ipno-jazz su beat ruvidi e inquietanti divaghi idm.
7.5/10
Highlights: Fragile, Knuckles, Stay one, Baghdad mood, Tha chop, Slab, Juno rhapsody.
In un mare di sbadigli spuntano il simpatico singolo "Little by little" e "Nothing wrong", gustosamente weezeriana e divertente; il resto, con un altro paio di eccezioni, è tutto un banale trascinarsi.
5.5/10
Highlights: Little by little, Nothing wrong, Disko, Can't stop you.
Ventisei anni, come quelli di Otis Redding quando nel 1967 un incidente aereo se lo portò via; more sweet soul, please.
7.5/10
Highlights: I let you go, It ain't easy (on your own), Love doesn't live her no more, It's over now, If it's love, A woman's touch.
Che "Fake chemical state" sia un affare molto più crudo e rock del precedente "Fleshwounds" lo si capisce fin dalla copertina; e il guadagno in coerenza personaggio/musica è assicurato.
8/10
Highlights: Alone in my room, Just let the sun, Purple, Don't need a reason, Nothing but, Falling for you.
Deborah Anne Dyer si lascia alle spalle gli Skunk Anansie (e un bel po' di rabbia) e prosegue il discorso da sola, con quella voce alla quale non si può rimanere indifferenti.
7.5/10
Highlights: Faithfullness, Trashed, Don't let me down, Lost, I'll try, Burnt like you, Til morning.
Enjoyable poppy punk from Vancouver.
7/10
Highlights: Cold hands! Hot bodies!, Stockholm syndrome part one, You did it!, Midnight snack, Love in the new millenium, Don't wait up.
House music per major; il "fattore fischiettio" è assicurato da pezzi come "Witchi tai to" e "Don't make me wait" con il grande Bernard Fowler, mentre la qualità è garantita dalle splendide, epiche, maestose, enormi "Give it" e "Kill 100".
7.5/10
Highlights: Give it, Witchi tai to, Don't make me wait, Kill 100, The answer.
Non si fa in tempo a dire duemilaesette che ci si ritrova fra le mani l'ennesima release di John Dahlbäck; "Heroes" racchiude i suoi pezzi più Kompakt-oriented, lasciando da parte vocalizzi e tamarraggine a beneficio di sintetiche melodie arrangiate in modo pulito ed essenziale. E la cosa ha un senso, a differenza dei due album a suo nome: qui si parla di techno elegante ma scherzosa, raffinata ma sotto sotto bambinesca, studiata ma abbastanza spontanea da non fare pensare al fatto che questo svedesino negli ultimi anni ha un po' esagerato con le uscite discografiche.
8/10
Highlights: Raido, Tiny stars, Fluteorgie, The platform, Room of rum, My dinosaur, Birds.
Nulla di fondamentale, ma divertente. E detto da uno che ha un'avversione quasi fisiologica verso la musica latineggiante è tanto.
6.5/10
Highlights: Coldplay - Clocks, Jack Johnson - Better together, Ibrahim Ferrer - As time goes by, Maroon 5 - She will be loved, Vania Borges - Don't know why, Aquila Rose & Ivana Valdes - Hotel buena vista, Coco Freeman feat. Franz Ferdinand - The dark of the matinee (Spanish version).
Maestria synth-pop 2006.
8/10
Highlights: You got me feeling, The things you say, All about you, Electric blue, Cut right through, I'm waiting.
Uno svedese di origini argentine con la sua chitarra in un suggestivo scenario tipo cafè del mar abbandonato.
7.5/10
Highlights: Remain, Lovestain, Heartbeats, Crosses, Hints.
Il settimo album degli Offspring (nonchè preludio al Greatest Hits nel quale non trova posto alcun pezzo tratto dai primi due dischi) si fa ascoltare senza traumi e senza sorprese. Il singolo "Hit that" è un'ennesimo tentativo di bissare il successo di "Pretty fly", ancora una volta non riuscito; il meglio la band lo da quando se ne frega di tutto e di tutti e butta giù delle ottime melodie, come succede nella buffe "The worst hangover ever" e "Spare me the details" o nelle punk vecchia scuola "The noose" e "Lightning rod".
7/10
Highlights: The noose, The worst hangover ever, Lightning road, Spare me the details.
Se il singolo "Original prankster" (la brutta copia di "Pretty fly") lasciava presagire un "Americana part 2" è un piacere costatare che invece questo è un disco con le palle; si respira una rinnovata verve della band, che scrive e suona musica divertendosi.
7.5/10
Highlights: Come out swinging, Want you bad, Million miles away, Dammit I changed again, All along, Conspiracy of one.
La svolta major è sancita da tre strasuonati singoli come le super-crossover "Pretty fly (for a white guy)" e "The kids aren't alright" e la beatlesiana "Why don't you get a job?"; ma anche da una trascurabile cover di "Feelings" di Morris Albert. Non sono più gli Offspring di "Ignition" (è sconvolgente quanto la traccia finale "Pay the man" non c'azzecchi proprio), ma siccome esiste una storia è anche giusto accettare alcune evoluzioni, più o meno drammatiche; in fondo questo disco non è quanto di peggio il mercato del pop-rock abbia da offrire.
6.5/10
Highlights: Have you ever, Pretty fly (for a white guy), The kids aren't alright, She's got issues, Why don't you get a job.
Se una volta finito l'ascolto di "Ixnay on the hombre" rimangono impressi pezzi come "Gone away" e "Amazed" allora c'è qualcosa che non quadra. Nulla di deprecabile, si tratta di ottimi pezzi; ma è come se non facessero parte del dna degli Offspring. "The meaning of life", "All I want" e "Change the world" sono molto più credibili, ma non raggiungono l'intensità dei brani dei primi dischi; un album di passaggio.
5.5/10
Highlights: The meaning of life, Gone away, All I want, Amazed, Change the world.
Attraverso "Gotta get away", "Come out and play" e "Self esteem" la band diventa a tutti gli effetti mainstream; fortunatamente i danni sono trascurabili, il disco è un ottimo esempio di energico rock melodico.
8/10
Highlights: Tutto.
In concomitanza con l'approdo alla Epitaph di Brett Gurewitz (chitarrista dei Bad Religion) avviene anche la meritata emersione dopo anni di underground; dopo "Ignition" gli Offspring non daranno più alla luce un album così genuino.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Il primo album di un ex trio che si faceva chiamare Manic Subsidal e che diventando quartetto nel 1986 trasforma la sua ragione sociale in "Offspring"; il futuro da band superstar della scena pop punk degli anni 90 è già scritto in questi undici brani.
7.5/10
Highlights: Jennifer lost the war, Elder, Demons, Beheaded, Tehran, Black ball, I'll be waiting.
La scelta degli Autechre che si concretizza in uno studio quasi matematico della musica in quanto successione di suoni produce un ennesimo disco oscuro, ma molto più digeribile degli ultimi due estremi album; qui c'è una parvenza di melodia, fondamentale per riuscire ad inquadrare un filo (quasi) logico che riporta la loro musica sul nostro pianeta terra.
7.5/10
Highlights: Lcc, Pro radii, Augmatic disport, The trees, Sublimit.
Inquietante, sconnesso, storto e caldamente sconsigliato a chi non ha i nervi saldi: potrebbe facilmente causare un esaurimento nervoso. A suo modo perlomeno conclude qualcosa, a differenza del suo predecessore.
6.5/10
Highlights: Surripere, P.Ntil, V-proc, Reinform puls.
Parte che meglio non potrebbe, con quel tappeto di vetro steso con cura a creare una tensione irreale per accogliere le prime agognate note; "VI scose poise" è poesia meccanica. Sfortunatamente il disco con il passare dei brani si perde in azzardate astrazioni senz'anima, che stancano in fretta.
5/10
Highlights: VI scose poise, Parhelic triangle, Lentic catachresis.
Un iperbolico sogno di metallo.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Una visione rarefatta e irreale; tiepide emozioni perse nelle meccaniche ricerche ritmiche che rendono l'essenza della musica degli Autechre sempre meno intellegibile.
7.5/10
Highlights: Cipater, Rettic ac, Cichli, Pule, Nuane.
Il terzo disco degli Autechre rappresenta una svolta nel loro percorso sonoro; "Tri repetae" non abbandona la melodia, ma tende a lasciarla maggiormente sullo sfondo per favorire delle sperimentazioni più audaci a livello ritmico e percussivo. Un pezzo come "Rotar" è un buon esempio di come accade tutto questo: mentre una melodia circolare si muove là dietro ci sono dei beat nevrotici in primo piano che ti schiaffeggiano con violenza. Da questo momento in poi il termine ambient comincia a stare stretto al duo, che nonostante si ostini a non volere essere categorizzato finisce per essere considerato un atto cardine del circuito Idm.
7.5/10
Highlights: Leteral, Rotar, Eutow, C-pach, Overand.
Terso, denso e splendidamente evocativo; pezzi come "Silverside" ti fanno capire il perchè di questa musica.
8.5/10
Highlights: Silverside, Slip, Nine, Yulquen, Nil, Teartear.
Un raro esempio di musica elettronica che resiste alla prova del tempo.
9/10
Highlights: Tutto.
Ottima la terza, miss Nelly. E gran parte del merito va a quel genio di Timothy Mosley (meglio noto come Timbaland), semplicemente strepitoso in quel capolavoro che è "Promiscuous".
8.5/10
Highlights: Tutto.
Uno di quei dischi che ti riconciliano con la musica pop; fresco, leggero ed inebriante.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Nonostante un po' di confusione di ritmi e generi e la presenza di alcuni riempitivi, in definitiva è un debutto accettabile.
7/10
Highlights: Hey man!, Shit on the radio (remember the days), I'm like a bird, Turn off the lights, Well well, My love grows deeper part 1.
Il meglio Luke lo tira fuori con l'acido, non quando divaga in docili beat ninja tune style e altri giochetti che appaiono scontati per una mente come la sua.
7/10
Highlights: Funky acid stuff, Cash'n'carry acid, Analord, Acid2000, Orch garage, Dirty fucker, Flyover.
Old school acid trapiantata all'anno zero con maestria.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Psicojazz. A tratti è un po' accademico.
7/10
Highlights: Dischordzilla, Start the panic, Fly Hawaii, Cheng phooey, Nice cave, Songs of the night life.
Luke Vibert mette nero su bianco le sue cinemascope-visioni rivestendole di una vibra broken jazzata.
8/10
Highlights: Voyage into the unknown, Fused into music, No turn unstoned, M.a.r.s., Stern facials, Music called jazz.
Funky electro minimale; suona che è un lusso e ci sono dei validi spunti melodici.
7.5/10
Highlights: Dude bond 334, Little doll chaos pounce upon option assault reverberation, Unholy tundra fisherman, Ultimate desert ambassador, Lust part 2.
Non è mai stata una voce "facile" quella di Louise Rhodes. Per apprezzare il lato oscuro dei Lamb (lei e Andrew Barlow) ci vuole un bel po' di pazienza; ma come tutte le cose che richiedono un certo impegno, il risultato è che una volta metabolizzate ripagano i tuoi sforzi con una soddisfacente sensazione di completezza. Questo disco prende le distanze dal Lamb-sound, puntando sull'acustica pura; la sensazione di difficoltà descritta qui sopra permane, visto che occorrono diversi ascolti per capire le intuizioni melodiche tutt'altro che scontate di Louise. Certo è che quando si lasciano prendere è davvero un bel sentire.
8/10
Highlights: Each moment now, Treat her gently, No re-run, Beloved one, Save me, To survive, Why.
Il modo più credibile per rinfrescare l'hip-hop a più di 30 anni dalla sua nascita.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Broken beats e anima funk; delizioso.
7.5/10
Highlights: Money in the bag, One of these days, Keep on searching, Keep me home, No sun in the sky, Maputo express.
L'album più melodico e senza vergogna del trio. Niente da dire sulla produzione, ma a tratti la puzza di formaggio diventa davvero insopportabile.
7/10
Highlights: Security, In love with you, Jump n twist, Pocketful of sadness, Hard to stay.
Lezioni di break in un disco quasi perfetto. La violenta title-track rappresenta alla perfezione il lato crudo (raw, appunto) dell'album: l'approccio ruvido si ritrova anche in pezzacci come "The slammer", "Punks", "Warrior charge" e "Right on". La faccia più melodica invece è in "Losing you" e "Too far" (cantate da Julie Thompson, scoperta da James Holden l'anno prima), nell'ottima electro-digressione "Boom blast" e nell'irresistibile singolo "Push up", che fa ballare pure i morti.
8.5/10
Highlights: Tutto.
Mentre sullo sfondo il secolo volta pagina ironia vuole che i Freestylers diano il meglio con i pezzi più sfacciatamente nineties.
7.5/10
Highlights: Bad boy love, Bass odyssey, Phenomenon one, Broadcast channels, Blowin ya brainz, Get down massive, Signs.
Miscela killer di breakbeat, old school electro, hip-hop e dancehall; esordio col botto soprattutto perchè il tutto è reso accessibile da una produzione splendidamente pop.
8/10
Highlights: Freestyle noize, Don't stop, Here we go, B-boy stance, We rock hard, Ruffneck, Warning.
Billy is back with more of that acid.
7.5/10
Highlights: Sake, Nightwatch, Shock therapy, Powerloss, Starcity, Come with me.
Good ol' techno.
7/10
Highlights: Cyberestial, Midievalization, Dark matter, At the razors edge.
Corre l'anno 2000, e Damian Harris (il boss della Skint) con questo disco dipinge il crepuscolo del big beat.
7/10
Highlights: Devil in sports casual, Reach out, Stigs in love, Coatnoise, Birthday.
Folk bastardo che sfocia irrimediabilmente e irresistibilmente nel pop non convenzionale, a partire dalla scrittura fino alla gestione del mixaggio del disco; ed è una di quelle rare volte in cui anticonvenzionale non fa rima con "tutta tecnica e niente cuore", tutt'altro. Un vero miracolo.
9/10
Highlights: Tutto.
Songwriting d'avanguardia munito di solide basi classiche interpretato con una personalità che ti ribalta.
8/10
Highlights: Ode to divorce, Carbon monoxide, The flowers, Us, Ghost of corporate future, Somedays.